Embers

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Presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2016, e vincitore del premio Asteroide, Embers riesce a delineare con ammirevole originalità e profondità di sguardo uno scenario post apocalittico sui generis, minimalista e genuinamente indie. Una riflessione sulla irrinunciabile centralità della memoria, della coscienza di sé e dei propri compagni di viaggio, sull’essenza dei rapporti umani. Opera prima di Claire Carré, nome da appuntare e non dimenticare…

Memento

Il mondo come lo conosciamo oggi è stato dimenticato. I sopravvissuti a un’epidemia che ha colpito il pianeta dieci anni prima soffrono ancora degli effetti del virus: amnesia retrograda e anterograda. Senza alcuna memoria del passato e incapaci di acquisire nuovi ricordi, attraversano paesaggi in rovina, cercando di condurre un’esistenza tutta vissuta nel presente e il cui significato va ricercato momento dopo momento. Guardando a un mondo senza memoria, Embers si chiede se sia davvero impossibile dimenticare la nostra umanità… [sinossi]

La regista, sceneggiatrice, montatrice e costumista Claire Carré sbanca il Trieste Science+Fiction Festival 2016, portandosi a casa il premio Asteroide. Alla sua opera prima, ambiziosa ma dall’inafferrabile leggiadria, Claire Carré riesce a ritagliarsi uno spazio nella nostra memoria, non solo visiva. Funziona l’estetica mai sfacciatamente indie di Embers, come funziona il cast, scelto con cura – non solo la graziosissima Greta Fernández, il piccolo e fotogenico Silvan Friedman o la coppia di amanti Jason Ritter & Iva Gocheva, ma anche e soprattutto il villain in aeternum Karl Glusman, protagonista di una delle sequenze emotivamente più spiazzanti della pellicola.

Funzionano a meraviglia alcuni passaggi narrativi, degli snodi essenziali ed esistenziali messi in scena con sorprendente spontaneità e capacità di sintesi. Embers riesce a dare corpo a qualcosa di impalpabile, a catturare con un gesto o uno sguardo lampi di realtà, cristallizzando in poche immagini il senso della vita, l’importanza capitale della memoria. E così, passati un po’ di giorni dalla proiezione al Science+Fiction e archiviate altre pellicole e una fiumana di immagini, continuano a ripresentarsi davanti ai nostri occhi il volto di Karl Glusman, aka Chaos, ragazzo alquanto problematico e violento, e di Jason Ritter, personaggio senza nome o con un nome diverso tutti i giorni, e che tutti i giorni deve ritrovare l’altra metà della mela, Iva Gocheva, la “ragazza”, la sua ragazza. Carré affida a Glusman e Ritter due ruoli emblematici, speculari: sui loro volti la sofferenza e l’amore si volatilizzano con la naturalezza e la sfuggevolezza di un refolo di vento, restituendoci il peso insopportabile di questa perdita, l’importanza capitale della memoria. L’umanità è memoria. L’Umanità è memoria.

Quasi sussurrando, Embers declina una dopo l’altra le tragiche perdite di questo scenario post apocalittico, intrecciando le storie di alcuni sopravvissuti: love, family, morality, learning e freedom sono i pilastri disgregati dello scenario distopico, sono il vello d’oro che Miranda o l’anziano professore cercano di ritrovare, di afferrare nuovamente. «La memoria è straordinariamente imperfetta e profondamente personale» è il punto di partenza della Carré e della sua metaforica mappatura della memoria individuale e collettiva, di quei tasselli che vanno a comporre la conoscenza, nel senso più ampio possibile [1].

Embers riesce a delineare con ammirevole originalità e profondità di sguardo uno scenario post apocalittico sui generis, minimalista e genuinamente indie. Un po’ come The Open di Marc Lahore, il film di Claire Carré parte da una singolare intuizione per sganciarsi dai consueti scenari della science fiction indipendente. La regressione tecnologica e sociale di Embers non è figlia di eventi catastrofici, guerre mondiali o invasioni aliene, ma di una sorta di implosione umana. La mappatura della memoria diventa anche mappatura dei luoghi e le zone industriali in disuso o le case abbandonate, spesso abusate dai film a basso o bassissimo budget, sono riempite di senso, traboccano finalmente coerenza narrativa.

Note
1. La frase di Claire Carré è tratta dalla scheda di Embers del catalogo del Trieste Science+Fiction Festival 2016, pagina 25.
Info
Il sito ufficiale di Embers.
Embers sul sito del Trieste Science+Fiction.
Il trailer originale di Embers.
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