A.I. – Intelligenza Artificiale

A.I. – Intelligenza Artificiale

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Al Torino Film Festival, nella retrospettiva Cose che verranno, viene ospitato anche A.I., una delle creature meno comprese dell’intera carriera di Steven Spielberg.

Senza famiglia

In un mondo devastato dai cataclismi ambientali, alcuni scienziati costruiscono automi-bambini in grado di provare emozioni, mentre gli uomini sembrano sempre più incapaci di sentimenti. Tratto da un racconto di Brian Aldiss (Supertoys che durano tutta l’estate) e basato su una sceneggiatura incompiuta di Stanley Kubrick, una variante futuristica di Pinocchio, e uno dei film più cupi e personali di Spielberg, digressione esemplare sui labili confini tra umano e sintetico. [sinossi]

A.I. – Intelligenza Artificiale, che fu presentato nella notte veneziana della Mostra 2001 con un video da Steven Spielberg, non presente al Lido, è il primo dei tre approcci alla fantascienza che in qualche modo segnano l’ingresso nel Terzo Millennio per il regista de Lo squalo; appena un anno dopo, nel 2002, sarà la volta di Minority Report, liberissimo ma non per questo irrispettoso adattamento di un racconto di Philip K. Dick, seguito nel 2005 da La guerra dei mondi, che torna invece a mettere in immagini il celebre romanzo di H.G. Wells. Il rapporto tra Spielberg e lo sci-fi è d’altronde noto anche ai più distratti, e si sviluppa attraverso l’intera carriera del regista, da Incontri ravvicinati del terzo tipo agli alieni del finale di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, passando per i primi due capitoli di Jurassic Park e senza dimenticare ovviamente E.T. l’extra-terrestre.
Proprio con la buffa creatura costruita da Carlo Rambaldi si confronta, venti anni dopo, A.I. – Intelligenza Artificiale, e non solo per l’appartenenza al genere o per il fatto che entrambi i titoli sfruttano gli acronimi. Come il tozzo alieno dal collo allungabile anche David, il mecha, il bambino-robot, è solo al mondo, sperduto, abbandonato dagli affetti (i simili del protagonista in E.T., la “mamma” che l’ha lasciato nel bosco con l’unica compagnia del suo orsacchiotto di peluche in A.I.), alla ricerca di una famiglia, di un ritorno a casa. La differenza, che a Spielberg interessa ben poco, è che E.T. è un essere organico, cellulare, mentre David è un insieme di chip, ha una natura artificiale, è un miracolo della scienza. Per uno di quei paradossi che rendono unica l’arte cinematografica, il “biologico” in scena fu reso possibile dall’ingegno di Rambaldi, e il mecha invece interpretato da un bambino in carne e ossa, quel Haley Joel Osment che a quasi trent’anni è ancora conosciuto quasi esclusivamente per questo ruolo e quello del di poco precedente Il sesto senso di M. Night Shyamalan [1].

Oggi, con A.I. – Intelligenza Artificiale con troppa facilità bollato come episodio minore della carriera di Spielberg, in pochi con ogni probabilità ne serbano memoria, ma all’epoca della sua presentazione a Venezia gran parte dell’attenzione mediatica si concentrò non tanto su quel che il film era, ma piuttosto su quel che avrebbe potuto essere, se Stanley Kubrick fosse sopravvissuto alla post-produzione di Eyes Wide Shut. A.I. nasce infatti dall’incontro tra Spielberg e Kubrick, che aveva acquistato i diritti del racconto di Brian Aldiss Supertoys Last All Summer Long sul finire degli anni Settanta e l’aveva portato avanti nel corso degli anni, avvicinando Spielberg in qualità di possibile produttore già nel 1985, per poi proporgli a metà degli anni Novanta di dirigerlo. Spielberg rifiutò, e A.I. (che Kubrick chiamava solo Pinocchio, avendo sempre letto il racconto di Aldiss come una versione futuristica della fiaba di Collodi) sarebbe dovuto essere il nuovo progetto di Kubrick dopo Eyes Wide Shut. La storia, come si sa, andò in ben altra direzione, e la vedova dell’autore de Il dottor Stranamore e il suo storico produttore Jan Harlan tornarono da Spielberg proponendogli di ripensare all’opzione di dirigere il film, forse anche per impedire che A.I. diventasse un incompiuto come il celeberrimo Napoleon, che alberga nei sogni di ogni cinefilo che si rispetti.
Trasformare in immagini una sceneggiatura già approvata da Kubrick – ma riscritta comunque da Spielberg, in una versione rispettosa di quella firmata da Ian Watson nel 1990 ma non pedissequa, come dimostra soprattutto il personaggio di Gigolò Joe – e farlo nel 2001, che per elezione è “l’anno” di Kubrick, non è ovviamente una cosa da prendere alla leggera, neanche per un autore del calibro di Spielberg. Sarebbe comunque ingiusto non considerare A.I. un film in tutto e per tutto di Spielberg, almeno quanto è ozioso interrogarsi su “cosa sarebbe accaduto se”; nel momento in cui Spielberg inizia a lavorare al film, questo aderisce completamente alla filosofia umanista del suo autore, allacciandosi – come si accennava già dianzi – alle opere che l’hanno preceduto.

Se l’aggettivo spielberghiano ha un senso (e ce l’ha, eccome), non si può non riconoscerlo nella storia dell’eternamente piccolo David, impossibilitato a crescere perché non umano, e vessato da tutti come ogni altro mecha, colpevole solo di aver cercato di imitare la realtà, senza poterla davvero vivere – almeno in apparenza, ovviamente. Spielberg divide in maniera ideale A.I. in tre atti: nel primo, David viene alla luce, scopre i suoi genitori (meglio, la mamma, che il maschile è com’è ovvio escluso dalla vita del mecha, non potendo lui raggiungere mai la pubertà) e li accetta come tali; nel secondo, David scopre la meschinità dell’umanità, la sua crudeltà e i suoi vizi, a loro volta imitati da un universo, quello robotico, che è destinato alla distruzione; nel terzo, David vive il sogno di poter essere umano. Un sogno. Se A.I. è davvero, come sosteneva Kubrick, una versione picaresca e robotica di Pinocchio, Spielberg ribalta la favola e la trasforma in un lungo, angoscioso incubo.
Il viaggio di David, che vaga alla ricerca della madre, convinto che essa non volesse davvero abbandonarlo – gettato via, come ogni giocattolo, all’arrivo della realtà, o di quella che si pretende tale, vale a dire il risveglio dal coma indotto del figlio naturale – è un lento incedere verso la morte. La morte degli affetti, la morte dell’umanità, la morte di un mondo che andrà incontro a una nuova era glaciale. Tutto muore, e l’unica memoria ancora intatta è quella di un bambino che bambino non è, un robot che ha vissuto millenni con l’unico desiderio di rivedere la madre, di ritrovare quella che crede essere la sua origine. A suo modo A.I. è una raffinata e dolente riflessione sulla Shoah, non evidente come fu per Schindler’s List, ma neanche meno capace di incidere con forza sull’immaginario dello spettatore. La distruzione sistematica dei mecha solo perché mecha non si basa forse sulla medesima barbarie che sorresse le basi del nazismo? Nel 2001 in molti si stupirono del flop commerciale di A.I., in un’epoca in cui Spielberg era ancora uno dei nomi più “spendibili” di Hollywood presso il grande pubblico, ma a distanza di quindici anni appare evidente come una visione così cupa dell’umano e uno scandaglio delle sue ipocrisie non potesse sperare in una gran risposta al botteghino (si parla di oltre duecento milioni di dollari di incasso a livello mondiale, comunque molto al di sotto delle aspettative).
Uscito in sala proprio a ridosso del crollo delle Twin Towers, A.I. disegna un’America non ferita ma ferale, abitata da una borghesia colta e volgarissima, addirittura barbarica. Il finale in cui David viene scongelato dagli alieni, che gli concedono una finta giornata con la madre (morta nella realtà da due millenni) prima di spegnerlo una volta per tutte, dai più accusato di “buonismo”, è invece solo l’ennesima stilettata allo spettatore. Come spesso capita nel cinema di Spielberg il buono vive e prospera in realtà solo nel falso, nell’impossibile (e si può trovare conferma anche nell’ultimo Il GGG – Il grande gigante gentile, a sua volta assai incompreso sia a Cannes sia al momento dell’uscita nelle sale statunitensi). La favola non esiste, è tale. Favola. Il mondo del reale (gretto, materiale, spesso privo di finezze) può incrociarsi con la favola, ma i due universi non potranno coincidere a lungo. E.T. se ne va sull’astronave, così come fa Roy Neary in Incontri ravvicinati del terzo tipo; l’unica avventura rimasta a Peter Pan è “vivere”. Così David può anche passare una lunga giornata fittizia solo con sua madre, ma non sarà mai la realtà. Quella parla di uomini e donne pronte alla distruzione, alla furia. Disumani, non come i robot.

Note
1. Dopo una lunga e dimenticabile parentesi in cui le parti cinematografiche sono state persino meno interessanti del lavoro di doppiaggio per il videogioco Kingdom Hearts, Osment sembra essere diventato un pupillo di Kevin Smith; dapprima un ruolo secondario in Tusk, ora addirittura la parte di Adrien Arcand, il “Führer canadese” fondatore del movimento nazista nel profondo nord americano, in Yoga Hosers, presente come A.I. nel programma del Torino Film Festival 2016.
Info
Il trailer di A.I.
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