Safe Neighborhood

Safe Neighborhood

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In Safe Neighborhood una babysitter adolescente durante le festività natalizie deve badare per una sera a Luke, il ragazzino che segue da anni. Ma non tutto va come dovrebbe andare. In After Hours al Torino Film Festival.

U leave, U die

Deandra e Robert Lerner vivono in un quartiere residenziale con il figlio tredicenne Luke. Durante le festività natalizie decidono di passare una serata fuori con gli amici e affidano il ragazzo ad Ashley, la giovane babysitter che da anni lo segue e che è in procinto di lasciare la città. Luke, deciso a cogliere la palla al balzo, è pronto come non mai a dichiarare il suo amore, che tiene nascosto ormai da tempo, alla bella Ashley. La nottata, però, prenderà una piega imprevista quando qualcuno, armato e risoluto, farà di tutto per irrompere nella casa dei Lerner… [sinossi]

Se su Safe Neighborhood si preferisce rimanere all’oscuro dei particolari – ah, il terrore contemporaneo dello spoiler… – conviene terminare in questo momento la lettura dell’articolo. Appare infatti frustrante, e profondamente inutile, accingersi a un’analisi del secondo lungometraggio di Chris Peckover (il primo, Undocumented, risale addirittura a sei anni fa) senza potersi addentrare nei dettagli della trama. Il punto di forza di Safe Neighborhood, nonché la bilancia su cui si regge l’intero equilibrio del film, risiede infatti nel colpo di scena che dopo una ventina di minuti spariglia le carte, costringendo lo spettatore a rimettere in ordine i pensieri, o quasi.
Quel momento in cui il fastidioso e petulante Luke, tredicenne viziato e benestante, svela la sua vera identità, quella di pazzoide rancoroso e intenzionato a vendicarsi di tutte le persone che ha intorno – eccezion fatta per i genitori, che pure l’hanno bellamente abbandonato al proprio destino proprio durante le feste di Natale –, a partire dalla babysitter Ashley di cui è innamorato da tempo immemorie, non può essere tenuto nascosto nel corso di una recensione. Sarebbe anche forse il caso di abbandonare questa paranoia dello spoiler, e riprendere la sana abitudine di scandagliare le opere fino in fondo, senza reticenze di sorta. C’è chi lo fa, ovviamente, e chi se ne tiene alla larga con ogni probabilità non avrebbe poi molto da scandagliare in ogni caso. Ma questo è un altro discorso, e porterebbe fuori tema…

Luke, si diceva. Nella sua figura luciferina, geniale e tesa in forma esclusiva a fare “il male” (anni prima ha anche ucciso l’amato criceto del suo migliore amico, fingendo che fosse scappato) si rintraccia il senso ultimo di un film come Safe Neighborhood, per il resto intrappolato senza opporre resistenza nello schema del thriller d’interni, metà Scream metà Black Christmas, con la corroborante dose di umorismo macabro di cui oggigiorno sembra aver bisogno ogni slasher che si rispetti. Sotto il profilo della sceneggiatura non c’è granché da annotare nell’opera di Peckover: tutto si muove secondo i canoni di scrittura oramai considerati veri e propri codici, dal ribaltamento iniziale – la minaccia esterna che sembra vera, si rivela falsa ma creata ad hoc per stabilirne una interna, tragicamente reale – all’intervento mai risolutivo di personaggi che potrebbero effettivamente porre in salvo la malcapitata Ashley, fino all’ambientazione nella zona residenziale della città che fa aleggiare sull’intero film un vago sentore di critica sociale, ovviamente all’acqua di rose.
Accettato il gioco del già visto, lo spettatore non può far altro che chiedere a Safe Neighborhood di essere ‘intrattenuto’, ed è questo il punto di forza dell’opera di Peckover. Ci si diverte, e non poco, durante la visione del film, grazie a una regia mediamente inventiva, a una serie di situazioni da piccolo sobbalzo sulla poltroncina, e a un cast che sposa la causa con dedizione: una menzione a parte la meritano Olivia DeJonge e Ed Oxenbould, che tornano a lavorare insieme dopo essere stati fratello e sorella nell’ingiustamente bistrattato The Visit di M. Night Shyamalan. Ma la parte del mattatore spetta com’è giusto al quattordicenne Levi Miller, faccia da angioletto (è stato Peter Pan nel recente film di Joe Wright) che si tramuta in ghigno sadico, disumano, dominato da una follia senza limiti.

Tra nascondigli in soffitte abitate da ragni, matite conficcate nelle guance, secchiate di vernice in faccia, strangolamenti, fucilate, campanelli che suonano su porte aperte sul buio, Safe Neighborhood non si fa mancare proprio niente, e riesce in più di un’occasione a divertire – se l’aspirazione è quella di spaventarsi il consiglio è quello di rivolgersi altrove, qui siamo poco oltre le sevizie da cartoon. Insomma, appare davvero arduo pretendere di più da un film di questo tipo, leggero e sanguinoso allo stesso tempo.

Info
La conferenza stampa di Safe Neighborhood al TFF.
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