The Alchemist Cookbook

The Alchemist Cookbook

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Vita nei boschi, utopie fondative e magia nera sono al centro di The Alchemist Cookbook di Joel Potrykus, brillante satira su quel che resta della wilderness americana. Al TFF in After Hours.

Quella roulotte in fondo al bosco

Sean, sedicente alchimista emarginato, vive con il suo gatto grigio in una roulotte in mezzo ai boschi del Michigan: fa esperimenti, mangia junk food e vaga tra gli alberi in cerca, forse, del Maligno; unica distrazione il logorroico amico Cortez, che gli porta le medicine. [sinossi]

“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita” annunciava Henry David Thoreau in Walden ovvero Vita nei boschi, volume autobiografico fondamentale per lo sviluppo del trascendentalismo americano e nel quale l’autore descriveva la sua permanenza in una capanna immersa nella natura, per fuggire da una società civile in cui non si riconosceva. E in molti lo hanno seguito, dalla beat generation al, passando sul grande schermo, protagonista di Into the Wild (2007), e ancor prima gli incauti turisti della domenica di Un tranquillo weekend di paura (1972), passando per gli altrettanto ingenui personaggi di tanti horror statunitensi e non.
Vive delle medesime pulsioni, mescolando ancestrali desideri pionieristici e transcendentalismo, controcultura e pop culture con invidiabile acume The Alchemist Cookbook di Joel Potrykus (già autore dell’interessante Buzzard, visto a Locarno 2014), presentato al Torino Film Festival nella sezione After Hours.

Interessante commedia nera dalle venature horror, The Alchemist Cookbook allude alla controcultura statunitense fin dal titolo, che fa esplicito riferimento al famigerato The Anarchist Cookbook, manuale con il quale, nel 1970, un diciannovenne William Powell raccoglieva ricette per costruire ordigni rudimentali da lanciare contro “il sistema”. Il libro di Powell è stato al centro tra l’altro del recente documentario, piuttosto moralista e inquisitorio, American Anarchist di Charlie Siskel, visto al Festival di Venezia. Ma il protagonista del film di Potrykus ha, se possibile, intenti ben più radicali, all’anarchia preferisce direttamente l’autarchia, il sistema non lo combatte nemmeno, lo rifugge, con metodi piuttosto anticonvenzionali e poco convincenti. Da un tempo indefinito, infatti, Sean (Ty Hickson) vive in una vecchia roulotte parcheggiata nel cuore di un bosco del Michigan, trascorre le sue giornate mettendo trappole per animali, dedicandosi alla pesca nel lago, preparando pozioni e declamando misteriose formule. La sua unica compagnia è il gatto Kaspar; mentre, di quando in quando, il suo vecchio amico Cortez (attenzione, perché l’onomastica è importante) va a portargli i viveri, le medicine e qualche bolletta scaduta, ultimo vessillo di quel “sistema” che nessuno combatte più da tempo, nemmeno lui. Ma tra intrugli riposti nel frigo, libri di magia nera, falò notturni e quant’altro, alla fine dei giochi anche quella maschera a gas di cui è munito servirà a ben poco al nostro neo-pioniere, quando le sue invocazioni andranno a buon fine e fuori dalla sua “capanna nei boschi” si materializzerà il Demonio. Inutile girarci intorno, se ti rifugi nella wilderness perché vuoi stare da solo e poi ti metti ad evocare Satana, anche le medicine ti serviranno a ben poco, la questione è ben più profonda e poco esoterica, ha radici che affondano dritte nella storia d’America.

Il problema di Sean infatti non è tanto il suo giocare con la tavola degli elementi, ma il suo voler rispolverare un mito fondativo che da tempo serba ben poco di quella tanto vagheggiata innocenza primigenia dei padri fondatori. Per meglio chiarirci, il nome del suo salvifico amico, Cortez, ci porta proprio alla memoria quel peccato originale di conquista del Nuovo Mondo, con relativa sua devastazione. Come il conquistatore spagnolo Hernán Cortés, che dette inizio allo sterminio della popolazione azteca (Cortez, The Killer è il titolo, piuttosto esplicito al riguardo, di una splendida ballata firmata da Neil Young) anche il nostro Sean, nel suo piccolo, viola il paesaggio con la sua presenza, uccide gli animali, inquina e devasta l’ambiente.

Certo, Sean però è afroamericano e quindi in qualche modo appare sulla carta meno colpevole di quei compari caucasici che prima di lui hanno tentato di purificarsi con un’immersione nella natura selvaggia, però le sue abitudini alimentari, con quella passione sfrenata per i nachos e quell’avido ingollare ad ampie sorsate una simil coca-cola, non mentono: è made in USA al 100%. Tra l’altro, non sembra tenere molto in considerazione la Storia, né avere coscienza alcuna della propria cultura. La sua fuga nei boschi ha poi ben poco del trascendentalismo di Thoreau, al massimo lui può provare una certa nostalgia per gli anni ’80, come dimostrano l’ascolto reiterato di musicassette, l’entusiasmo di fronte a vecchie VHS portategli dall’amico, tra le quali spiccano quelle di Danko e Codice Magnum. Sono forse proprio gli anni ’80, sembra volerci dire sornione Potrykus, l’ultima Golden Age americana che ci resta da rimpiangere. Negli eighties, in fondo, il persistere della Guerra Fredda (e dunque il riferimento a Danko è a suo modo impeccabile) lasciava ancora qualche spiraglio di fede nella supremazia statunitense, prima di una serie di guerre sporche in medio oriente, le cui conseguenze sono oggi in cima alle questioni di politica internazionale.

Nonostante qualche lungaggine – non sempre le trovate di Potrykus riescono a rinvigorire una metafora che in fondo è chiara fin dal principio – The Alchemist Cookbook riesce poi a ripartire di slancio quando abbandona i suoi aspetti teorici per abbracciare invece le dinamiche del “genere”, con fare giocoso e disilluso. D’altronde quando c’è il soprannaturale di mezzo, le soluzioni narrative e visive non mancano mai.
Postmoderna come pochi, questa boutade low cost densa di citazioni e metafore, tra il serio e il faceto vuole andare a stanare proprio quel che resta degli elementi caratteristici della cultura a stelle e strisce. E questi “resti” sono poca cosa, dal momento che anche l’ultimo degli utopisti ha perso la sua innocenza da tempo immemore, non gli resta che evocare il demonio.

Info
La scheda di The Alchemist Cookbook sul sito del Torino Film Festival.
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