Fuga da Reuma Park

Fuga da Reuma Park

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Un Natale gerontocrate per Aldo, Giovanni e Giacomo, vecchietti in fuga da Reuma Park, ospizio con le giostre. Forse la più disastrosa commedia italiana delle feste.

Odissea nell’ospizio

Non ci troviamo sulla Terra, ma sul pianeta Aldo Giovanni e Giacomo tra 25 anni: qui tutto può succedere. Giacomo è in sedia a rotelle, attaccato a flebo di Barbera e gira con una pistola giocattolo, Giovanni ha la memoria che fa cilecca e parla con i piccioni (ma non ha perso la passione per le procaci infermiere), Aldo viene abbandonato dai figli proprio la mattina di Natale. Si ritrovano tutti lì, al Reuma Park, una casa di ricovero improvvisata all’interno di un Luna Park dismesso, dove imperversa l’energica Ludmilla, un’infermiera russa taglia XXL. Arresi? Perduti? Tutt’altro: la notte di Natale, mentre al Reuma Park si fa festa con ospiti a sorpresa, musica, tombolata e panettone, il trio ricomposto mette in atto una rocambolesca fuga a suon di petardi… [sinossi]

È un film/lapide, Fuga da Reuma Park, il punto di non ritorno definitivo della comicità (o meglio, dei pochi brandelli che ne rimangono) di Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti, conosciuti da tutti solo come Aldo, Giovanni e Giacomo. Quando il trio esordì al cinema, nel 1997 con Tre uomini e una gamba, in molti salutarono con soddisfazione il successo commerciale del film – oltre trenta miliardi di lire, record che sarà però battuto con Chiedimi se sono felice. Agli occhi dei più una commedia gentile e vagamente surreale “combatteva” contro la trita ripetitività del Cinepanettone di Neri Parenti, ancora legato all’epoca alla coppia Boldi/De Sica. In verità Tre uomini e una gamba mescolava a un blando canovaccio road movie gli sketch più riusciti del repertorio dei tre comici, già testato sul pubblico teatrale e televisivo: il conte Dracula siciliano, il sapido neorealismo di Ajeje Brazorf, e via discorrendo. Nulla di trascendentale, ma in grado di divertire platee dalle aspettative diverse, e quindi di ritagliarsi un ruolo di primo piano all’interno della distribuzione italiana.
Con i titoli successivi (Così è la vita e in particolar modo il già citato Chiedimi se sono felice, unico esempio nella filmografia del trio di narrazione compiuta e non solo accennata per lasciare spazio ai gag) le ambizioni crebbero in modo esponenziale, fino a La leggenda di Al, John e Jack, primo vero campanello d’allarme che si permetteva perfino di flirtare con la memoria di Vertigo.

Visto alla luce di Fuga da Reuma Park, il percorso cinematografico di Aldo, Giovanni e Giacomo appare come una meteora deteriore, simbolo di una impasse creativa per la quale non sembra esistere una via di uscita. Fuga da Reuma Park, come i precedenti Il cosmo sul comò, La banda dei Babbi Natale e Il ricco, il povero e il maggiordomo, è un disco rotto che insegue prevedibili melodie per di più dimenticate dal tempo.
Nel tentativo di giocare ancor più scopertamente con il pubblico Aldo, Giovanni e Giacomo mettono in scena loro stessi, in un futuro in cui sono vecchi e rimbecilliti. I figli li hanno abbandonati a Reuma Park, sorta di gulag per anziani costruito in un parco giochi e gestito da una donnona con falso accento dell’est e da una voce femminile che impartisce ordini attraverso un altoparlante. L’ultimo in ordine di tempo ad arrivare in questo improbabile ospizio è Aldo, dopo un infinito viaggio in macchina dalla Sicilia con i “figli” Ficarra e Picone, alla seconda partecipazione in un film del terzetto dopo Chiedimi se sono felice. Bastano i titoli di testa, che accompagnano la traversata di Aldo dalla Trinacria ai Navigli per rendersi conto della povertà espressiva e comica di Fuga da Reuma Park.

Prima ancora dei tre, piuttosto svogliati e incapaci di creare la benché minima alchimia in scena, a soffrire di arteriosclerosi è la sceneggiatura, raffazzonata nonostante uno sviluppo basico, e priva di verve. Se non si ride mai, nel corso del film, è colpa di tutti, dagli attori a una regia a pochi passi dall’amatoriale (la sequenza in cui i tre sfuggono alla nera mietitrice che li insegue vorrebbe fingersi omaggio allo slapstick, ma riesce al massimo a testimoniare una mancanza di basi tecniche preoccupante), fino a gag così terra terra da non sorprendere nessuno.
Su ogni passaggio grava poi un’aria mortuaria, quasi si stesse assistendo a un requiem in memoria del trio: così ecco passare in rassegna immagini degli spettacoli teatrali del passato, quando i tre avevano ancora qualcosa da suggerire agli spettatori, escamotage che permette alla sceneggiatura di prendersi ripetute pause di riflessione, purtroppo infruttuose. Anche la scelta di far apparire forzatamente in scena le maschere più celebri della carriera dei comici (i sardi, Rolando, gli “animali”, gli svizzeri, i Los Loanos, Johnny Glamour, Tafazzi, Flanagan ecc.) contribuisce alla funzione tristemente geriatrica di questa commedia alla quale appare impossibile augurare successo al botteghino e che potrebbe mettere la parola fine alle scorribande cinematografiche dei tre. Troppo evidente, anche agli occhi dello spettatore più ingenuo e affezionato la pochezza di un film come Fuga da Reuma Park, che al contrario dei suoi protagonisti non riesce a evadere dagli schemi moribondi di una commedia oramai non da rifondare ma da cestinare una volta per tutte. Se Fuga da Reuma Park non riesce a evadere da questi cliché è perché non ci prova mai, e questo è imperdonabile.

Info
Il trailer di Fuga da Reuma Park.
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1 Commento

  1. Roberto 15/12/2016
    Rispondi

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