Non c’è più religione

Non c’è più religione

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Provando a includere nell’usurato schema comico Nord/Sud anche la coabitazione tra italiani e arabi, Luca Miniero realizza con Non c’è più religione un film paternalista, maldestro e, soprattutto, mai divertente, ad eccezione di una fugace apparizione di Herlitzka.

Non c’è più scampo

Una piccola isola del Mediterraneo e un presepe vivente da realizzare come ogni anno per celebrare il Natale. Purtroppo quest’anno il Gesù Bambino titolare è cresciuto e a Porto Buio non nascono più bambini da un pezzo. Così il sindaco di fresca nomina, Cecco, pensa di chiedere un neonato in prestito ai tunisini… [sinossi]

In una stagione che, sul piano degli incassi, si profila disastrosa per il nostro cinema – nessun titolo tra i primi dieci del box office da settembre ad oggi, il fallimento delle commedie ‘autunnali’ come Che vuoi che sia e In guerra per amore – è facile immaginare che gli addetti ai lavori ripongano le loro residue speranze nell’inevitabilmente favorevole congiuntura cinepanettonesca. Ma l’idea di moltiplicare in maniera esponenziale l’offerta non aiuterà di certo il pubblico a riavvicinarsi, anche timidamente e saltuariamente, al cinema italiano. Nonostante infatti Neri Parenti risulti al palo come regista per la prima volta da quindici anni a questa parte, si contano ben sei film natalizi in procinto di invadere gli schermi: due in realtà sono già in sala, Un Natale al Sud con Massimo Boldi e La cena di Natale con Scamarcio e Laura Chiatti (seguito di Io che amo solo te), uno è in uscita il 7 dicembre, Non c’è più religione, mentre gli altri tre approderanno in contemporanea il 15 dicembre (Poveri ma ricchi di Fausto Brizzi e con protagonista De Sica, Fuga da Reuma Park con Aldo, Giovanni e Giacomo e, infine, Natale a Londra prodotto da De Laurentiis – e dunque, tecnicamente, l’unico erede in linea diretta del vecchio cinepanettone).

Si è perciò verificato quello che si paventava tempo addietro: il cinepanettone, archiviata la sua formazione consolidata (De Laurentiis alla produzione, Neri Parenti alla regia, Boldi e De Sica come coppia protagonista), ha invaso tutto il restante campo della commedia nostrana, anche nel senso che tutti vorrebbero farne uno pur di incassare il più possibile (questo al di là delle eccezioni di Zalone e di Siani che incassano a prescindere, e al di là di film che, pur discutibili, almeno si reggono su un’idea forte, semplice e d’impatto, come Perfetti sconosciuti).
Così anche Miniero si lancia nell’agone e mette in campo con Non c’è più religione una storia blandamente natalizia, pur di avere un aggancio con le festività.
L’escamotage è il presepe umano che si fa ogni anno nell’immaginaria località di Porto buio (e chissà perché si è deciso di scegliere un nome così poco gioioso), collegato all’incontrovertibile dato statistico secondo cui l’Italia è in coda alle classifiche per tasso di natalità. Il neonato allora bisognerà andarlo a pescare da chi figlia ancora: gli stranieri e, in particolare, gli arabi. Ecco perciò che Miniero ricicla la sua filmografia recente, a partire da Benvenuti al Sud per arrivare a La scuola più bella del mondo, trasferendo i malintesi e le antipatie tra settentrionali e meridionali a quelli tra italiani e arabi.

L’idea è tutt’altro che geniale, ma almeno poteva avere una qualche ragion d’essere, visto che comunque il tema della coabitazione con i migranti è di scottante attualità. Miniero però sceglie la strada più facile e anche quella più paternalista, visto che non prova per nulla a identificarsi con il mondo arabo e piuttosto lo osserva a distanza senza avere neppure la tentazione di mischiarvisi. Non è un caso infatti che in Non c’è più religione il rappresentante degli arabi sia incarnato da Alessandro Gassmann, il quale interpreta un italiano convertito all’Islam, ma le cui abitudini e convinzioni sono ancora tipicamente nostrane. Se dunque manca il volto comico per rappresentare un lato della barricata, viene meno il discorso paritario che sostanziava i film precedenti di Miniero: vale a dire che in passato settentrionali e meridionali si trovavano ad essere uguali sia pur nelle differenze di usi, costumi e lingua, qui invece gli arabi non hanno voce in capitolo e non vi è nessuno che possa fare da contraltare a Bisio, visto che lo stesso Gassmann diventa ben presto un suo alleato e, nel corso del film, sembra persino rimpiangere la scelta di campo fatta in passato.
A rappresentare la comunità araba restano perciò in Non c’è più religione solo la moglie di Gassmann, descritta come una petulante isterica, e il ragazzo della figlia di Bisio, che è un po’ timido e un po’ simpatico, ma viene maltrattato da molti e ascoltato da nessuno. Dall’altro lato, oltre al già citato Bisio, vi sono la Finocchiaro e il comico siciliano Giovanni Cacioppo, il cui personaggio – intriso di razzismo – non viene mai davvero umiliato. E non è forse un caso che nell’isola di Porto buio si ritrovino due milanesi (la Finocchiaro e Bisio), un romano (Gassmann) e un siciliano (Cacioppo per l’appunto), che nella finzione filmica sono nati e cresciuti tutti nello stesso posto, un’isola che non c’è in cui i diversi retaggi dialettali si danno manforte per confrontarsi con una comunità straniera e per non mischiarvisi.
Perciò l’umanitarismo un po’ furbetto dei precedenti film di Miniero, proprio a partire da Benvenuti al Sud, quel ‘volemose bene’ tipicamente italico viene smentito in Non c’è più religione, finendo per rappresentare il limite più evidente del film. Si viene così meno all’intento di commedia pacificatrice e, se vogliamo, natalizia. E su questo piano c’è veramente di che preoccuparsi perché significa che la nostra commedia è ancora lontanissima dalla possibilità di guardare l’Altro con intenti inclusivi invece che esclusivi.

Ma Non c’è più religione, che pure vanta la collaborazione nei reparti tecnici di comprovati professionisti (Ciprì alla fotografia, Petraglia in sede di sceneggiatura e Francesca Calvelli al montaggio), finisce per avere un limite, se non più grave di quello – per così dire – ideologico, quantomeno più evidente: non fa mai ridere, chiuso com’è in una stanca riproposizione di schemi (la coppia Bisio-Finocchiaro è decisamente usurata), di trovate (Gassmann legge A Silvia di Leopardi alla moglie, fingendo che sia opera sua, copiando così di sana pianta il Troisi di Non ci resta che piangere) e di situazioni (il bambino grassottello che sfonda la mangiatoia, il bue che viene sostituito dal lama, ecc.). Le uniche risate le regala il quasi-ottantenne Roberto Herlitzka che, in una breve apparizione nei panni di un vescovo, ben affiancato tra l’altro da Giovanni Esposito, dà una lezione di comicità a tutti quanti. E che questa debba arrivare da un attore vero e non da un comico di professione sembra una sorta di anatema e di condanna verso chi dovrebbe voler farci ridere e non ci riesce.

Info
Il trailer di Non c’è più religione su Youtube.
La pagina Facebook di Non c’è più religione.
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