Kazarken

Kazarken

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Presentato nella sezione TFFDoc del 34° Torino Film Festival, Kazarken di Güldem Durmaz è un’onirica e tagliente incursione nelle pieghe della storia turca, che usa il meccanismo del sogno e gli strumenti della rievocazione per unire invenzione e ricostruzione, documentazione e memoria.

L’irriducibile umanità della memoria

In Anatolia, durante un antico rito di guarigione, una donna si muove in stato sognante. A guidarla una figura mitologica, il centauro Kheiron, che la sottopone a una forma di psicoanalisi dal sapore selvaggio. Un viaggio nel tempo, che dal presente riporta la donna nel villaggio materno dove, nel 1915, l’intera popolazione armena sparì nel nulla, e tra le rovine di un ospedale d’epoca romana, dove i malati erano curati con le acque sacre e con visioni oniriche. [sinossi]

Kazarken di Güldem Durmaz rientra a pieno titolo nell’area più prolifica e sperimentale del documentario contemporaneo, quella che non teme di ricorrere con sfacciataggine e un pizzico di coraggio alla prima persona, al memoriale, alla forza irripetibile della singolarità e della soggettività. Perché dopotutto non sta scritto da nessuna parte, che non si possa parlare di faccende pubbliche e di ferite collettive facendo leva sul filtro dell’io, né che il ricorso al documentario debba a tutti costi soffocarlo, quell’Io. Relativizzandolo e subissandolo di interrogativi e paletti fino a ridurlo a una carcassa, a sguardo oggettivante privato di moti e pulsioni propri e personali.
Il documentario della Durmaz, in tal senso, presentato in Internazionale.doc al Torino Film Festival, si approccia alla storia della Turchia con un atteggiamento a metà tra il diaristico e l’esoterico: muove da un antico rito di guarigione in Anatolia per arrivare a tirare le somme sull’oggi, sugli orizzonti della violenza contemporanea sempre pronti a rimescolare le carte e a spingere un po’ più in là l’asticella della perversione e dell’abbrutimento.

Guarire le ferite della Storia alla maniera taumaturgica del dio greco Asclepio, personalizzazione mitologica del fondatore della medicina, di questi tempi è probabilmente solo un’utopia chiusa in se stessa e il documentario ne è in verità estremamente consapevole. Ma è proprio di questa tendenza all’idealizzazione e al recupero della matrice romantica e passionale dello stare al mondo che si nutre lo sguardo della Durmaz, interessata a mettere a fuoco la storia della propria famiglia e quella del proprio paese anzitutto per riordinare, nella maniera più onesta possibile, le fila della propria identità e del proprio posto nel mondo. Si scaglia contro i falsi mercanti della memoria che oggi infestano la comunicazione e la vita pubblica a diversi livelli, Kazarken, per affermare piuttosto il valore salvifico e rivelatore della reminiscenza, dell’autoanalisi, della ricerca produttiva su se stessi e per se stessi.

Kazarken ha un andamento ipnagogico, si muove costantemente a ridosso del confine tra il sonno e la veglia, nient’altro che una metafora della linea di separazione tra la Verità e il Mito, esemplificato dalla presenza in scena del Centauro Chirone, anch’egli connesso alle origini primordiali delle pratiche mediche e interpretato da un Denis Lavant come sempre generosissimo nel fornire al proprio personaggio una dimensione fisica e corporale dall’impatto tutt’altro che indifferente. Il suo centauro è una presenza vigorosa e quasi allucinata, che ben si sposa col tono onirico, quando non frammentario e sfasato, del film e delle sue molteplici deviazioni fuor di sesto nel tempo e nello spazio, per una usare un rimando temporale caro all’immaginario di Philip Dick. Una frattura, quella tra la mitologia e il principio di realtà, che solo il lavoro demiurgico sul passato può sanare o quantomeno tentare di rimarginare. Non necessariamente seguendo un itinerario storico, ma anche solo venendo a capo della propria isolata porzione di mondo con lucidità e coscienza.

Al di là dei suoi squilibri e dei compiacimenti ombelicali che di tanto in tanto fanno capolino, Kazarken è pertanto un documentario creativo sul potere e sul valore dell’umanità della memoria, unico collante possibile tra la ricerca dell’autenticità e la deliberata mistificazione delle cose. Dal genocidio armeno si arriva così a un appello alle origini dell’Anatolia, madre fertile di tutti i popoli. In mezzo a tutto ciò si stagliano i tredici anni che si sono rivelati necessari alla realizzazione del documentario: un flusso biografico ed esistenziale che non poteva non lasciare delle tracce e che infatti si è riversato sul progetto in maniera disordinata e caotica ma anche, di conseguenza, estremamente vitale.

Info
La scheda di Kazarken sul sito del Torino Film Festival.
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