I cormorani

I cormorani

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I cormorani di Fabio Bobbio è con ogni probabilità il miglior esordio italiano degli ultimi anni, una scheggia di cinema del reale che non teme la scrittura, ispirato viaggio nella ‘quasi’ adolescenza.

Giù nel bosco

Nell’estate dei loro dodici anni Matteo e Samuele passano le giornate tra il fiume, il bosco e il centro commerciale, ma rispetto agli anni precedenti qualcosa sta cambiando. Il gioco diventa noia, la fantasia cede il passo alla scoperta, l’avventura si trasforma in esperienza di vita: Samuele e Matteo sono due Cormorani, in continuo adattamento nel rapporto con il mondo che li circonda, con il loro corpo che sta cambiando e alla ricerca di un’autonomia e di uno spazio da far proprio, da colonizzare. Un’estate senza inizio e senza fine, il racconto di un’amicizia, di un’età e di un territorio costretti a mutare con il tempo che scorre inesorabile. [sinossi]

I cormorani, con il corpo nero e il becco a uncino, li si può trovare un po’ dappertutto in giro per il mondo, dall’estremo oriente all’Italia, dall’Europa del nord al continente americano. Anche Matteo e Samuele, i “cormorani” dell’opera prima di Fabio Bobbio, sono due ragazzini normalissimi, e a loro modo universali. Si aggirano per il bosco, accumulando legna per costruire un improvvisato teepee, ciondolano per i negozi di un centro commerciale, discutendo di pesca e magari concedendosi un gelato. Scherzano tra loro, parlano delle ragazze con cui forse stanno (o forse no, ma conta davvero poco), spiano una prostituta che aspetta clienti al bordo della strada. Vanno in bicicletta, a volte senza mani. Si danno alla fuga di fronte a un gruppo di altri ragazzi che vorrebbero fare a botte. Si prendono in giro, si fanno piccoli dispetti. Stanno sempre insieme. Loro due contro il resto del mondo, che neanche sembra esistere.
L’apparenza de I cormorani, esordio alla regia di Fabio Bobbio che esce in sala dopo aver ottenuto consensi in ambito festivaliero – a partire dalla proiezione a Nyon all’interno di Visions du Réel – è quella di un film basilare, un’opera di pedinamento che si muove in quella zona liminare in cui documentario e finzione, categorie sempre più in crisi nell’immaginario contemporaneo, vengono a fondersi, superando l’uno i limiti dell’altra, e viceversa. E in effetti è indubbio che Bobbio percorra lo stesso sentiero di altri registi italiani della sua generazione o di quella appena precedente: sovrapporre I cormorani e i due lungometraggi di Alessandro Comodin (L’estate di Giacomo e I tempi felici verranno presto) potrà forse essere un esercizio ozioso, ma non privo di ben più di un fondamento. Una vicinanza fatta di luoghi, come il bosco e il greto del fiume, ma non solo.

Come Comodin anche Bobbio, che è già stato montatore di Mirko Locatelli per I corpi estranei, non si ferma alla materica verità di quel che racconta, ma cerca di rintracciarvi all’interno il germe di qualcosa di più antico, di atavico, di invisibile agli occhi. Nei giochi di Sam e Matte, nel loro osmotico vivere insieme, quasi che nulla e nessuno esista a parte loro (e in effetti l’al-di-fuori ai due è per lo più disabitato, come i luoghi che i ragazzi attraversano), si vivifica una fiamma vecchissima, che sa di letteratura d’oltreoceano – Mark Twain, ovviamente, con le sue avventure di Tom Sawyer e Hucklberry Finn – ma anche di suggestioni europee, di retaggi francofoni appena accennati e di un cinema che non ha bisogno di artifici eppure non rinuncia al suo potenziale misterico, come potrebbe essere per Franco Piavoli. Come il suo Festa anche I cormorani sembra la messa in immagini di un ideale poetico d’altri tempi, perduto e spesso bistrattato da una contemporaneità così vile, e ancor più svilente, da non comprendere l’ancestrale potenza del vero.
Per questo quello di Bobbio non può essere considerato solo un puro e semplice pedinamento di due bambini. Nelle azioni dei due giovani protagonisti, a pochi passi dalla pubertà, dall’adolescenza, da quel mondo adulto che guardano con occhi sgranati, ma anche complici, si racchiude il senso stesso del cinema, quello di saper congelare nello spazio di un quadro un istante di vita per renderlo eterno, universale, mai nato e immortale.

Anche per questi motivi I cormorani non potrebbe essere più di quel che è, e la monotonia e la reiterazione dei gesti sono indispensabili per rendere chiaro il concetto. Bobbio filma due giovanissimi e divertiti fantasmi, due ectoplasmi non più bimbi non ancora adulti, che si affacciano al mondo attraverso lo sguardo di una videocamera e cercano di comprenderlo, di viverlo. Si muovono in maniera incessante per coprire lo spazio, dettarne a memoria le geometrie; parlano per trovare nell’altro le conferme dei propri pensieri; si agitano attorno a quel fiume che tutto trasporta via, mentre loro restano ancora lì, ancorati a un luogo dal quale non esiste per adesso via di fuga. Arriverà anche il momento della fuga, ma tra qualche anno. Per ora resta l’estatica sensazione di essere tutto senza possedere nulla, di dominare senza saperlo. Anche l’imitazione del pensiero “adulto”, nel riferimento alla prostituta, si perde in una risata complice su un divano. Elegiaco e a suo modo disperatamente reale, I cormorani è con ogni probabilità il miglior esordio italiano da molti anni a questa parte, forse il migliore del decennio. Il fatto che un film così minuto – e debordante allo stesso tempo – riesca a trovare una distribuzione in sala è già miracoloso. Sarebbe imperdonabile non sostenerlo.

Info
I cormorani, trailer.
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