Jesus

Teen movie e parabola morale dalle tragiche implicazioni etiche, Jesus di Fernando Guzzoni è un film a tesi, ma riesce a raccontarci senza filtri i tormenti della gioventù cilena. In concorso al TFF.

Innocenti evasioni

La ricerca della propria identità spinge il diciottenne Jesús a mettere continuamente alla prova i propri limiti. Questo, però, porta lui e i suoi amici a compiere un’azione dalla quale nessuno può tornare indietro. La sola persona a cui rivolgersi, allora, è la più inaspettata, cioè il padre di Jesús, con il quale il ragazzo ha un rapporto superficiale, nonostante sia l’unico genitore rimastogli. [sinossi]

Quella tra padre e figlio è una relazione complessa, foriera di tragici sviluppi. Due sono gli archetipi proposti dalla mitologia greca, e indagati in seguito dalla psicoanalisi, dalla letteratura, dal cinema: il padre Crono che inghiotte i figli, per preservare il suo potere, oppure il figlio Edipo che uccide il padre per giacere con la madre, e ottenere anche il potere. Ha il sentore di un’antica e ineludibile tragedia Jesus, opera seconda del cileno Fernando Guzzoni, sviluppata in seno al Torino Film Lab e ora in competizione al festival sabaudo. Il giovane autore cileno mescola racconto di formazione e parabola morale, adotta gli stilemi di un teen movie ruvido e scabroso (siamo più dalle parti di Gummo che da quelle di Stand by Me), senza dimenticare di offrirci, relegato sullo sfondo, ma ben presente, il suo punto di vista su una nuova generazione di cileni che ha avuto la fortuna di non conoscere personalmente gli orrori della dittatura di Pinochet, ma ne possiede, quasi per eredità generica, la violenza.

Jesus procede con una narrazione scissa in due parti, la prima dedicata alla quotidianità irrequieta di un adolescente (il Jesus del titolo) che si ritrova, durante una notte brava, ad essere complice dell’omicidio di un coetaneo, e una seconda che vede invece il padre fare del suo meglio per trovare una “soluzione” al misfatto compiuto dal figlio. È una storia semplice quella di Jesus, che Guzzoni maneggia con innegabile talento per la messinscena, quale abile pedinatore dei suoi personaggi, setacciatore dei loro tormenti. L’adolescente Jesus è il classico ribelle senza causa, fa parte di una boy band (lo vediamo esibirsi in un contest, nel folgorante incipit del film), la musica è la sua principale passione, come ben testimoniano i due tatuaggi che ha sul collo: una chiave di violino a destra, una chiave di basso a sinistra. Il ragazzo trascorre le sue giornate con gli amici, tra esibizioni di strada, bevute, sniffate di vernice, la visione collettiva delle esecuzioni dei narcotrafficanti su YouTube, cameratismo e sessualità disinibita. Il padre è una presenza lasca nella sua vita, piomba in casa sua per esortarlo all’ordine, alla pulizia e a terminare gli studi, dal momento che ha già perso un anno di scuola. Poi, una sera, Jesus e i suoi compari si ritrovano a sbevazzare in un parco e qui, anziché tirare due calci ad un pallone, pensano bene di prodigarsi nella medesima mansione con un coetaneo. Anzi, in principio dicono di volerlo aiutare, lo esortano ad andare via di lì perché è pericoloso restare nel bosco di notte, ma il povero “cappuccetto rosso”, in stato quasi di coma etilico, non sa, e forse non saprà mai, dato il suo stato di incoscienza, di essere finito proprio tra le fauci del lupo cattivo.
Quando i telegiornali riportano la notizia della morte celebrale del ragazzo, la situazione si fa piuttosto tesa, il gruppo di amici si scioglie, Jesus vorrebbe denunciare l’accaduto, ma ha paura e si rivolge al genitore, che a questo punto diventa il fulcro della vicenda, facendosi carico delle colpe del figlio e delle relative implicazioni etiche e morali.

Ecco allora che a metà film il protagonista diventa il padre, un personaggio misterioso, imperscrutabile, di cui sappiamo poco o niente, ma che in tutta evidenza prova una certa soddisfazione nel tornare a incarnare in pieno il suo ruolo, rendendosi utile non più solo tramite degli sterili e inascoltati rimbrotti, ma accudendo realmente il suo bambino, che ora ha davvero bisogno di lui. Ed è proprio qui che si gioca tutto il senso del film, nella messinscena di un percorso già più volte affrontato dal cinema (pensiamo all’ottimo Il caso Kerenes di qualche anno fa) e che mira a rispondere a una domanda arcinota: “cosa saresti disposto a fare per tuo figlio?”.
È un film a tesi dunque Jesus e in quanto tale un po’ acerbo, ma nella sua prima parte, quella dedicata alla quotidianità del ragazzo, riesce a trascinarci senza filtri all’interno di una giovane umanità aspra e incompiuta, figlia di una generazione che troppo poco comunica del suo vissuto e della sua storia. E il suo rimosso rischia di creare mostri.

Info
La scheda di Jesus sul sito del Torino Film Festival.
Il sito ufficiale del film.
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