Non si ruba a casa dei ladri

Non si ruba a casa dei ladri

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Carlo Vanzina torna con Non si ruba a casa dei ladri a uno dei suoi temi prediletti, la descrizione della realtà truffaldina in cui vivono gli italiani. Peccato che, come in altre occasioni, il regista parteggi troppo per i suoi protagonisti, disperdendo la satira in una commedia all’acqua di rose.

Con le donne ed il vino e la Svizzera verde

Il film racconta la riscossa di un cittadino onesto, Antonio che si vendica di Simone, un politico disonesto. Antonio inizialmente vorrebbe denunciarlo, ma poi, conoscendo l’Italia, un paese nel quale l’iter della giustizia è lunghissimo e spesso incerto, decide di vendicarsi in un’altra maniera: scopre che il suo nemico ha nascosto in una banca svizzera i proventi delle sue malefatte e decide di organizzare un “colpo” per riprendersi quello che gli è stato rubato. Una grande truffa ai danni di un disonesto della politica. Per compiere l’impresa, perché d’impresa si tratta, Antonio mette su una piccola banda, formata da non professionisti i quali hanno in comune una sola cosa: anche loro sono stati truffati dalla politica corrotta. Il colpo si svolge a Zurigo dove ha sede la banca nella quale Simone ha nascosto i soldi… [sinossi]

In quarant’anni di carriera dietro la macchina da presa, festeggiati proprio quest’anno (l’esordio nel 1976, con Luna di miele in tre, nel quale Cochi e Renato si ritrovavano fra mille disavventure tra Stresa e la Giamaica), Carlo Vanzina non ha mai perso l’occasione di mettere in risalto i vizi e le – poche – virtù del popolo italiano. Insieme al fratello Enrico, con cui firma tutte le sue sceneggiature, e prendendo a spunto molta umanità raccontata anche dal padre Steno, Vanzina ha cercato di trasportare sul grande schermo l’idea di una nazione sempliciotta, pronta al raggiro (e a farsi raggirare) ma anche decisa al riscatto, e alla bastonatura non solo morale dei “cattivi”. Un cinema in cui il termine truffa non è certo caduto in disuso, ma si è al contrario fatto sempre più presente nel corso degli anni. Sotto questo punto di vista un film come Non si ruba a casa dei ladri, cinquantanovesimo appuntamento al cinema con i fratelli più celebri della commedia italiana, appare quasi come un manifesto programmatico. La storia di Antonio e Daniela, che hanno perso l’appalto su cui si reggeva l’attività di pulizia perché è stato premiato qualcuno con le amicizie “giuste” in parlamento, e che decide di rendere pan per focaccia al colpevole di questo misfatto, è infatti indicativa non solo del tipo di commedia che Vanzina continua a portare avanti in modo imperterrito, tenendosi quasi sempre a distanza di sicurezza dalle semplificazioni del “cinepanettone” di turno, ma anche del modo in cui questa commedia si declina nei suoi aspetti più sociali.

Quasi come se si stesse assistendo a un sequel apocrifo di In questo mondo di ladri (uscito nelle sale italiane esattamente dodici anni fa), Non si ruba a casa dei ladri gioca con i codici dell’heist movie per permettere ai suoi protagonisti di ottenere la doverosa rivalsa contro il bieco profittatore di turno. Andrebbe tutto bene, al di là di una scrittura del “colpo” a dir poco improvvisata, ricca di buchi logici e messa in piedi, anche nella finzione scenica, per puro miracolo più che per calcolo oculato, se non fosse che Vanzina nutre nei confronti dei suoi villain una simpatia anche comprensibile – dopotutto qui il “cattivo” ha il volto tra il furbo e il sempliciotto di Massimo Ghini, che fraternizza subito con quello che crede essere un suo subalterno al punto da gioire con lui in un ecumenico Napoli-Roma 1-1 e ammette, dopo un pranzo al mare, di essere stato cresciuto in una famiglia dai forti valori sindacali – ma che si risolve in una lettura della società a pochi passi dal qualunquismo.
Se Simone Santoro è un cattivo di cui si può ben presto provare pietà, non appena la fortuna gli ha voltato le spalle, è perché non solo è egli stesso vittima – e infatti la compagna Lori, interpretata da Manuela Arcuri, fugge in direzione di un uomo dalle spalle economiche più solide: una traccia di misoginia leggera, ma persistente –, ma non ha fatto altro in fin dei conti che espletare il proprio compito all’interno della società. Dimenticandosi che sono i singoli a comporre i tasselli del puzzle del sistema, Vanzina si lancia in un grido di protesta, ovviamente blanda, che si ferma alla superficie delle cose. Santoro era un criminale? Sì, va bene, ma dopotutto che doveva fare, era in politica… E amenità di questo genere. I corrotti romani sono loro stessi dei poveracci che appena la sorte si dimentica di loro sono costretti a raccogliere le cacche dei cani. Per sconfiggerli poi bisogna usare la loro stessa arma, e derubarli del maltolto (allo Stato) non per ridistribuirlo, ma per goderne in santa pace.

Dimentica qualsiasi funzione dello Stato, e preferisce sempre la strada più facile – non vale neanche la pena specificare come neanche i protagonisti della contro-truffa potranno godersi il denaro – Non si ruba a casa dei ladri, finendo ben presto per girare a vuoto, anche perché il potenziale comico di Salemme e Ghini è quasi sempre tenuto a bada da uno script che non lascia molto spazio alle gag. Ne viene fuori un ritratto confuso e qualunquista dell’Italia di oggi, riscattato solo dalla buona regia di Vanzina, e da un paio di intuizioni comiche. Peccato.

Info
Il trailer di Non si ruba a casa dei ladri.
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