Terceiro andar

Terceiro andar

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Comunicazione, memoria, rapporti tra soggetto e oggetto. Terceiro andar di Luciana Fina si propone come un’emozionante riflessione in immagini e suono intorno alla “sfida” della comunicazione e alla potenza dello sguardo cinematografico. Al TFF in Internazionale.doc/Love.

Pensieri e parole

Nella palazzina di Lisbona dove la filmmaker Luciana Fina abita vivono anche due donne, madre e figlia, originarie della Guinea-Bissau. Entrambe si confrontano col ricordo e con la creazione, mentre la filmmaker si mette in cerca di suoni, immagini e corrispondenze nell’edificio. [sinossi]

La comunicazione, la memoria, le trasmigrazioni del senso. Dare forma a ciò che si pensa, si ricorda, si prova, rendendo oggetto il soggetto. E ancora, la comunicazione come mezzo di interconnessione che crea a sua volta nuovi oggetti mettendone due o più in relazione. La filmmaker Luciana Fina è italiana e vive a Lisbona da 25 anni. Terceiro andar nasce da suggestioni ricavate da minute esperienze quotidiane nella palazzina in cui abita. Tra le sue condomine vi sono due donne, Fatumata e Aissato, madre e figlia originarie della Guinea-Bissau. In più, nel palazzo più o meno alla stessa ora si avvertono sempre gli stessi suoni, provocati dall’interazione dell’uomo con l’ambiente. Da questi due spunti minimali Luciana Fina ha allargato una suggestiva riflessione sulla comunicazione, sui suoi strumenti, sul legame imprescindibile tra senso e canale, e sul ruolo che lo stesso cinema (o riproduzione audiovisiva in senso lato) ricopre in tale panorama comunicativo.

Per buona parte in Terceiro andar le due donne si confrontano col ricordo e con l’elaborazione creativa (la ragazza vuol comporre un video per il ragazzo amato), cercando o aderendo spontaneamente a linguaggi personali. Al contempo l’autrice giustappone lunghe inquadrature di spazi liminari: finestre, porte socchiuse, scale, pianerottoli, continui elementi che congiungono e mettono in relazione due entità separate. La comunicazione non è quindi soltanto una sfida umana, ma è rilevabile anche in tracce sparse nell’inanimato. Per questo forse tutti i giorni, alla stessa ora, i suoni nel palazzo sono sempre i medesimi: l’uomo entra in contatto con l’oggetto, dando luogo a un’inedita creazione che vive di vita propria, determinata da un ulteriore rapporto comunicativo. In tal senso sono da interpretare le insistenze e titubanze della giovane Aissato nel dare corpo alla sua idea di video per dichiararsi all’amato: è un atto di traduzione (Fina dà indicazioni in voce over in tale direzione per rendere la lettura più univoca citando lemmi di vocabolario di alcune parole-chiave) che mette in campo uno scontro tra idea e realtà, così come i racconti della madre Fatumata si delineano in modo ancora più stringente come messa in contatto tra il ricordo, carico di tutta la sua significanza emotiva (e quindi soggettiva), e la sua espressione.

Prendendo le mosse da spunti minimalistici, Terceiro andar mira a una complessa architettura di suggestioni che si avvale di alcuni leit-motiv decisamente emozionanti. Se le antenne sui tetti trasmettono una puntata radiofonica di “Hollywood Party” con la voce inconfondibile di Steve Della Casa collegando luoghi lontani, fa altrettanto la pianta rampicante che si inerpica in alto fino al quinto piano. La comunicazione quindi sta anche in una sorta di geometria naturale, che al contempo si piega a farsi oggetto di un altro fondamentale (e più potente) strumento di contatto: il cinema. Solo il suo sguardo, che non è limitato come quello umano, può infatti arrampicarsi con sinuosi movimenti a salire registrando le contorsioni della pianta su tre piani diversi di una scalinata, e solo il cinema può tradurre/rileggere tale immagine restituendone tutta la sua inedita portata comunicativa. Creando al contempo un’ulteriore occasione di comunicazione tramite i propri specifici strumenti. Luciana Fina riflette insomma su uno degli specifici umani più fondanti, quello del linguaggio come traduzione dell’interiorità, sollecitando suggestioni sul rapporto tra soggetto e oggetto e mettendosi soprattutto in cerca di inedite e impenetrabili corrispondenze nel panorama dell’esistente che si para davanti a ognuno di noi. E questo, per l’appunto, può farlo solo il cinema, capace di scomporre e ricomporre immagini rintracciandovi inedite relazioni, spingendosi dove l’occhio umano non può guardare. Terceiro andar è anche una parola spesa in favore dell’ottimismo della comunicazione, impresa disperata, ma sempre da tentare. Non a caso tra le parole più significative nella chiusura del film risuona “insieme”. Qua e là traspare un’eccessiva autocoscienza di discorso con qualche ridondante sottolineatura, ma l’opera resta potente ed emozionante.

Info
La scheda di Terceiro andar sul sito del Torino Film Festival 2016.
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