Il medico di campagna

Il medico di campagna

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Esplorazione della professione medica, ma soprattutto del suo rapporto con un mondo che resiste alle pressioni della modernità, Il medico di campagna è un dramma apprezzabile nel suo rifiuto della retorica, malgrado qualche limite narrativo nella prima parte.

The Twilight Doctor

In un paesino della campagna francese, Jean-Pierre è l’instancabile medico che assiste, in studio e a domicilio, tutti i residenti, curandoli e rassicurandoli. Colonna portante della comunità, Jean-Pierre si trova tuttavia costretto a condividere il suo compito con la giovane Nathalie, appena giunta in paese; una grave diagnosi medica gli impone infatti di ridurre i suoi impegni… [sinossi]

Al suo terzo lungometraggio, il francese Thomas Lilti torna ad approfondire, dopo il precedente Hippocrate, peculiarità e implicazioni della professione medica. Una scelta, quella del quarantenne cineasta d’oltralpe (lui stesso ex medico) dal forte sapore autobiografico: tale da portare con sé tutti i rischi di uno sbilanciamento, dal lato del rigore narrativo e del necessario distacco dalla materia trattata, del racconto nato dall’esperienza. Arte che necessita, come quella medica, di un’adeguata mistura (da calibrare a seconda dei casi) di empatia e distacco emotivo, il cinema diviene oggetto da maneggiare con cautela quando attinge direttamente alla fonte dell’esperienza personale, riducendo le sue mediazioni e i suoi necessari artifici narrativi. Rischi di cui Lilti, in Il medico di campagna, mostra di essere ben consapevole, visto il tono che ha scelto di dare al suo film: quella espressa dalla sua ultima opera è infatti un’emotività trattenuta, un approccio quasi “clinico” alla materia (e al contesto in cui questa viene calata) che si traduce nel volto impassibile, appena segnato dalle impercettibili pieghe di un’umanissima paura, di un versatile Francois Cluzet.

È un po’ fuorviante, la locandina italiana del film di Lilti, laddove sceglie di richiamare (senza che ve ne sia alcun reale motivo) il campione d’incasso La famiglia Bélier, e laddove pone l’accento sull’interpretazione più nota tra quelle recenti del protagonista, il suo ruolo nel fortunato Quasi amici – Intouchables. Associazioni, entrambe, che poco si confanno al dramma del dottor Jean-Pierre, la cui levità e il cui carattere pudico, poco incline all’abuso dell’artificio emotivo, non si traducono nella prevalenza di toni da commedia. C’è invece, tra le pieghe della trama de Il medico di campagna, la consapevolezza amara di un mondo al tramonto, di un modello di convivenza che va lentamente trasformandosi ed adattandosi alle logiche della vita urbana, della messa a rischio dei legami primari e dei principi sui quali questi si fondano. Trasformazioni che si accompagnano alla messa in discussione di una figura quale quella rappresentata dal protagonista, professionista/complice che interpreta il suo ruolo (unico, in quanto depositario di un’”arte” non condivisibile, ma semmai solo tramandabile) come funzione sociale prima che scientifica. Un ruolo di instancabile comunicatore, persino di collante (nella sua trasversalità interclassista) della comunità.

Fondato su una situazione-cardine che è quasi un topos, letterario prima che cinematografico (il suo titolo, non a caso, viene adottato per la prima volta nell’800 da Balzac, per essere poi ripreso da vari film e opere televisive, privi di collegamenti reciproci), Il medico di campagna fatica nella sua prima parte a carburare, scomposto in una successione episodica di eventi che descrivono l’attività del protagonista e della sua (mal digerita) partner. La sceneggiatura fatica un po’, in tutta la prima frazione del film, ad integrare la dimensione più intima della vita del protagonista (affidata a un Cluzet comunque efficace) col ritratto della vita della cittadina e delle sue logiche, che stentano ad emergere in un convincente quadro d’insieme. Un’integrazione che comunque il film riesce a raggiungere nel prosieguo della narrazione, aiutandosi (così come il protagonista) col personaggio interpretato da Marianne Denicourt; emblema, quest’ultimo, di un distacco, culturale e generazionale insieme, che costerà al vecchio medico un non indifferente sforzo di adattamento. Il regista, così come il suo protagonista, sembrano accogliere l’integrazione nella comunità (e nel racconto) del personaggio della giovane medica, prendendo la sua presenza come elemento capace di dare dinamismo (ma anche equilibrio) alla narrazione.

Rigoroso nella regia, privo di svolazzi estetici che sarebbero risultati poco in linea con la sostanza della sua trama, il film di Lilti riesce a rendere in modo efficace i caratteri di una vita comunitaria gelosa dei suoi rituali, restia a cedere alle minacce di una modernità che preme insistente ai suoi confini, fondata su un insieme di pratiche e momenti simbolici di cui il protagonista (nel suo ruolo, personale e sociale insieme) rappresenta una componente importante. La sostanza del melò, l’attitudine a toccare con mano, e rendere tangibili, i sentimenti (tra cui quello, fondamentale, della paura della morte) emergono in pochi e selezionati frangenti, fornendo consistenza e capacità attrattiva al racconto, precisando i personaggi e i reciproci “non detti”: ne è esempio la sequenza, furba nelle scelte ma efficace nella resa, in cui le note di Hallelujah di Leonard Choen, durante la festa locale, accompagnano le inquietudini del protagonista, della donna e della di lui famiglia.
Questa capacità di raccontare, senza facili scorciatoie o inutili orpelli estetici, la realtà di una professione unica, inserendola in una dimensione altra e distinta rispetto a quella urbana (che si presume quella con cui lo spettatore ha più dimestichezza) fa di questo Il medico di campagna un’opera in sé meritevole d’interesse. Le sue imperfezioni narrative non inficiano, se non in piccola parte, la pregnanza del suo sguardo su un mondo umano pieno di sostanza e suggestioni.

Info
Il trailer di Il medico di campagna su Youtube.
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