A pugni chiusi

A pugni chiusi

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A pugni chiusi è una bella passeggiata nella memoria. Quella di Lou Castel, l’attore/militante che ha prestato il volto ai turbamenti di un’intera generazione muovendosi disordinatamente con i pugni in tasca e il cuore in tumulto. In concorso in Italiana.doc a Torino.

Una passeggiata nella memoria

Attraversando una Roma sospesa, a metà tra archeologia post-industriale e relitti pasoliniani, Castel si apre ad un lungo flusso di (in)coscienza sulla complessità e le contraddizioni del suo ruolo d’attore e, insieme, di militante politico. [sinossi]

A pugni chiusi è una bella passeggiata nella memoria. Quella privata di Lou Castel, innanzitutto, l’attore/militante che ha prestato il volto ai turbamenti di un’intera generazione muovendosi disordinatamente con I pugni in tasca e il cuore in tumulto. E poi quella condivisa, ovviamente, con immagini d’archivio che erompono come presentificazione di ricordi diventati l’immaginario di un Paese fotografato in quel momento cruciale: “Io ho vissuto prima del ‘68, un modo particolare di sperimentare, il pre ‘68 è stato molto importante, in ogni gesto, in ogni trovata, si cercava la liberazione interna, individuale, non c’era ancora l’esplosione sociale, si tende a dimenticare questo fatto”. Ecco, Lou Castel è una delle poche icone di quel tempo prima della rivoluzione (tanto per far collidere l’immaginario bertolucciano con quello bellocchiano), ossia di una liberazione individuale da raggiungere attraverso un gesto artistico che diventi perennemente sentimento incontaminato, ossia frutto di una rivoluzione che rimanga sempre sospesa in un tempo infantile e assoluto. Nei sogni, soprattutto, quindi nel cinema.

Il film di Pierpaolo De Sanctis tratteggia benissimo la scintilla di questa fusione (in)volontaria tra corpo e immagine, tra sentimento e gesto, pedinando Lou Castel mentre crea ancora oggi una sua personale geografia romana (Ostiense, San Lorenzo, Parco Leonardo) muovendosi nello spazio vuoto e creando continui scarti nel tempo di una narrazione così sincera. L’uomo-Castel scopre il suo passato (la vista del gasometro come illuminazione e squarcio di memoria) per poi fermarsi in una grande sala vuota in cerca di immagini, fotografie, espressioni, solitudini, gesti che raccontino quei sentimenti. L’archivio di tracce mediali diventa esso stesso un corpo (l’attore-Castel) che sopravvive testimoniando la complessità di un periodo dove ideologia e immagini iniziavano a fondersi indissolubilmente: “Ero entusiasta di andare a fare inchieste in Calabria a vedere contraddizioni. Un tale studente però mi dice: ma tu hai recitato in Grazie zia! L’hai poi scopata la Gastoni? Io invece parlavo di Mao Tse-tung…contraddizioni dell’attore maoista, allora tornai a Roma e continuai a recitare”. Sperimentando pian piano l’alienazione.

La strada e il cinema, lo spazio e il tempo, i due vettori principali del movimento di Castel vengono configurati con estrema lucidità da De Sanctis che “ambienta” il suo film nelle pieghe di questa dialettica cercando il sentimento dietro le contraddizioni della Storia: come essere attore cinematografico e militante maoista nel contempo? Come può il cinema che è anche un prodotto industriale essere il veicolo di liberazione delle masse? Ecco: questo film non ha la pretesa di voler spiegare a tutti i costi la complessità di quel periodo, né tantomeno quella di prendere facili scorciatoie ideologiche che ipotechino un’interpretazione blindata, ma si accontenta intelligentemente di pedinare una persona e i suoi ricordi per far trasparire proprio quella complessità di fondo. Concedendo così allo spettatore la possibilità di (ri)conoscere un uomo, un attore, le sue idee, la sua ascesa, le sue utopie, le sue sconfitte, calate nel mondo odierno che simbolicamente non può che percepire come “vuoto” e “deserto”. Perché Lou Castel vive ancora la sua contraddizione, il suo sogno e il suo dolore. Ed è lì che rispettosamente il film lo lascia: sulle scale di un multiplex alienante, mentre ritorna Ale per pochi frame, sbraitando ancora con i pugni in tasca e il cuore in tumulto nell’immagine/immaginario del pre-68. Questo film è un movimento disordinato, come una bella passeggiata nella memoria…

Note
Poiché uno dei fondatori di Quinlan, Alessandro Aniballi, ha collaborato alla sceneggiatura del film, abbiamo chiesto a Pietro Masciullo di Sentieri Selvaggi di parlare di A pugni chiusi al nostro posto. Lo ringraziamo per questo.
Info
La scheda di A pugni chiusi sul sito del Torino Film Festival.
La pagina Facebook di A pugni chiusi.
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