La morte corre sul fiume

La morte corre sul fiume

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Fiaba nera e noir, romanzo di formazione ed esplosione espressionista nel cuore di Hollywood, La morte corre sul fiume è l’unica regia di Charles Laughton. Un film che non assomiglia a nulla, e che travolge tutto.

The sons of the preacher man

Virginia Occidentale degli anni trenta, lungo il fiume Ohio. Ben Harper è condannato a morte per aver preso parte a una rapina che ha provocato l’uccisione di due uomini. Prima di essere catturato, però, riesce a nascondere il bottino e ne rivela la posizione solo ai due figli, John e Pearl, di dieci e cinque anni. In prigione Harper divide la cella con Harry Powell, un sedicente predicatore evangelico con la scritta “LOVE” tatuata sulle nocche della mano destra e “HATE” su quelle della sinistra. Questi tenta di estorcere a Harper il nascondiglio del bottino, ma l’unico indizio che riesce ad ottenere è una citazione della Bibbia che Harper mormora nel sonno: “e un bambino li condurrà”… [sinossi]

Il volto di Lilian Gish appare su un fondale di stelle. L’incipit de La morte corre sul fiume trasporta già via lo spettatore in un luogo altro, fuori dal tempo, viaggio nell’universo che è narrazione morale della naturale immoralità dell’uomo, ed è anche narrazione del cinema, del suo sviluppo, delle sue leggi da sovvertire o da rispettare, dello sguardo desiderante, dell’anarché infantile tentata e minacciata da un lato dal λόγος e dall’altro dall’ἀρχή. Una narrazione, infine, della dittatura della vita adulta, e dell’incapacità, a volte, di accettarla. Ha sessant’anni il cinema quando La morte corre sul fiume esce nelle sale; quattro in più di Charles Laughton, qui alla prima e unica regia, ma due meno della Gish, che è la memoria fisica di Hollywood, più ancora di Mary Pickford, la sua migliore amica, che aveva scelto di abbandonare la recitazione nei primi anni Trenta, con l’incedere dell’età. Si disinteressò di questo invece Lilian Gish, che pure era stata adolescente nei film di David W. Griffith, compreso quella Nascita di una nazione che appare come firma in calce alla Costituzione del cinema statunitense, prima pietra posata sotto l’altare della Mecca sulle colline che sovrastano Los Angeles. Angeli in celluloide, proprio come Lilian Gish/Rachel Cooper, che è dunque immersa nel cielo stellato, come un altro angelo cinematografico, il Clarence che ama Mark Twain de La vita è meravigliosa di Frank Capra. Un altro film sulla morale, e sulle scorciatoie che l’uomo può trovare per (r)aggirarla. In Capra era la vita, nella resurrectio di George Bailey, a dominare lo schermo: risuonava nelle stanze delle case, rimbalzava di memoria in memoria, anche quelle più funeste. La morte, come quella del padre del protagonista, rimaneva celata nello stacco di montaggio, fuori campo e fuori asse. Nel film di Laughton, come ammonisce lo stesso titolo italiano (meno puntuale dell’originale The Night of the Hunter, ma più evocativo) “la morte corre sul fiume”. La morte. Una morte visibile, fluttuante come i capelli aggrovigliati alle alghe nel raggelante quadro simbolista che mostra allo spettatore il cadavere di Shelley Winters, là sotto le acque e oramai perduto. Una morte sempre presente, ombra eterna di quell’Harry Powell che nelle movenze, nei tic e nelle espressioni di Robert Mitchum diventa uno dei più terrificanti babau della storia della Settima Arte. Terrificante ancor più perché vero, tangibile, credibile fino all’ultimo fotogramma che lo vede in scena.

Cita solo ed esclusivamente la Bibbia, la nonnina Gish, ma parrebbe uscita anche lei dalle pagine di un romanzo di Mark Twain, magari dalle avventure di Tom Sawyer e Huckleberry Finn; imitando questi eroi di carta, dopotutto, anche i piccoli John e Pearl Harper devono risalire il fiume (l’Ohio, principale affluente del Mississippi sul quale scorrazzavano Sawyer e Finn) per sfuggire alle mire crudeli di Powell, predicatore ammazza-vedove e orco di tal fatta da non temere il fucile né la forca, e ancor meno l’eventuale furia vendicativa di quel dio che pure va propagandando con i suoi sermoni. Odio e amore, simbolo della dualità dell’animo umano, se li è addirittura tatuati sulle nocche delle dita, parole visibili solo quando la mano è chiusa a pugno, pronta a colpire. Nessuna provocazione però va ricercata in questa scelta, come sarà invece per il soldato Joker di Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, con il simbolo della pace appiccicato sull’elmetto. I personaggi de La morte corre sul fiume possono omettere o mentire, ma tendono sempre all’enunciazione della loro verità.
Sono due predicatori impegnati in un duello, Powell e la Cooper, l’anziana signora che ha raccolto accanto a sé i figli di nessuno, detriti di una società in crisi che non sa ricostruire il proprio senso di collettività ma si abbandona con più facilità alla barbarie. Entrambi prendono a esempio le parole della Bibbia, ma lo scopo per il quale sono rilette non potrebbe essere più diverso. Ogni singolo passaggio de La morte corre sul fiume, d’altro canto, si compone attraverso uno schema di scontro, come quelle parole, hate e love, che vengono a formarsi sulle nocche di Powell.

Powell contro Cooper, Bibbia contro Bibbia, parola di Dio contro parola di Dio, lupi contro agnelli, notte contro giorno, padre biologico contro padre secondo la legge, e via discorrendo, per una lista che potrebbe allungarsi all’infinito, o quasi. In questa certosina messa in scena della medaglia e del suo rovescio Laughton tratteggia una pura e basilare fiaba nera. Anzi, solo fiaba, perché quale fiaba non è nera? Come dei novelli Pollicino, John e Pearl Harper fuggono dall’orco, ma non hanno in realtà alcuna casa da ritrovare, perché proprio ciò da cui scappano è, per la legge, la loro casa. Negli Stati Uniti della Grande Depressione, dove si uccide per un tozzo di pane (figurarsi per 10.000 dollari quali aberrazioni si è disposti a considerare moralmente accettabili), gli ultimi non hanno più una casa, e sono destinati alla disastrosa diaspora raccontata dalle canzoni di Woody Guthrie, dai romanzi di John Steinbeck e, in qualche occasione, dal cinema – il Chaplin di Tempi moderni, Furore di John Ford, Sullivan’s Travels di Preston Sturges, i film di Capra e LaCava, e pochi altri.
Di nuovo Lilian Gish e il fondale di stelle. Perché una fiaba, per quanto nera e crudele, va comunque narrata. E ad ascoltare la fiaba, non importa quanti anni si abbia, sono sempre dei bambini. «Dunque, bambini, ricordate quello che vi ho raccontato domenica scorsa di Gesù, che sulla montagna parlò ai suoi discepoli e gli disse “beati i puri di cuore, perché di essi sarà il regno dei cieli”, e disse ancora che il re Salomone, in tutta la sua gloria, non era splendido come i gigli del campo; e sono certa che non avrete dimenticato il suo ammonimento “non giudicare se non vuoi essere giudicato”… Poi, Gesù parlò ancora: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi travestiti da pecora, ma di dentro sono lupi feroci; li riconoscerete dai loro frutti”». Da qui prende effettivamente il via La morte corre sul fiume, e gli unici frutti che John e Pearl incontreranno sulla loro via saranno soldi sporchi e omicidi, vessazioni e torture. Fino alla fuga, e al fiume.

Si è scritto fin dalle prime recensioni apparse sul film (da recuperare quantomeno quella di François Truffaut, che su Les Cahiers du cinéma tra le altre cose afferma, con mesta lungimiranza “Un tel scénario n’est pas de ceux par lesquels on peut inaugurer une carrière de cinéaste hollywoodien et il y a fort à parier que ce film, réalisé au mépris des normes commerciales élémentaires, sera l’unique expérience de Charles Laughton et c’est bien dommage”) dello strapotere inventivo e immaginifico di Charles Laughton, e ogni revisione de La morte corre sul fiume è in grado di lasciare a bocca spalancata anche il più avvertito degli spettatori. Dalle riprese aeree che piombano sulla storia (dal cielo stellato? Chissà…) ai due fratellini che osservano i loro coetanei ripetere ossessivamente “l’impiccato fa din don” ben sapendo che quell’uomo che sta penzolando nel vuoto senza più vita è il padre, fino alla Winters che scopre dapprima che il nuovo marito che ha scelto per sopperire alla vedovanza non ha alcuna intenzione di avere rapporti sessuali con lei e per di più vuole far del male ai bambini, Laughton concepisce una messa in scena che non ha genitori e non ha figli, ma può contare su un numero imprecisato di imitatori, quasi sempre destinati a sorti miserande.
Il problema è che laddove in molti si sono lasciati stordire da una polifonia di immagini anche in aperto contrasto tra di loro, pensando che si stesse giocando “solo” a riesumare le avanguardie storiche (il simbolismo, il surrealismo, l’espressionismo, la lotta tra orizzontale e verticale che è anche metafora di quella lotta tra il vivere e il morire che è alla base del plot), Laughton ha articolato un’opera stratificata, complessa, che come ogni grande narrazione può essere semplificata senza mistificazioni o forzature. La morte corre sul fiume, sarabanda visionaria che tocca apici mai più sfiorati in seguito – la discesa notturna sulla barchetta è il panta rei messo in immagini, legato alla funzione dantesca di viaggio e al già citato imprinting à la Twain –, è in fin dei conti la storia di un ragazzino, in quell’età in cui si sta quasi per diventare adulti, che scopre una volta per tutte la miseria dell’umanità, schiacciato dal peso di un padre morto che gli ha confidato un segreto da nascondere anche alla propria madre, e impaurito e minacciato da un patrigno vivo che vuole estirparglielo quel segreto, anche a costo di ucciderlo.

Il “segreto”, l’arma più insidiosa che può possedere un uomo, la più difficile da maneggiare, la più antica e pericolosa. John non può fare altro che mantenerlo, quel segreto (il luogo in cui è nascosto il denaro della rapina), perché è il padre a ordinarglielo. Il padre/padrone, il padre/nazione che muore abbandonando i figli al nulla. Solo la morale, mai davvero consolatoria – e la signora Cooper sarà anche una buona cristiana, ma non disdegna tenere il fucile sulle ginocchia – ma aspra perché vera, come i veri frutti, quelli naturali e non ricostruiti dall’uomo a proprio uso e consumo, può intervenire in difesa degli ultimi, dei puri.
“Sopportano e resistono”, su questo si chiude un film che s’è aperto in cielo, nella totale irrealtà di un cosmo ultra-umano. Sopportano e resistono. I bambini, certo. Ma gli uomini nella loro totalità. Sopportano e resistono le vessazioni del tempo, e degli uomini che i dominano, li schiavizzano, li minacciano in nome di un dio personale, uccisore prima ancora che salvatore, uccisore per potersi proclamare salvatore. Sopportano e resistono. Mai lieto fine fu così beffardo. Mai favola fu così nera, come la pece di una notte fotografata con mirabile perfezione da Stanley Cortez (Odio di sangue di Alfred E. Green, L’orgoglio degli Amberson di Orson Welles, Dietro la porta chiusa di Fritz Lang, Il corridoio della paura di Sam Fuller). Mai il cinema, non solo quello americano, fu così libero nel muoversi nella prassi. Mai anarché fu così intrecciata al λόγος. Rivedere La morte corre sul fiume significa rinascere ogni volta. E vedere, come fosse la prima volta.

Info
Il trailer italiano de La morte corre sul fiume.
Il trailer originale de La morte corre sul fiume.
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