Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi

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Vita e opere di Giuseppe Verdi in una biografia fortemente romanzata che sfiora l’agiografia. Ma Raffaello Matarazzo conferma una volta di più di disporre di una potenza espressiva e figurativa spesso troppo trascurata. Al TFF per Festa Mobile/Festa Vintage.

Purché se ne parli

26 gennaio 1901. Durante una rappresentazione dell’Otello si diffonde la notizia che Giuseppe Verdi è in precarie condizioni di salute. Sul letto di morte il Maestro ripercorre la sua vita e carriera nelle loro fasi più salienti. Dal matrimonio con Margherita Barezzi alla precoce perdita di moglie e figlio, alla passione contrastata per la cantante Giuseppina Strepponi, destinata a diventare la sua seconda consorte. Intanto, dopo le prime difficoltà le sue opere musicali conquistano un successo strepitoso, soffiando anche sui sentimenti unitari e indipendentisti di un’Italia ancora occupata e frammentata da potenze straniere… [sinossi]

A ogni epoca il suo star system. Nell’Ottocento dell’Italia ancora politicamente frantumata ma ribollente di tensioni e aspirazioni all’unità e ancora in epoca di pre-cinema, i probabili grandi protagonisti di un “proto-gossip” (si passi l’orrore modernista) si configuravano nei compositori musicali e nei cantanti che animavano un primo fenomeno di spettacolo di massa: l’opera e il melodramma musicale. Il desiderio di spalancare la tendina dei camerini e sbirciare il dietro-le-quinte nasce con l’idea stessa di spettacolo, che in quanto allestimento puramente finzionale suscita enormi curiosità sugli spazi inaccessibili, sulla verità celata di chi concede la propria vita alla celebrazione dell’illusione. Su quel tipo di vita, soprattutto, che alla gente comune appare splendente e brillantissima. Così gli aneddoti e le leggende sui grandi Maestri del melodramma ottocentesco italiano abbondano da allora ai giorni nostri, spesso alimentati al tempo anche con una certa malignità incrociata per giocare di concorrenza sleale con gli avversari musicali (giochetti di pettegolezzo spesso montati ad arte dagli impresari: “Bene o male, purché se ne parli”, insomma).

A ben vedere è quel che accade anche in Giuseppe Verdi (1953) di Raffaello Matarazzo, in cui l’autore di tanti melodrammi popolari interpretati dalla coppia Amedeo Nazzari-Yvonne Sanson sintetizza e comprime rapidamente la vita del Maestro parmense lasciandosi tentare volentieri dalla rilettura (quasi) puramente romanzata, in cui insomma la verità biografica è piegata a una precisa poetica personale sotto una nuova forma aneddotica. Tramite un’operazione di estrema condensazione narrativa, Matarazzo corre via veloce sul momento e il mistero della creazione artistica per dedicarsi quasi totalmente a un melodramma del tutto coerente col suo cinema anni Cinquanta.
In pratica Verdi, le sue donne e le sue beghe sentimental-familiari diventano materiale narrativo per un consueto dramma lacrimoso in cui però è prevista la redenzione, il premio per i giusti e il lieto fine. Curiosamente Matarazzo sembra farsi cogliere da pudore rispetto ai fatti reali, e nella finzione filmica Verdi ha un solo figlio destinato a morte precoce, mentre nella realtà il Maestro ne perse addirittura due e poco dopo anche la prima moglie. La scelta di ridurre il numero dei figli di Verdi sembra tuttavia rispondere a una pura esigenza di semplificazione narrativa, mentre il film conserva comunque la struttura portante di un melodramma centrato su morte, dolore, espiazione e riscatto. E, soprattutto, si erge una consueta figura di anziano (qui il suocero di Verdi) che ostacola il successivo amore del compositore per Giuseppina Strepponi, per poi redimersi aiutando i due innamorati a ricongiungersi.
Ovviamente l’operazione mantiene un taglio fortemente popolare e agiografico, improntato alla celebrazione acritica del Verdi pubblico e pure privato. La riflessione sulla creazione artistica è limitata al risuonar dell’aria del “Va, pensiero” che Verdi ode dentro di sé al contatto col libretto del “Nabucco”, secondo l’idea più facilmente romantica dell’ispirazione artistica come rivelazione istantanea e misterica, ai limiti della Grazia divina. Matarazzo dà anche ampio risalto alla caratura nazionale della musica di Verdi, alla sua capacità di raccogliere le masse intorno all’idea di unità e indipendenza, con relative ricadute nei difficili rapporti con le autorità austriache. Tale spiccato nazionalismo rientra perfettamente in un progetto cinematografico che prevede la celebrazione di valori pacificamente conservatori, ivi compresa la ben nota componente misticheggiante del cinema di Matarazzo, che qui raggiunge il suo apice nel raggio di luce (magnificamente eccessivo) sceso dall’alto sul letto del Verdi morente.

Il cinema di Matarazzo è spesso un cinema di santi, che tanti martirii debbono superare prima di giungere alla giusta ricompensa. Che siano il terraceo Amedeo Nazzari o mostri sacri della storia della musica mondiale, le creature di Matarazzo sono angelicate e torturate, perseguitate dal fato avverso e/o da qualche cattivo o cattivone. A una predominante struttura di melodramma popolare Giuseppe Verdi affianca però una costruzione ben più composita e problematica, che sembra andare incontro a varie esigenze di consumo popolare. Se la vicenda sentimentale e ampiamente romanzata tra Verdi e la Strepponi resta il principale braccio narrativo, al contempo Matarazzo apre anche pagine rapidamente antologiche sulle musiche e rappresentazioni teatrali del Maestro, ripercorrendo con brevi pennellate le opere maggiori da lui composte.
In tal senso Giuseppe Verdi trasporta in un veicolo narrativo più agile e immediato quel che magari è inaccessibile al popolo. In pratica Matarazzo rende fruibile alla sconfinata provincia italiana le opere di un mito musicale con approccio onestamente divulgativo. Supportato dagli interventi di Mario Del Monaco e Tito Gobbi, il film si profila come un atto di democratizzazione dell’opera classica (procedimento, a ben vedere, comune a tutto il filone del “film d’opera” che aveva acquisito grande popolarità nel cinema italiano tra anni Quaranta e Cinquanta). In tal senso si spiega la natura proteiforme della macrostruttura narrativa, che alterna senza eccessive preoccupazioni di coerenza ed economia ampie parti di biografia romanzata ad estese parentesi operistiche: basti pensare alla lunga sezione dedicata al “Rigoletto”, la più evidente nella sua natura di fuor d’opera rispetto alla linea del racconto.

Melodramma, occasione di fruizione musicale e operistica, gusto antologico e divulgativo: varie facce di un unico scopo sanamente e nobilmente popolare. Se tutto ciò attiene a un corpus abbastanza noto di luoghi comuni sul cinema di Matarazzo, d’altro canto Giuseppe Verdi torna a ricordarci una volta di più l’estrema eleganza figurativa di un autore che troppo spesso è stato liquidato come retrivo e commerciale.
Più volte Matarazzo mostra qui un gusto pittorico non derivativo ma di assoluta “prima mano”, e un uso altamente espressivo delle piacevoli risorse del FerraniaColor (il colore che più di tutti, forse anche del Technicolor, è capace di individuare un’epoca e una cinematografia nazionale). Alla sostanziale bidimensionalità dei tanti dialoghi a due tra i personaggi, Matarazzo alterna spesso e sapientemente l’uso della profondità di campo, combinata al colore e alle ombre in preziose pagine di gusto figurativo. Le camminate nella notte di Margherita e di Verdi, le ariose inquadrature di salotti e ricevimenti, i languidi camerini della Strepponi.
E almeno in un’occasione Matarazzo piega il proprio gusto figurativo agli scopi di una mirabile sequenza dall’intenso simbolismo: quella salita di Verdi alla sua abitazione nella sera di Carnevale, quando apprende che suo figlio è morto, e nel silenzio più totale i festanti raccolti lungo la scala si tolgono la maschera uno dopo l’altro. Il lacrimoso che si traduce in intensità simbolica. La festa che spegne se stessa nel rovescio del lutto. Le perle nascoste nel cinema sciovinisticamente chiamato popolare.

Info
La scheda di Giuseppe Verdi sul sito del Torino Film Festival.

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