Los decentes

Los decentes

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Il nudo come recupero di se stessi e come detonatore di conflitti sociali. Los decentes di Lukas Valenta Rinner tenta l’apologo antiborghese tramite gli strumenti della satira ghignante, ma il discorso è risaputo e assai poco vivacizzato da nuove letture. In concorso al TFF.

Spogliamoci così senza pudor

Belèn viene assunta come cameriera in una lussuosa magione alla periferia di Buenos Aires. La donna, rabbiosa e di poche parole, svolge correttamente i propri compiti, almeno finché non intravede al di là della siepe quel che accade nella proprietà confinante. Lo spazio è stato infatti trasformato in una comune dove è praticato il nudismo, con annessi seminari di recupero di se stessi. Dapprima sconvolta, Belèn si lascia a poco a poco affascinare da quella realtà per lei nuova… [sinossi]

Il nudo rovescia, il nudo sovverte. Il nudo è recupero di una dimensione primigenia, pre-culturale, che si disinteressa totalmente di facili questioni estetiche. Il nudo è ritornare a se stessi, riprendere totale e sereno contatto con ciò che siamo.
Frutto di un’inedita coproduzione austro-sudcoreano-argentina, Los decentes di Lukas Valenta Rinner porta già nel titolo la questione del decoro, epifenomeno di un più generale conflitto tra natura e cultura, represso e repressione, conformismo e contestazione. L’idea di decenza regola leggi sociali e rapporti di classe dacché esiste l’uomo, secondo un meccanismo di inclusione/esclusione decisamente spietato. In Los decentes vi è un ulteriore elemento a fungere da regolatore: il denaro, e il relativo divario tra chi ne dispone e chi non ce l’ha. Dopo una rapida selezione del personale in apertura, è infatti l’umile Belèn a finire a servizio di una ricca famiglia di Buenos Aires. La famiglia, composta soltanto da madre e figlio, vive in una lussuosa magione trasformata in una sorta di bunker, con tanto di filo spinato elettrificato a tenere lontani rischi e scocciatori.
Animata da un disagio non meglio definito, Belèn parla pochissimo e svolge ossequiosamente il suo dovere, finché non intravede al di là della siepe di cinta quel che accade nella tenuta confinante. Lì accanto si è stabilita infatti un’imprecisata comune che pratica il nudismo, affiancando a ciò un programma di seminari atti al recupero di se stessi. Dapprima sconvolta, Belèn inizia poi a partecipare volentieri a tale esperienza, con esiti imprevedibili.

O meglio, abbastanza prevedibili in realtà. Risiede in ciò infatti il maggiore limite di Los decentes, che a fronte di indubbi meriti di regia ripercorre strade di provocazione ben risapute e assai poco vivacizzate da una nuova lettura. Tra i meriti va sicuramente annoverata la capacità di aderire a un racconto fatto di astrazioni e tempi lunghi, in cui il rilievo dato all’oggetto (dalla casa ai servizi di bicchieri custoditi con estrema gelosia) va a contrastare con l’estrema rarefazione delle situazioni.
Valenta Rinner si affida alla composizione geometrica, organizzando lo spazio filmico con precise figurazioni, a cominciare dai campi lunghi sulla magione che occupa tutta l’inquadratura come un perfetto rettangolo. A questo affianca il frequente ricorso al long take, sia fisso sia in movimento, specie nelle lunghe peregrinazioni di Belèn. Altrettanto ben intagliata è la costruzione del personaggio principale, che parla quasi solo con lo sguardo, alternando quiete a sottaciuti furori. La stessa plasticità è riservata alle inquadrature dei nudi, franchi e diretti nel loro mostrarsi sfatti e imperfetti, o magari poco dotati sotto il profilo virile.

Valenta Rinner punta insomma alla satira provocatoria, strappando più volte la risata tramite l’evocazione di un universo di umanissimi freak, osservati né con cattiveria né con indulgenza, bensì in quanto tali e semplicemente “esistenti”. A poco a poco in Los decentes non c’è più spazio per la repressione, e non è un caso che nel violento finale cada vittima anche il timido corteggiatore di Belèn, “colpevole” di non sapersi liberare dai condizionamenti e vivere serenamente la propria sessualità.
Tuttavia il discorso di Valenta Rinner non vuol limitarsi all’esplosione di un sano e liberatorio erotismo come portato del ripreso contatto col proprio corpo, ma tramite lo schiaffo del nudo vuol giungere altresì a un’ampia allegoria sulla lotta di classe, in cui i termini del conflitto sono prevedibilmente famiglia borghese disfunzionale e turbolenze proletarie.

A dire il vero il tentativo è ammirevole dal momento che certe parole d’ordine come “lotta di classe” stanno entrando a far parte del museo storico della cultura internazionale, e capita sempre più di rado di imbattersi in un cinema che faccia proprie tali provocazioni. Ma Valenta Rinner non riesce a rendere di nuovo fertile un discorso ampiamente dissodato in passato, e Los decentes finisce per ottenere l’effetto contrario, ovvero nelle sue astrattezze di apologo universale sembra parlare di un’eterna vicenda con gli strumenti di sempre, quelli che già conosciamo, motivati dalle più risapute polarità. Non può esistere famiglia borghese senza tare, non può esistere repressione sessuale senza patologia, sul finale l’esplosione generale ci sta sempre bene, e via dicendo. Per cui Los decentes appare mosso dalle migliori intenzioni, ma suscita pochi entusiasmi e mette voglia di andare a rivedersi qualche autore che su tali materie narrative riusciva a dare vita a opere ben più significative. Bellocchio, e se vogliamo pure qualcosa di Samperi.

Info
La scheda di Los decentes sul sito del Torino Film Festival.
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