Pyromaniac

Pyromaniac

di

Pyromaniac, il nuovo film di Erik Skjoldbjærg, vorrebbe aprire una voragine nella mente disturbata di un giovane piromane che vorrebbe anche essere pompiere, ma si perde dietro una semplificazione eccessiva del linguaggio e del genere. In After Hours al Torino Film Festival.

La fiamma è spenta o è accesa?

Nel 1981 è estate nel piccolo villaggio di Finsland. Il diciannovenne Dag ha trascorso tutta l’infanzia a vivere in campagna con i genitori. Suo padre è il capo dei locali vigili del fuoco volontari e, sin da piccolo, Dag gli è sempre corso dietro a ogni chiamata d’emergenza. Ritornato dopo un anno di servizio militare, Dag è molto cambiato quando iniziano gli incendi in zona. [sinossi]

L’intento alla base di Pyromaniac (traduzione letterale dell’originale norvegese Pyromanen), ritorno alla regia di Erik Skjoldbjærg, è senza dubbio interessante: cosa succede in una piccola comunità se un membro della stessa, per motivi apparentemente oscuri, inizia a sabotarla dall’interno? Perché il terrore si propaga non sgorgando da una minaccia esterna, forestiera, ma come naturale cancro autoctono? Non è casuale che un film come Pyromaniac, che pure è tratto da una storia vera – almeno così recita il tradizionale cartello su schermo nero – ed è ambientato all’inizio degli anni Ottanta, venga alla luce ora in Norvegia. In questi anni, a partire dagli eventi del luglio 2011 che videro come tristo protagonista Anders Behring Breivik, la Scandinavia ha visto emergere dal sottosuolo di una socialdemocrazia a prima vista solida i detriti di un terrorismo dalle facce molteplici: giovani educati a letture del Mein Kampf da un lato, altrettanti giovani indottrinati dall’idea del Califfatto e della vittoria contro l’infedele dall’altro.
Il diciannovenne Dag che, tornato dall’anno di servizio militare e deciso (o meglio, costretto) a entrare a far parte della vita sociale della piccola e placida cittadina in cui è cresciuto, vive con bivalenza il suo rapporto con il fuoco, appiccando incendi che poi contribuirà a placare dato che è figlio del locale capo dei pompieri, esemplifica con una certa chiarezza la volontà di Skjoldbjærg di ragionare sul senso di smarrimento di una nazione che ha perso il senso di collettività e si abbarbica alla routine non sapendo cos’altro fare.

È routine anche quella di Dag e di suo padre: arriva una chiamata nella notte, si tira fuori l’autopompa dal garage, si avvertono gli altri vigili del fuoco e si parte a sirena spiegata. Dag, in queste occasioni, sorride. Forse è per questo che, annoiato e depresso da una vita cittadina che non sembra prospettargli nulla di più eccitante di una carriera nelle poste, è proprio lui ad appiccare i numerosi incendi che colpiscono ora le radure ora qualche capannone abbandonato.
Pyromaniac, presentato in Italia nella sezione After Hours al Torino Film Festival (scelta di programmazione abbastanza incomprensibile, visto che il film non ha nulla dell’opera di genere, presentandosi come un dramma psicologico dalle tinteggiature scure, ma poco più) dopo essere uscito in patria in aprile ed essere stato selezionato a Toronto, avrebbe tutte le carte in regola per addentrarsi nella mente del suo protagonista e far deflagrare una storia cupa, desertificata nei sentimenti di una popolazione quasi asettica, che non capisce cosa sta succedendo ma non fa nulla per risolvere la questione, a parte accusare in maniera generica chi viene da fuori. Il condizionale è purtroppo d’obbligo perché Skjoldbjærg, dopo un interessante incipit quasi prossimo all’horror (unica avvisaglia di riferimento al genere) e una sequenza che svela fin da subito l’arcano mostrando Dag alle prese con un falò improvvisato nella boscaglia, perde quasi subito le redini della narrazione, smarrendosi in un intreccio sempre meno interessante e soprattutto piatto.

Manca un vero sguardo, in Pyromaniac, che sappia prendere le distanze da un paesaggio già di suo esplicativo per cercare nuove traiettorie. Tutto rimane invece inerte, prevedibile, addirittura sciatto e contraddittorio, come il rapporto tra Dag e il padre per esempio. Skjoldbjærg forza allora la mano, sviando verso tratteggi di patetico che non aggiungono un granché allo sviluppo del film e sembrano semmai tentativi di rintracciare motivazioni, pseudo alibi per il ragazzo: in questo senso la sequenza che lo vede lasciato al suo destino dalle due compagne di scuola che è riuscito a portare in riva al lago solo perché sono sopraggiunti i ragazzi più in vista del liceo segna in qualche modo la resa di fronte a una materia non più controllata a dovere. Peccato, perché la memoria di Insomnia, il titolo più celebre della filmografia di Skjoldbjærg, che venne rifatto a Hollywood sotto l’egida di Christopher Nolan, continua a far sperare in un ritorno di fiamma del regista norvegese, al momento ancora di là da venire…

Info
Il trailer di Pyromaniac.
  • pyromaniac-2016-erik-skjoldbjaerg-01.jpg
  • pyromaniac-2016-erik-skjoldbjaerg-02.jpg
  • pyromaniac-2016-erik-skjoldbjaerg-03.jpg
  • pyromaniac-2016-erik-skjoldbjaerg-04.jpg
  • pyromaniac-2016-erik-skjoldbjaerg-05.jpg
  • pyromaniac-2016-erik-skjoldbjaerg-06.jpg
  • pyromaniac-2016-erik-skjoldbjaerg-07.jpg

Articoli correlati

Array
  • Notizie

    torino-film-festival-2016-minuto-per-minutoTorino 2016 – Minuto per minuto

    Eccoci nuovamente all'ombra della Mole per il Torino Film Festival 2016, all'inseguimento di opere prime (seconde e terze), documentari italiani e internazionali, retrospettive, omaggi, (ri)scoperte.
  • Festival

    torino-2016Torino 2016

    Il Torino Film Festival 2016, dal 18 al 26 novembre. La trentaquattresima edizione della kermesse piemontese, tra opere prime, sci-fi, punk, documentari, film di ricerca... Tutte le nostre recensioni.
  • Torino 2016

    Torino 2016 – Presentazione

    David Bowie che si muove sul palco è l'immagine scelta per il Torino Film Festival 2016, un omaggio che è anche dichiarazione di intenti. Tra passato punk e futuro che è forse a sua volta passato. Come il cinema.