Lady Macbeth

Lady Macbeth

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Elegante e compassato, Lady Macbeth di William Oldroyd inizia come una parabola ascendente di liberazione femminile, ma annega presto in un eccesso di sangue. In concorso al TFF.

Lo stalliere bussa sempre due volte

La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo nella campagna del Nord Inghilterra dell’Ottocento, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito più vecchio e tormentata dal suocero che vuole un erede. Durante una loro assenza, Katherine si abbandona alla passione per un servo e decide freddamente di “liberarsi”. [sinossi]

Di donne infelici e irrequiete la letterarura ottocentesca è ricchissima, pensiamo solo alle celeberrime Anna Karenina di Tolstoj e Emma Bovary di Flaubert, figure di eroine romantiche pronte a sacrificare tutto per amori sbagliati, oppresse da regole sociali che risultano incapaci di contemplare i loro desideri, la loro brama di vivere. Assomiglia un po’ a loro anche la protagonista di Lady Macbeth, opera seconda di William Oldroyd presentata in concorso al Torino Film Festival 2016. Il film trae d’altronde ispirazione da La Lady Macbeth del distretto di Mcensk, novella vergata dallo scrittore russo Nikolai Leskov nel 1866, ma ne sposta l’ambientazione dalla Russia rurale a una brughiera inglese in stile Cime Tempestose.

Lady Macbeth racconta dunque il percorso di repressione e ribellione di una giovane donna, Katherine (Florence Pugh) fresca sposa di un uomo più anziano di lei, che non la desidera (i due non consumano mai il matrimonio), si limita a imporle delle regole domestiche e a rimproverarla con malcelato masochismo. Come se non bastasse poi, in casa imperversa sovente anche un arcigno suocero, che lamenta la scarsa produttività di Katherine, mettendo in dubbio la sua capacità di dargli un erede. Quando però il marito deve partire per prendersi cura di un suo possedimento, Katherine scopre finalmente i piaceri della carne grazie al suo aitante stalliere Sebastian (Cosmo Jarvis) e da lì in avanti farà di tutto per eliminare chiunque tenti di ostacolare il suo nuovo, bruciante amore.
Lady Macbeth è un film fatto di solitudine, interminabili attese e abiti costrittivi, specchio di una società rurale britannica di certo poco propensa a comprendere desideri e inquietudini dell’animo femminile. Non stupisce che nella magione campestre in cui si ritrova la giovane Katherine il gatto abbia di gran lunga maggiore autonomia di movimento rispetto alla padrona, per non parlare della sua povera serva Anna (Naomi Ackie).

Lo stile visivo ostentatamente elegante orchestrato da Oldroyd declina la storia del film in un gran numero di quadri fissi, l’autore si concentra con cura certosina su inquadrature dedicate alla nostra protagonista assisa sul divano domestico, in ben poco trepidante attesa del ritorno del marito o del perfido suocero. Per questi “quadri” Oldroyd trae probabilmente ispirazione dall’aulica compostezza di una certa tradizione ritrattistica inglese, come ad esempio dalle Conversation pieces del pittore del ‘700 Joshua Reynolds, solo che qui, la protagonista non ha nemmeno qualcuno con cui conversare accanto, né un cane da caccia accucciato ai suoi piedi.
Nonostante la ricercata staticità, perfettamente consona a questa triste storia di disillusa attesa di un futuro migliore, il film di Oldroyd procede inizialmente con energia verso il percorso di autocoscienza della sua eroina. Difficile dissimulare una certa soddisfazione quando Katherine prende in mano le redini della casa e della sua vita, eliminando con dei funghi velenosi l’insopportabile suocero, e un’empatia forse ancora maggiore sorge spontanea nello spettatore quando la donna si prende per amante il coriaceo stalliere.

Ma se è pur vero che una presa del potere, così come una qualsiasi rivoluzione, non può che passare attraverso uno spargimento di sangue, bisogna dire che a un certo punto la rivolta di Katherine finisce qui per perdere le sue nobili connotazioni di genere e sociali, per essere governata, ben più banalmente, da un bruciante amour fou (in stile Ossessione e relativo romanzo Il postino suona sempre due volte), che vanifica ogni afflato proto-femminista precedentemente esposto. Difficile infatti credere che Katherine provi un amore così totalizzante per il suo stalliere: i due, a parte il talamo, non condividono niente, né interessi, gusti, né aspettative o programmi per il futuro. L’escalation omicida che Lady Macbeth riserva alla sua protagonista nella seconda parte del film assume presto dunque toni strumentali, quando non demenziali. Forse la nostra povera Katherine deve semplicemente emulare, o magari anche superare, le malefatte della sua predecessora shakesperiana, ma di certo l’interesse nella sua vicenda va scemando inesorabilmente, dato che l’unico obiettivo in ballo è fuggire non si sa dove con il rude stalliere, tra l’altro sempre meno d’accordo con le metodologie cruente della padrona.
Peccato poi che Lady Macbeth non provi nemmeno ad abbozzare un discorso “di classe” né una qualche forma di solidarietà femminile, che certo avrebbe arricchito la sua parabola con una ben più approfondita lettura delle dinamiche di genere. Il rapporto di Katherine con la sua domestica Anna non serba infatti nessuna apertura all’umana comprensione e meno che mai all’amicizia, tutto funziona solo in base a una dinamica sadomasochista di serva e padrona, e ben poco sappiamo poi di chi sia o cosa desideri la povera Anna.

Pellicola intrisa di un gusto pittorico tipicamente britannico, compassata e curata nella messinscena, Lady Macbeth avrebbe meritato dunque uno sviluppo narrativo migliore, invece si limita ad esporci uno dopo l’altro una serie di piacevoli e ben calibrati quadri visivi, posizionati in una galleria che però non porta da nessuna parte.

Info
Il trailer di Lady Macbeth su Youtube.
La scheda di Lady Macbeth sul sito del Torino Film Festival.
  • lady-macbeth-2016-Willia-Oldroyd-02.jpg
  • lady-macbeth-2016-Willia-Oldroyd-01.jpg

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