Il gatto a nove code

Il gatto a nove code

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Della tetralogia animale Il gatto a nove code è forse il titolo più rimosso, eppure dimostra al di là di ogni fraintendimento l’acume cinefilo e teorico di Dario Argento. Il Trieste Science+Fiction l’ha proiettato in 35mm.

L’enigmistica è cieca

Il giornalista Carlo Giordani e il vecchio enigmista cieco Franco Arnò indagano sulla strana morte del dottor Calabresi, uno scienziato e ricercatore morto in un misterioso incidente alla stazione dei treni. La morte, infatti, sembra legata al mistero che riguarda un’infiltrazione all’interno dell’Istituto dove Calabresi lavorava, dove qualcuno era entrato senza però rubare nulla. A tutta la faccenda segue una serie di brutali omicidi, compiuti da qualcuno che sembra voler nascondere qualcosa… [sinossi]

Il gatto a nove code, L’uccello dalle piume di cristallo, Quattro mosche di velluto grigio… È curioso notare come nessuno dei protagonisti nei titoli della cosiddetta “tetralogia animale” (sì, perché il titolo di lavorazione di Profondo rosso era La tigre dai denti a sciabola, e con questo film termina la fase “gialla” di Dario Argento, che si apre con Suspiria a tinteggiature soprannaturali) sia in realtà una vera e propria bestia, viva e vegeta. L’animale, che dona l’idea di mostruoso che si nasconde tra le pieghe delle uccisioni multiple dei thriller di Argento, è qualcosa di immoto, o perfino di metaforico. “Nove vie da seguire… un gatto a nove code”, sentenzia Carlo Giordani, giovane giornalista alla ricerca dello svelamento di un mistero fitto, e sanguinoso. Il gatto a nove code è il classico frustino utilizzato fin dai tempi antichi per flagellare gli schiavi, sottomettere le donne. Uno strumento di potere, del piacere lubrico del potere. Uno strumento di dominio, come quello almeno apparente dell’assassino che ha ucciso il dottor Calabresi lanciandolo alla stazione Termini sotto le ruote di un treno in fase di fermata. Se c’è un enigma, ne Il gatto a nove code, non è da rintracciare tanto nella complessa – e non priva di buchi, ma questo è un discorso da affrontare da una diversa prospettiva, come si vedrà più avanti – trama ordita da Argento partendo da un soggetto scritto a sei mani anche con Dardano Sacchetti (al suo esordio, e sempre nel 1971 al lavoro su un altro giallo con morti plurime, il sofisticato Reazione a catena di Mario Bava) e il fedelissimo Luigi Cozzi, ma piuttosto in un campo controcampo impossibile, attorno al quale in qualche modo ruota tutta la vicenda.

Apre le finestre sul buio della notte e si affaccia a guardare ciò che non può vedere l’anziano Franco Arnò, cieco appassionato di enigmistica; lì sotto, in quello spazio che Arnò non è in grado di osservare, l’assassino ha appena messo ko un guardiano – solo stordito comunque, le morti arriveranno più in là – e alza lo sguardo verso la finestra. Come da prassi del cinema di Argento, e del giallo/thriller nel suo complesso, lo spettatore vive la sequenza con gli occhi del killer. Ma per una frazione di secondo Argento decide di mostrare qualcosa dell’assassino, lui che per abitudine presta le mani ai suoi omicidi seriali. Per un attimo lo schermo è invaso dal dettaglio dell’iride dell’assassino. L’occhio che vede (e uccide) contro l’occhio che non vede più, e può solo cercare di decifrare i gesti dell’omicida. Iride vuota contro iride piena, ma la mente al buio non è quella del cieco. C’è una furia belluina, nell’iride dell’assassino, la furia di chi è costretto a uccidere, e nella soluzione dell’intreccio non è un caso che si faccia riferimento a pratiche lombrosiane, retaggi di quel darwinismo sociale che fece più danni che altro sul finire del Diciannovesimo secolo.
Nel contrasto tra vedente e non vedente non solo si esaurisce una sequenza memorabile, la prima di una lunga serie – Il gatto a nove code mostra il lato più inventivo dell’Argento regista, ed è davvero sorprendente quanto questo aspetto sia stato dimenticato nel corso dei decenni –, ma si spalanca una volta per tutte il portone del “cinema di Dario Argento”, quel mondo misterico e autoconcluso che spingerà il genere in direzioni fino a quel momento completamente impensate e impensabili, e non solo in Italia.

Se L’uccello dalle piume di cristallo aveva scosso le fondamenta di un sistema/cinema ancorato a un’idea primaria di narrazione dell’orrore, portando alle estreme conseguenze le ipotesi di riscrittura già impresse dal Bava de La ragazza che sapeva troppo (per la suspense) e Sei donne per l’assassino (per l’ecatombe dei personaggi e alcune icone immarcescibili, come l’assassino inguainato in un impermeabile scuro), Il gatto a nove code cristallizza nell’occhio dello spettatore l’idea che sia venuto alla luce un nuovo autore. Non è importante sapere, a posteriori, che Profondo rosso raggiungerà l’apice di questo percorso; nella storia di cromosomi, schede falsificate e richerche scientifiche sofisticate c’è già tutto quello che a Dario Argento interessa. La paura. La paura che porta alla furia, alla rabbia incontrollabile, al raptus.
Tutto il cinema di Argento è un raptus di follia, anarcoide e surreale, un attacco armi in pugno – la cinepresa, le luci, i tagli di montaggio – alle regole della prassi cinematografica. La realtà è un incubo, e come tale si può mettere in scena solo accettandone i borborigmi della mente, le sinapsi sconnesse, i buchi e le incongruenze. L’enigmistica può essere un divertente passatempo da trascorrere, magari con la nipotina, ma la realtà è fatta di frustrazione, violenza, sangue, sperma (o latte, come maliziosamente allude la sequenza d’amore tra Giordani e la bellissima Anna, interpretata da Catherine Spaak). E la realtà, quella società che si dice progressista per poi svelare il suo vero volto, reazionario e conservatore, è appena fuori dalla porta di casa. Proiettato in 35mm al Trieste Science+Fiction, Il gatto a nove code è un titolo ingiustamente rimosso anche da molti cultori del regista romano, e merita al contrario una ricollocazione all’interno dell’immaginario argentiano, dove merita di occupare un posto di primo piano.

Info
Il trailer de Il gatto a nove code.
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