Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds

Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds

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Il misconosciuto esordio alla regia di Alex Proyas, Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds, è un viaggio ipnotico nell’immaginario western e post-apocalittico. Un’opera prima da riscoprire.

Lo straniero

In uno scenario semi-desertico e post-apocalittico, un fratello e una sorella devono provare a sopravvivere da soli. Fino a quando non arriva uno sconosciuto… [sinossi]

Il fatto che nel 2016 un film come Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds sia in Italia ancora largamente sconosciuto, non solo tra gli appassionati di cinema ma perfino tra i cultori del genere, testimonia alcune realtà abbastanza evidenti, ma che non sempre trovano il giusto spazio all’interno delle riflessioni sulla Settima Arte. Innanzitutto la poca curiosità che gran parte della critica nutre per tutto ciò che non proviene da aree geografiche ben determinate (nel caso specifico si sta parlando dell’Australia); in secondo luogo la scarsa attenzione che si presta verso un sottogenere, quello del cinema post-apocalittico, che ha in realtà svolto un ruolo non indifferente nella messa in scena del fantascientifico negli ultimi decenni; infine la mancanza di dimestichezza con Alex Proyas, ridotto ancora oggi a essere considerato solo ed esclusivamente il regista de Il corvo con ogni probabilità il cult-movie “maledetto” più noto alle giovani generazioni.
Proyas, che trovò spazio nell’industria cinematografica passando dal videoclip e dalla pubblicità, secondo una gavetta piuttosto usuale tra gli anni Ottanta e Novanta, è stato spesso trattato con sufficienza, e anche all’epoca de Il corvo lo si considerò un mestierante, neanche troppo interessante. Il suo successivo Dark City (1998), opera complessa e affascinante che gioca con lo sci-fi alla Dick, è stato dimenticato in fretta e furia, e anche all’epoca venne salutato con soddisfazione solo da una ristretta cerchia di cultori. Il resto della sua filmografia, dal simpatico Garage Days del 2002 fino al recente Gods of Egypt, degno di entrare nell’Olimpo dei culti trash, non ha lasciato traccia alcuna nella critica italiana, e non solo.

Ripartire dall’inizio potrebbe dunque essere una buona idea… Quando Proyas – che prima di trasferirsi da bimbo in Australia è nato in Egitto da genitori greci – gira Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds, l’immaginario cinematografico proveniente dalla terra dei canguri è ancorato, com’è inevitabile che sia, al Max Rockatansky interpretato da Mel Gibson nei tre film della serie Mad Max creata e diretta da George Miller (altro figlio di immigrati greci). Il post-apocalittico entra nella sua fase più remunerativa, da un punto di vista di box office, e quindi destinata a imprimere una svolta cruciale nell’immagine stessa dell’after qualcosa. Il deserto australiano del Nuovo Galles del Sud è il set scelto anche da Proyas, che per venire incontro alle esigenze di un budget ridotto al minimo chiude tutta la sua storia in tre soli personaggi, i fratelli Felix e Betty Crabtree e Smith, vale a dire lo “straniero”, in una derivazione dall’epica western accentuata proprio dall’utilizzo delle location.
Ma Proyas non ha come stella polare l’immaginario di Miller e della sua creatura miliardaria, e Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds è un film che non assomiglia a niente e a nessuno, ma si muove in completa libertà, quella libertà propria delle opere autoprodotte, e degli esordi in particolar modo.

Seguendo una linea di narrazione labile, e che permette senza forzature la deviazione, i buchi, le ellissi e via discorrendo, Proyas concentra la sua attenzione sulla messa in scena, dimostrando una vitalità invidiabile, sia nella scelta dei campi di ripresa – che guardano senza troppi indugi dalle parti del primo Sam Raimi – che nelle soluzioni di montaggio. Confrontando l’iper-visione degli anni Ottanta con un senso per il ritmo che è tutt’altro che velocizzato, Proyas porta a termine un’operazione ammaliante, ponendo la firma in calce a un film a suo modo unico e irreplicabile, come se lo sci-fi si sposasse al western di frontiera e fosse diretto da Rolf de Heer, per rimanere nel “nuovissimo continente”… Tra croci piantate sulla nuda terra, sogni di voli con macchine che sarebbero piaciute a Leonardo Da Vinci e totali desola(n)ti, Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds apre squarci di visionarietà purissimi, lampi incontrollati, riflessi quasi punk, e inconsapevolmente anticipa parte delle suggestioni cromatiche che troveranno una sede appropriata nel decennio successivo. Nello scontro fraterno fra l’amore per la tecnologia e la “creazione” dell’invalido Felix e la languida suggestione misterica di Betty si risolve un duello infinito, e che non può trovare una sua conclusione reale; in questo, come ogni western che si rispetti, l’uomo che viene da fuori, lo straniero, è ago della bilancia ma prima ancora sobillatore suo malgrado. L’equilibrio apparente viene disturbato e messo in dubbio dalla sua stessa presenza, così come l’idea – folle, in un mondo che sembra non avere più nulla da offrire all’umano – di “volare via”. Dissipato e drogato, libero di sbagliare come ogni esordio dovrebbe potersi permettere, Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds è una visione immancabile per tutti gli spettatori ancora tesi alla (ri)scoperta, e permette forse di comprendere meglio un regista come Alex Proyas, bruciato prima ancora che decidesse di farlo da solo.

Info
Spirits of the Air, Gremlins of the Clouds, una scena.
  • spirits-of-the-air-gremlins-of-the-clouds-1989-alex-proyas-02.jpg
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