Il dormiglione

Il dormiglione

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Il dormiglione segna l’incursione di Woody Allen, alla quinta regia, nei territori della fantascienza, tra eversioni del corpo e del linguaggio. A Torino nella retrospettiva Cose che verranno.

Il robot maggiordomo, Stracci il cane e la rivoluzione

Ibernato nel 1973, all’età di 35 anni, il clarinettista e proprietario di un ristorante per vegetariani, Mike Monroe, si risveglia due secoli dopo in un mondo irriconoscibile. Gli uomini sono diventati tutti impotenti, e le donne frigide; il lavoro manuale è stato affidato a un esercito di robot; sono scomparse le nazioni, spazzate via da una guerra atomica e la Terra è divisa in due distretti, l’oriente e l’occidente. Sulla parte orientale governa, con l’aiuto della polizia e praticando agli oppositori il lavaggio del cervello, un dittatore, il “Leader”, nemico dei sovversivi e degli intellettuali. [sinossi]

Rivedere un film come Il dormiglione a più di quarant’anni dalla sua realizzazione non permette solo di riscoprire un piccolo gioiello di comicità surreale, ma anche e soprattutto di tornare con lo sguardo a un’epoca che percepiva la figura di Woody Allen in maniera sensibilmente diversa da quella attuale. Se ora Allen è doverosamente riconosciuto come un maestro del cinema, autore chiave in grado di mescolare umori bergmaniani e felliniani a un autobiografismo sapido e spietato, quando uscì nelle sale Il dormiglione, sua quinta regia, era considerato “solo” un ottimo comico, restauratore di quel diritto al ghigno surreale che il cinema sembrava aver in gran parte rimosso. Dopotutto i tempi di Io e Annie, primo titolo spartiacque della sua carriera (premiato con l’Oscar) erano ancora di là da venire, e il maggior successo commerciale Allen l’aveva ottenuto con un film scritto e interpretato da lui, ma diretto da Herbert Ross, Provaci ancora, Sam.

I film per i quali era stato allo stesso tempo davanti e dietro la macchina da presa, da Prendi i soldi e scappa (forse il suo capolavoro pre-Io e Annie insieme allo spassoso Amore e guerra, folle e geniale omaggio alla letteratura russa del Diciannovesimo secolo) a Il dittatore dello stato libero di Bananas, avevano in ogni caso segnalato un regista caustico, anarcoide, pronto a maneggiare anche la materia più grossolana per sovvertire le regole, a volte scavalcando lo schermo per rivolgersi direttamente al pubblico, come se non esistesse differenza alcuna tra il cinema e i soliloqui da palco nei quali si era formato.
Si muove sulla medesima linea direttrice anche Il dormiglione, che raggiunge le sale a un anno di distanza da Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere, di tutti il suo film più sbrindellato, auto-sabotato, sconnesso (spesso volutamente). Può dunque apparire sorprendente che Il dormiglione, pur non disdegnando il ricorso al gag, magari anche facile – il rapimento del naso del presidente, l’incapacità del protagonista di gestire il proprio corpo dopo lo scongelamento -, si regga su un’idea di partenza forte e su uno script per niente basico, ma anzi piuttosto movimentato. La storia del proprietario del ristorante vegetariano Il sedano allegro che si ritrova nel futuro dopo essere stato criogenizzato durante una banale operazione, finisce per lavorare come robot (!) per un’artistoide borghese della quale immancabilmente si innamora e con lei entra poi in clandestinità per combattere un feroce dittatore, rinnova l’amore per le carambole picaresche già evidenziate in Bananas e che troveranno una maturità compiuta in seguito, con titoli come Misterioso omicidio a Manhattan e soprattutto il sublime Broadway Danny Rose, dove autobiografia, slapstick, patetismo e omaggio al genere (in quel caso il mafia-movie) si fonderanno senza forzature.

Già, il genere. Al di là della sua straripante componente comica Il dormiglione è un film di fantascienza a tutti gli effetti, e trova degna ospitalità nella retrospettiva organizzata per il secondo anno consecutivo dal Torino Film Festival. Allen ovviamente gioca con i codici del genere, e la coperta del futuribile serve soprattutto a tenere al caldo gli ingranaggi della trama, ma è facile intravedere il rispetto che il regista newyorchese mostra nei confronti della materia trattata.
Mettendo in scena una società del tutto speculare a quella del 1973, per abitudini, classi sociali e relative idiosincrasie, Allen si concentra sulle forme del futuro. Queste sono mutuate in gran parte da Lang e Kubrick, ma rimandano anche a Viaggio allucinante di Richard Fleischer. Ecco dunque scenografie geometriche ed eccentriche, androidi, blob (evoluzioni dirette di quel che si produce in cucina…) e tutto il resto dell’armamentario sci-fi. Sarebbe interessante rileggere l’intera carriera di Allen nell’ottica di un’interpretazione dei generi della Hollywood classica, dal noir al thriller, dal mélo al fantastico e allo sci-fi. Uno spaesamento del corpo e del linguaggio in un’ottica di regime del genere. Ci si renderebbe probabilmente conto di quanto questo geniale autore non abbia sovvertito tutto per adattarlo a sé e alla propria vita, ma al contrario sia stato in grado di trovare quel punto invisibile in cui riesce a essere contemporaneamente Hollywood, e la sua nemesi.

Info
Il trailer de Il dormiglione.
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