Un altro me

Un altro me

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Un altro me di Claudio Casazza ha aperto l’edizione 2016 del Festival dei Popoli, aprendo lo sguardo su vittime e carnefici della violenza sulle donne.

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Nella casa di reclusione di Bollate (Milano) ha luogo il primo esperimento italiano di “trattamento intensificato” per responsabili di violenze sessuali. La camera di Claudio Casazza si colloca con circospezione all’interno del centro, aprendo una finestra su un universo disturbante, su cui è difficile soffermare lo sguardo. Giorno dopo giorno, i racconti, le osservazioni, le opinioni degli internati si intrecciano con le sollecitazioni e gli interrogativi posti dagli psicologi. Questi ultimi stabiliscono un contatto con personalità sfuggenti, trincerate dietro alibi e deresponsabilizzazioni, tentando un percorso di cura. [sinossi]

“Rendersene conto è un punto di partenza”. Un altro me è un film in cui la dialettica è ancora al centro del discorso; forse l’unico centro possibile del discorso, soprattutto se è dialettica anche verso se stessi. Un altro me sono quelle inquadrature rigorose, mute, immote, della struttura di Bollate, nel milanese, in cui è stato girato il documentario: un montaggio di scale, celle in fila, sbarre, grate, spicchi di cortile che alimenta l’idea di spazio vuoto, lo spazio in cui l’uomo non è ancora (o non è più) in grado di porsi come centro reale, sbalestrato dalle proprie azioni, inumano perfino agli occhi di molti. Un altro me è il tentativo di guardare ciò che è innominabile, e di guardarlo per quel che è: parte dell’umano. Un altro me è l’unica ciambella senza buco…
Presentato come film d’apertura alla cinquantasettesima edizione del Festival dei Popoli, Un altro me è il nuovo lavoro documentario di Claudio Casazza, già autore di Era la città dei cinema, sulla crisi delle sale cinematografiche meneghine costrette alla chiusura, e di Habitat [Piavoli], in co-regia con Luca Ferri e incentrato su Franco Piavoli: non c’è nulla che abbia a che vedere con la Settima Arte, in Un altro me, che pure a suo modo può essere considerato come una riflessione, per niente banale, sulla narrazione e sulla percezione dello sguardo.

Gli uomini reclusi per crimini sessuali e che, sfocati o ripresi di spalle, vengono messi in scena da Casazza, sono costretti dal trattamento intensivo a cui son sottoposti a un’autoanalisi spietata, continua. Tornano e ritornano e ritornano ancora sulle azioni e le abitudini che li hanno portati in tribunale, e quindi in carcere, e narrano la propria vita. Poco per volta, in maniera disordinata e a tratti contraddittoria, ma la narrano. In questa sorta di racconto coatto, può prendere vita la loro presa di coscienza, quella presa di coscienza che li dovrebbe portare, una volta usciti dalla reclusione, ad affrontare il mondo con uno sguardo diverso.
La pulizia e l’apparente semplicità rigorosa che rivestono Un altro me, costruito solo ed esclusivamente attraverso il lavoro quotidiano del team di psicologi che nelle forme più disparate cerca un’interazione con i detenuti, rappresentano anche il nucleo fondante e principale del film. Laddove sarebbe stato facile trasformare la videocamera nel registratore nascosto di perversioni, ossessioni sessuali, vizi di forma e sostanza, puntando l’occhio sul “mostruoso”, Casazza compie il passo in direzione diametralmente opposta. Quella semplicità rigorosa diventa l’arma per sminare la minaccia del malizioso, e restituire la tragica, dolorosa normalità di quel che è accaduto. Una normalità con cui, com’è ovvio, non è immediato riuscire a fare i conti.

In questa prospettiva esemplificativo appare il primo scambio di battute tra medico e paziente con cui ha modo di imbattersi lo spettatore di Un altro me:
“Nel corso della sua vita, grossomodo, quanti partner ha avuto, a livello sessuale?”
“Tra prostitute e…”
“Sì, in generale.”
“Si parla di centinaia di persone allora.”
“E lo reputa un numero elevato, per una persona della sua età?”
“Lo reputo un numero che mi serviva”.
Un numero che mi serviva. C’è la necessità, negli occhi e nelle parole, perfino nelle titubanze dei detenuti. La necessità di avere qualcosa che non si ha. Di possedere. Casazza toglie qualsiasi patina di deformità dalla sua creatura, ed evita che la videocamera diventi il centro del discorso: anzi, la nasconde in ogni modo, la cela dietro le schiene dei convenuti agli incontri, si sofferma su dettaglia, la rende parte di un percorso che deve però prescindere la lei, per porre al centro l’umano. È l’uomo, in tutta la sua debolezza, il protagonista unico e assoluto di Un altro me, e lo dimostrano proprio le sequenze più forti, quelle in cui il crimine si palesa con maggiore possanza davanti agli occhi dello spettatore – sempre narrato e mai visto, ovviamente, e per questo ancora più deflagrante. Un altro me non è un film su qualcosa, per quanto sia compiuto il discorso sulla violenza sulle donne, il modo in cui si nasce e la giustificazione sociale che in qualche modo filtra persino tra le vittime. Un altro me è un flm con qualcuno, uomini che hanno compiuto misfatti e donne che li hanno subiti, familiari dei primi e delle seconde, e i medici e gli psicologi che cercano di restituire alla società delle persone, e non quei mostri che viene così facile dipingere nella vulgata comune. Un lavoro essenziale e prezioso.

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Il trailer di Un altro me.
  • un-altro-me-claudio-casazza-2016-01.jpg

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