Intervista a Ruggero Deodato e Carlotta Morelli

Intervista a Ruggero Deodato e Carlotta Morelli

Una lunga carriera da regista iniziata sotto l’egida di Roberto Rossellini, autore di opere di svariati generi, e molto prolifico anche nelle serie televisive. Ma il suo nome è sempre associato al film cult Cannibal Holocaust, che gli è valso in Francia il nomignolo di monsieur Cannibal. Stiamo ovviamente parlando di Ruggero Deodato tornato a dirigere un film per il grande schermo dopo anni, Ballad in Blood, ispirato a un fatto celebre di cronaca nera. Abbiamo incontrato il regista e l’attrice protagonista, l’esordiente Carlotta Morelli, aretina che vive a Londra, in occasione del Trieste Science+Fiction – Festival della fantascienza, dove il film è stato presentato.
[Foto di ©Be360images]

Ieri, alla presentazione di Ballad in Blood, hai chiesto al pubblico se lo considerasse o meno un film di Deodato. C’è la tua firma nel fatto che la vittima aveva prodotto una gran quantità di filmati con il suo smartphone e sognava di diventare una filmmaker. La visione di quei video nella memoria del suo computer permette poi di risalire alla sua vita e a ciò che riprendeva, proprio come la pellicola ritrovata della troupe di reporter in Cannibal Holocaust.

Ruggero Deodato: Certo, però io non pensavo a quello, mi è venuto naturale, e poi l’ho usato come espediente per uscire dall’appartamento.

Nel film ti ritagli un’apparizione come professore paralitico di nome Roth. Hai voluto quindi citare Eli Roth. Come mai?

Ruggero Deodato: Siccome lui mi ha omaggiato [in The Green Inferno e in Hostel: Part II, n.d.r.], l’ho omaggiato anch’io. Anche se l’ho messo paralitico, però, insomma, è una cosa divertente.

La domanda d’obbligo riguarda la tua opinione su The Green Inferno, opera che ritorna al genere cannibalico rifacendosi esplicitamente ai tuoi film.

Ruggero Deodato: Non è il mio stile. Lui forse voleva fare un Cannibal Holocaust, invece ha fatto marcia indietro e ha fatto un po’ L’ultimo mondo cannibale. Poi ha usato i telefonini e quindi si è avvantaggiato su questo. Poi ha trattato gli indios in modo diverso da me, non realistici, un po’ da mascherata. Poi ci ha messo la cultura. Perché non vogliono che un film di cannibali passi come allora come un film di serie B. Queste cose a me danno fastidio.

Eli Roth offre un ritratto impietoso e politicamente scorretto dei giovani attivisti e militanti ambientalisti. Ancora una volta ci dobbiamo chiedere chi siano i veri cannibali.

Ruggero Deodato: Il tema è quello. Io ho fatto i ragazzi malvagi in partenza, lui ce li ha fatti diventare.

[A Carlotta Morelli] Il tuo personaggio si ispira alla ragazza protagonista di un fatto di cronaca di cui si è parlato a lungo. Ti sei rifatta a quella vera nel tuo lavoro da attrice?

Carlotta Morelli: Questo non voleva essere un film documentaristico o comunque apertamente basato su una storia particolare. Io mi sono sempre confrontata con Ruggero e lo scopo mio era quello di capire perché questa ragazza si spingesse a fare delle cose estreme. Perché purtroppo c’è una tipologia oggi di giovani che si perdono. E non si possono neanche biasimare a mio parere perché è un periodo storico particolare per i giovani. Non mi sono ispirata a una persona esistente, ma a un personaggio che abbiamo creato insieme.

È una sorta di Lady Macbeth o di dark lady che manipola gli uomini.

Ruggero Deodato: Può capitare a chiunque.

Carlotta Morelli: Ci sono, e le ho conosciute, delle donne così. Ci tengo assolutamente a precisare che io non sono così. Nonostante non condividessi i loro comportamenti, ho sempre visto in loro una grande debolezza, una grande insicurezza. Perché alle donne viene imposto di essere in un certo modo dalla nostra società. Non tutte ci si riconoscono. Però alcune riescono a distaccarsi, altre si conformano a quello che la società impone e lo portano all’estremo. All’uso del corpo quasi violando la propria femminilità, il proprio essere donna.

Ruggero Deodato: E diventare delle majorette. Ci sono degli uomini che sono dei manovratori incredibili. A me danno fastidio già come attaccano a parlare. Vedo subito che possono manipolare qualsiasi donna. Sono terribili, mi fanno paura. Io sono l’opposto di queste persone. A volte mi chiedo: “Io riuscirò a fare il regista?”, perché non riesco a manipolare un’attrice fino a un certo punto. Io lo faccio con grazia. Però non riuscirei a fare delle cose estreme. Probabilmente no. Forse l’ho fatto, ma in modo inconsapevole.

Carlotta Morelli: Però secondo me la cosa interessante del personaggio di Lenka è che quando uno vede il film, la vede come una ragazza forte che manipola tutti quanti. Ma questo secondo me viene da un’estrema debolezza. Lei quando si trova sola con Duke, gli chiede: “Cosa ti ha detto Jacopo di me?”. Lei è insicura in realtà.

Hai fatto un lavoro sulla biografia alla Actor’s Studio, nel senso cioè di immaginare la vita precedente del personaggio in modo da capire perché nella contingenza presa in esame dal film si comportase in un certo modo?

Carlotta Morelli: Sì, però ho usato le mie esperienze personali. Anzitutto, questo non so neanche se te l’ho mai detto [rivolta a Deodato], ho ascoltato tantissima musica metal…

Ruggero Deodato: Perché io la odio.

Carlotta Morelli: Anch’io, con tutto il rispetto per il genere. Però il metal è una cosa che se tu ce l’hai dentro, un qualcosa di urlato, sporco, profondo, quello secondo me doveva essere dentro. E fuori invece un’immagine diversa, di una ragazza normale.

Ruggero Deodato: Sai una cosa che coinvolge la gioventù di adesso? L’ignoranza. Un’ignoranza tremenda. Non sanno un cavolo. Noi, negli anni Sessanta sapevamo tutto, anche cose di trent’anni prima. C’è una mancanza di memoria che è tremenda. Perché cascano come polli. Questa è la cosa che mi sconvolge. Adesso se tu chiedi a un giovane chi è Mastroianni, non sa chi è. Mastroianni? Chi è? E, posso dire una cosa tremenda? Un’americana pensa che il DNA di un nero sia lo stesso di tutti gli altri neri. C’è un’ignoranza. Io lo vedo nei giochi che fanno. Come fanno a non sapere le cose elementari.

Carlotta Morelli: Non tutti però. Io penso che in questo momento ci sia una fortissima sfiducia nei confronti dei giovani. Tantissimi sono sicuramente come dici tu.

Ruggero Deodato: Tu mi dici sempre che li metto nel mucchio. Ma li devo mettere nel mucchio, perché lo vedo. Quando parlo della cronaca nera, questa è la base di tutto. Mia figlia vede solamente Disney. A 15 anni non può vedere solo quello. Quando avevo io quell’età, mio padre mi diceva una cosa, mia madre ne diceva un’altra. Mio padre mi diceva “Devi studiare!”, invece mia madre a noi figli diceva: “Fate come vostro zio, che adesso ha l’aereo privato e va in Africa”. E io ero solo. A 15 anni pensavo così. Chi pensa, dei giovani, di essere solo? Nessuno.

Carlotta Morelli: Ma perché?

Ruggero Deodato: Perché forse non hanno la base della famiglia.

Carlotta Morelli: Forse perché i genitori sono sempre lì.

Ruggero Deodato: Nella mia famiglia stavamo a tavola, tutti quanti insieme, guai se mancava uno. Adesso io non ci posso stare con mia figlia a mangiare. Lei dice “Papà, ciao”, quando arrivano le amiche, mi dice “Papà, ciao”. Questo penso che sia elementare. Se non hai un appoggio. Tu ragioni un po’ all’inglese. Loro sono sempre stati così. A 15-16 anni fuori di casa. Vai! Specialmente la femmina poi. In Italia non è mai stato così. Io ho avuto la fortuna di avere dei genitori che la pensavano così. Avevo una nonna belga. A 12 anni mi dava 1000 lire e mi diceva “Vai con l’autostop”. Io facevo di tutto. Scaricavo le casse a Monaco di Baviera. Ma era un altro tipo di famiglia. Invece questi tutti bamboccioni. Prima si era pure bamboccioni, però eruditi. Perché avevano le basi famigliari. Avevano una cultura familiare. Adesso sono sbandati. Alla prima difficoltà dicono: “Oddio, e adesso?”. Non va bene. Io a 17 anni con il mio amico, il figlio di Rossellini, non andavamo alle movide. Andavamo in via Veneto a parlare con gli intellettuali dell’epoca.

Carlotta Morelli: Però è cambiato il mondo. Oggi non è più così, purtroppo. Io vedo un po’ entrambe le facce della medaglia. Questa è l’era dei social media. Tutto è più facile. Però allo stesso tempo è anche tutto più difficile. Io mi interrogo spesso. Perché ritengo di far parte della categoria dei giovani di oggi.

Ruggero Deodato: Sono contrario a quello che dice lei perché ritengo che sia talmente facile. Se avessi la loro età, sarei a penare per trovare un lavoro? Ma neanche un attimo, perché basta dare una spintarella a uno. Se tu non bevi, non fumi, non ti droghi, hai già conquistato il posto.

Carlotta Morelli: Ma non è più così! Andy Warhol disse: “Presto tutti saranno famosi per 15 minuti”. E aveva ragione.

Ruggero Deodato: E a che età sono morti, gli Andy Warhol e quelli là?

Carlotta Morelli: Lui parlava del futuro.

Ruggero Deodato: Quelli non hanno futuro. Sono già segnati, non hanno futuro. Quei pittori…

Carlotta Morelli: Volevo dire che oggi è più facile far parlare di sé per 15 minuti piuttosto che riuscire a fare una carriera. Piuttosto che riuscire a costruire qualcosa di sostanzioso che oggi è più difficile.

Ruggero Deodato: Non sono d’accordo, è molto facile. Perché sei talmente circondato da beoti. Questa intervista è bellissima perché io e lei siamo diversi completamente, non so come ho fatto a plasmarla per un film.

Tornando al film Ballad in Blood, l’ho trovato molto hitchcokiano con questa persistenza del cadavere nella casa degli studenti, che ogni tanto si cerca invano di smaltire, con questa presenza macabra del corpo.

Ruggero Deodato: Forse la scena più bella, ma dovevo forzarla ancora di più, è quella in cui lei sta parlando di cose futili, il cane, ecc., e lo dice con il cadavere vicino. Me la sono giocata male. Funziona, però io me la dovevo giocare più forte. Dovevo sentire addirittura l’odore della decomposizione. Non l’ho fatto. Malgrado il dissidio che ho con i giovani, che odio…

Carlotta Morelli: Non è vero, in realtà lui adora i giovani…

Ruggero Deodato: Perché io sono attivo al 100%, porca miseria, alla mia veneranda età. Con Carlotta litigherei dalla mattina alla sera, meno male che non siamo né amanti, né fidanzati.

Carlotta Morelli: Né parenti, per carità.

Ruggero Deodato: Però io ho stima di lei perché è brava.

Carlotta Morelli: Ed è reciproca. Io assolutamente non avrei mai creduto di scoprire in Ruggero una persona, non perché pensassi che fosse una brutta persona. Ma per la differenza d’età e di esperienza. Io nella prima scena del film dovevo rollare una canna, e le mani mi tremavano da morire. Per me era uno step enorme. E poi invece siamo rimasti in contatto. Ci vediamo ai festival. Ci incontriamo.

Ruggero Deodato: Io ci vado malvolentieri se non c’è lei.

[A Deodato] In merito alla tua carriera, e tornando al genere cannibalico, volevo chiederti qual è stata l’influenza dei mondo movie di Gualtiero Jacopetti.

Ruggero Deodato: Io amavo Jacopetti. Ho usato come musicista anch’io Riz Ortolani. Non ho potuto usare la sua tecnica cinematografica, perché lui ha applicato i primi teleobiettivi, quelle immagini fantastiche, le fucilazioni. Quello non lo potevo fare perché io dovevo fare un film cialtrone, perché Cannibal Holocaust è cialtrone come film. Però lo amavo da morire. Poi però il film era un’accusa verso di lui. Quando tutti mi dicevano di andarlo a conoscere, perché era anziano ed era l’occasione, non ho avuto il coraggio. Trovavo che lui fosse un giornalista straordinario. Ho lavorato con un suo collaboratore che mi ha fatto da produttore per il telefilm All’ultimo minuto. Mi sarebbe sembrato di andare a trovare un avversario. Quello verso cui avevo fatto un film contro. Non me la sentivo. Però l’ho amato.

Immagino che l’ispirazione per Cannibal Holocaust ti sia anche venuta dalle vicende processuali di Africa addio.

Ruggero Deodato: Lui è stato accusato di tutto. Di fascismo. Di aver detto ai soldati a proposito del condannato a morte: “Fucilatelo lì, a quell’ora, perché io devo preparare la cinepresa…”. Io non farei mai una cosa del genere. È agli antipodi della mia mentalità. Ero contro. Però che sfida che ha lanciato. E poi era un bellissimo uomo, pieno di fascino, pieno di belle donne. È stato processato perché è andato con una zingarella minorenne. Era insieme a Belinda Lee, una donna di una bellezza…

Conosci il film L’occhio selvaggio di Paolo Cavara? Perché viene spesso accostato a Cannibal Holocaust per la comune ispirazione anti-jacopettiana, per aver mostrato il cinismo e la capacità di manipolazione dei mass media proprio prendendo a modello Jacopetti.

Ruggero Deodato: Sì, anche se certo non l’ho copiato. Se ho un pregio, e un difetto, è che non riesco a copiare. Se mi viene un’idea che poi qualcuno mi dice: “Guarda, c’è anche in un altro film”, la cancello subito. L’ispirazione comune viene da Jacopetti sicuramente. La stessa ispirazione però con gli attori. Fine. Senza il documentario. Non mi interessava il documentario, mi interessava il film. Fare attuare ai quattro ragazzi la storia. Che poi è talmente semplice.

Info
La scheda di Ballad in Blood sul sito del Trieste Science Plus Fiction.

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