Saro

Documentario autobiografico sin troppo intimo Saro di Enrico Maria Artale è appesantito da una voice over che veicola riflessioni non sempre convincenti. Al TFF in Italiana.doc.

E ci sei, adesso tu

Un padre uscito dalla vita di un figlio che aveva un anno. Un figlio che di quel padre non ne ha voluto più sapere fino al giorno in cui ha ascoltato un messaggio nella segreteria telefonica. È l’inizio di un viaggio solitario attraverso la Sicilia, con l’intento di rintracciare quell’uomo e registrare tutto con la videocamera. Cinque anni dopo, quel materiale girato ha preso la forma di un film. [sinossi]

“Ma quanto fiato quanta salita, andare avanti senza voltarsi mai” cantava un imberbe Eros Ramazzotti dal palco del Festival di Sanremo nell’ormai lontano 1986. Certo non è facile diventare adulti, non è previsto un percorso ben definito, non è poi nemmeno certa la data della fine del processo di crescita, l’importante però è, di quando in quando, riconciliarsi con il proprio passato. Al regista de Il terzo tempo Enrico Maria Artale, è toccato in sorte di doversi pacificare con le proprie origini in età già adulta, circa cinque anni fa. Fu allora che si ritrovò un messaggio nella segreteria telefonica, a lasciarglielo era stato il padre, Saro, che di fatto non aveva mai conosciuto. Saro infatti aveva lasciato il figlioletto di poco più di un anno e la di lui madre, per ricongiungersi alla sua già nutrita famiglia. Da allora, Enrico non ne aveva saputo più niente, rifiutando le poche occasioni di incontro che si erano presentate quando da bambino si recava in vacanza in Sicilia. Ottenuta la benedizione materna e anche quella del suo guru cinematografico Werner Herzog, la cui voce fa capolino in una breve sequenza estratta da Grizzly Man, Artale imbraccia la sua telecamera digitale e parte alla volta della Trinacria, in cerca del padre.

Dapprima il ragazzo temporeggia, recandosi ad esempio ad incontrare una vecchia amica di Palermo che ha una storia simile alla sua. Con lei iniziano ad emergere alcune riflessioni interessanti sul crescere senza un padre e, soprattutto, sulla difficoltà di comunicare la cosa agli altri, la ragazza in particolare ci dice che spesso preferisce non dire niente perché “ha paura di mettere in imbarazzo le persone”. E in effetti si prova un certo disagio durante la visione di Saro dal momento che ci si ritrova ad essere introdotti un po’ brutalmente in una storia familiare così privata, dritti alle radici di un trauma che il regista vuole esorcizzare proprio in nostra presenza. Sorta di psicodramma digitale orchestrato dall’autore principalmente per sé stesso, Saro si gioca tutte le sue carte migliori per non risultare troppo ombelicale, ma non sempre il suo tentativo va a segno.

In principio la voice over del protagonista-autore abbozza qualche riflessione teorica sul mezzo-cinema, l’incontro con la madre poi le amplifica (la donna dice che si aspettava tutto questo, da uno che fa cinema, dunque riflette sul “doppio” e oltrettutto è anche del segno dei gemelli) in seguito, l’autore inanella qualche pensiero di stampo herzoghiano di fronte ai paesaggi desertici dell’Etna (del calibro di “la forma più alta di bellezza è l’assenza dell’uomo”, oppure pensieri sparsi adolescenziali sulla “indifferenza della materia”) e infine, al momento dell’incontro con il padre, questi dichiara di sentirsi aggredito dal “fucile” (la telecamera) che il figlio gli punta contro. Si tratta, forse con troppa evidenza, di tentativi da parte dell’autore di ampliare il suo discorso dal personale all’universale, ma il suo intento è troppo scoperto.

Werner Herzog poi avrebbe una risposta ben chiara da proporre in casi come questo, si tratta di quello che disse a Klaus Kinsky durante le riprese di Fitzcarraldo, funestate dai loro continui litigi: “questo film è più importante dei nostri sentimenti personali, è più importante di me e di te”. Già, ma dov’è il film in questo caso? Il problema principale di Saro è che non ci offre molto altro oltre alla sua storia. Tolta la trama, non c’è altro da vedere/esperire, e non perché le immagini di Artale non siano curate, tutt’altro, per essere un progetto di “presa diretta”, la qualità audiovisiva non differisce molto da quella di tanti documentari nostrani. C’è a dire il vero un momento realmente cinematografico nel film, ed è quando Saro resta da solo davanti alla telecamera, perché Artale è andato in bagno. Dal suo volto, dubbioso, inquieto, colto forse poco prima della pacificazione con il proprio rimosso, o forse no, passa tutto il senso del film. Peccato che il regista se ne sia accorto e abbia voluto sottolinearlo con un suo pleonastico intervento in voice over. Probabilmente, eliminare i suoi interventi (purtroppo ce ne sono altri) nel corso di tutta la chiacchierata con il padre sarebbe stata una scelta più azzeccata.

Forse Artale ha riposto troppa fiducia nella giustezza del suo viaggio, così come nella trasparenza del suo strumento. Basti pensare a quella citazione, firmata nientemeno che da Abbas Kiarostami, che apre il film asserendo: “Esiste una preghiera che dice: Dio, mostrami le cose e le persone per quello che sono, ed elimina le falsità che possono confondere la mia percezione. E dio creò la telecamera digitale”. Una splendida utopia celebrativa della supremazia del digitale. Peccato però che in Saro le emozioni arrivino solo nel finale, veicolate da vecchie foto che non hanno nulla di digitale, ma serbano nei loro colori sbiaditi e in ogni frammento di grana tutta la forza della memoria.

Info
La scheda dedicata a Saro sul sito del Torino Film Festival.
Il sito della società di produzione Filmafterfilm.
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