Christine

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Biopic dedicato alla reporter statunitense Christine Chubbuck, Christine di Antonio Campos non riesce a chiarire i misteri intorno al suo personaggio e si affida tutto all’interpretazione di un’ottima Rebecca Hall.

Christine, Strawberry Girl

Primi anni Settanta. Christine Chubbuck è una giovane giornalista goffa e algida, che lavora per un’emittente locale in Florida. Nonostante il desiderio di migliorare professionalmente, vive una situazione di conflitto con il direttore della tv, che vuole notizie capaci di far presa sul pubblico, a discapito della qualità. Colpita nel profondo, già instabile e insicura, Christine cade in uno stato di nevrosi che la porterà a compiere in diretta un gesto clamoroso. Basato su una storia vera. [sinossi]

Non sempre è facile venire a patti con i propri limiti e accettare il divario tra ambizione e risultati ottenuti. Probabilmente è una consapevolezza che si assume con l’ingresso nell’età adulta e allora forse in tal caso, la reporter statunitense Christine Chubbuck non è mai diventata “grande”, preferendo abbandonare le scene e la sua vita con ancora intatte tutte le illusioni giovanili.

Presentato in concorso al Torino Film Festival, il biopic a lei dedicato, intitolato semplicemente Christine e firmato dal regista di Afterschool Antonio Campos, si apre con un interessante affondo nella frenetica quotidianità lavorativa di una tv della provincia americana, per poi tentare il medesimo movimento di profondità con le inquietudini della protagonista. Divenuta celebre per essersi suicidata in diretta tv nel 1974 (dal suo caso ha tratto ispirazione Quinto Potere di Sidney Lumet) la Chubbuck ci viene presentata come una reporter dall’etica infrangibile, che mal si adatta al nascente sensazionalismo mediatico. I conflitti con il suo capo (Tracy Letts) durante le riunioni redazionali vertono soprattutto su questo: l’audience vuole “più sangue”, mentre lei, Cristine, sogna di realizzare una grande inchiesta, di essere fiera del risultato e di fare carriera puntando sulel proprie forze.

Splendidamente interpretato da Rebecca Hall, il personaggio della Chubbuck è ritratto da subito come spigoloso, i suoi interventi nelle suddette riunioni, oltre a difendere con onore la professione giornalistica, risultano anche piuttosto credibili, così come funziona, almeno inizialmente, quella sua camminata rigida e i numerosi micro movimenti del viso dell’attrice, che riescono a farsi espressione delle mille inquietudini del personaggio. Per una volta poi, il rapporto lavorativo con una collega (incarnata da Maria Dizzia) è reso in maniera veritiera e non attraverso il solito cliché della competizione, che il cinema adora affibbiare a una relazione di qualsiasi tipo tra due donne. Finché dunque resta ancorato alle dinamiche lavorative (si prova un indubbio piacere poi nel vedere i personaggi alle prese con pellicola, moviola o con altre curiose strumentazioni vintage) Christine scorre senza intoppi, centrando l’obiettivo di costruire un film biografico senza retorica e senza spiegarci troppo del suo personaggio. È proprio quando perde quest’ultima caratteristica però che il film mostra dei cedimenti di un certo peso. Campos infatti si trova davanti al problema di dover spiegare le ragioni del tragico suicidio della sua protagonista e sceglie la soluzione più semplice: è pazza. Non solo, lo era già da prima, quando stava “a Boston”, come le rinfaccia la madre durante una discussione. Ecco allora che quella camminata spavalda della Hall inizia a diventare la parodia di quella alla John Wayne e le increspature sulla sua fronte si fanno quasi parodiche, persino cartoonesche. E pertanto, lo spettatore è sempre meno fiero di lei, sempre più portato ad accordarle una pietosa compassione.

Insomma, dopo tanti discorsi sull’etica del giornalismo, il film sembra voler dar torto alla sua protagonista tacciandola di nevrosi, depressione, magari anche un po’ di schizofrenia. Ed è un vero peccato, perché Campos ha del talento e riesce a consegnarci un paio di sequenze davvero brillanti, come quell’incipit in cui vediamo la Chubbuck intervistare un Nixon che il fuori campo ci rivelerà come assente. Si tratta di un momento il cui tenore drammatico diverrà chiaro solo in seguito, quando troveremo il personaggio alle prese con mansioni di tutt’altro spessore, come il reportage dalla saga della fragola o l’intervista con un’anziana signora allevatrice di pollame. Splendida è anche la sequenza in cui la nostra anti-eroina va al tanto atteso appuntamento con il collega anchor ma incarnato da Michael C. Hall. Si prova un brivido di tensione e insieme tenerezza nello scoprire che il collega ha ben compreso le difficoltà della Chubbuck, e dunque la meta della serata è una riunione di ascolto per persone con disturbi comportamentali.

Certo non era un obiettivo semplice quello di realizzare un biopic su un personaggio così controverso, di cui poi si sa molto poco (il documentario Kate Plays Christine, sempre in programma a Torino, e sempre dedicato alla Chubbuck, riflette proprio su questo) ma cedere a facili psicologismi per spiegare le ragioni di un suicidio non è propriamente una scelta azzeccata, soprattutto per un film che si pone fin dal principio come anticonvenzionale. Di contro, attribuire la scelta della protagonista a ragioni di etica giornalistica, lasciando fuori la sua presunta follia, avrebbe scaldato di più l’animo dello spettatore, e lasciato al personaggio, così accuratamente studiato dalla Hall, tutto il suo mistero.

Info
La scheda di Christine sul sito del Torino Film Festival 2016.
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