Leningrad Cowboys Go America

Leningrad Cowboys Go America

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Il primo incontro tra la musica dei Leningrad Cowboys e il cinema Aki Kaurismäki è questo folle road-movie che attraversa il mito americano facendosene beffe. Leningrad Cowboys Go America, un culto che resiste da quasi trent’anni.

Coast to Coast

Turbati dal fatto che il loro bassista è rimasto congelato suonando all’aperto durante la notte e dal giudizio di un impresario che li ritiene la peggiore banda musicale della tundra, i Leningrad Cowboys decidono di andare a tentare la fortuna in America. Sfoggiando acconciature bizzarre e con scarpe a punta a forma di gondola, costoro, insieme al loro manager Vladimir e alla bara contenente il corpo congelato del bassista, sbarcano negli Stati Uniti. Rifiutati da un agente di New York ed ingaggiati per una festa nuziale in Messico, dopo aver comprato una fatiscente e smisurata automobile, affrontano l’avventuroso viaggio… [sinossi]

L’idea di analizzare, in questo periodo di feste natalizie (durante il quale si è spaziato da Lo sconosciuto a Zeder, da Looks and Smiles a Qualcosa di sinistro sta per accadere), un film come Leningrad Cowboys Go America, era venuta dalla notizia che il nuovo lavoro di Aki Kaurismäki, Toivon tuolla puolenThe Other Side of Hope per la vendita internazionale – parteciperà in concorso il prossimo febbraio alla sessantasettesima edizione della Berlinale; un’occasione per tornare una volta di più sul cinema di Kaurismäki, tra i principali autori del cinema europeo. Poi, proprio il giorno di Natale, un Tupolev si è inabissato nel Mar Nero portandosi dietro quasi tutto il coro dell’Armata Rossa, quel coro che in una storica esibizione con i Leningrad Cowboys, nel giugno del 1993 sulla piazza del Senato di Helsinki, era stato immortalato dal regista finlandese nel fondamentale film-concerto Total Balalaika Show. La tragedia che ha visto protagonisti anche i più celebri cantori del mondo ha in qualche modo reso ancora più necessario ritornare sui film che Kaurismäki dedicò ai Leningrad Cowboys, “la peggiore rock-band del pianeta”…
Leningrad Cowboys Go America segna il primo incontro cinematografico tra Kaurismäki e la sgangherata band capitanata da Sakke Järvenpää e Mato Valtonen, già fondatori degli Sleepy Sleepers, con i quali avevano dato alla stampa un numero imprecisato di album a metà tra pop e punk, tra i quali il delirante Enzio Benzina: La musica (1982); i Leningrad Cowboys, in realtà, sono un’idea proprio di Kaurismäki, e vivono più sullo schermo che nel solco dei vinili. Oltre a Leningrad Cowboys Go America, al suo seguito Leningrad Cowboys Meet Moses e al già citato Total Balalaika Show, Kaurismäki girò tra il 1990 e il 1991 tre videoclip per la band, le cover di L.A. Woman, Those Were the Days e These Boots.

Perché, a distanza di quasi trent’anni dalla sua realizzazione, Leningrad Cowboys Go America mantiene intatto il suo carattere mitico, di cult movie inscalfibile dal tempo, destinato quasi a rimanere eternamente puro? I motivi sono molti, e tutti facilmente decodificabili durante la visione. Il primo punto riguarda ovviamente il ruolo occupato nel sistema cinematografico mondiale da colui che siede dietro la macchina da presa: Aki Kaurismäki non è “solo” un grande autore cinematografico, non rappresenta esclusivamente una delle punte artistiche del cinema europeo dell’ultimo qurantennio – della sua generazione, nata a metà degli anni Cinuanta, con ogni probabilità gli sono pari per importanza nel Vecchio Continente solo Olivier Assayas, Lars Von Trier e Nanni Moretti –, ma è riuscito a scavare una propria nicchia nell’immaginario della Settima Arte, rendendo valido l’utilizzo di un aggettivo come kaurismäkiano. La fama di Kaurismäki precede quella dei Leningrad Cowboys e dei film con loro protagonisti: è un incontro tra bizzarrie, senza dubbio, ma nel quale sono i secondi a essere messi in scena secondo i codici di rappresentazione del regista.
Il secondo aspetto che contribuisce alla mitizzazione del film è il fatto che la trama si sviluppi seguendo i dettami del road-movie, e lo faccia dando vita a un surreale scontro tra culture: i “cowboy di Leningrado”, figli del gelo scandinavo e delle suggestioni sovietiche – le stesse che fanno spesso desiderare, ai protagonisti del cinema del primo Kaurismäki una fuga a est, come nel finale di Calamari Union o di Ombre nel Paradiso – viaggiano sul polveroso suolo statunitense, quell’immaginario immenso corpo americano che è già Mito di suo, e in questo percorso creano sub-narrazioni continue, deviazioni dal percorso della saga americana del dopoguerra. Attraverso la capillare smitizzazione di quell’immaginario (Leningrad Cowboys Go America è quasi un controcanto in falsetto volutamente stonato all’elegia beat degli anni Cinquanta e Sessanta), Kaurismäki dà vita a un nuovo mito, perfino più persistente perché slegato da un contesto strettamente spazio-temporale. Lo dimostrerà in pieno, e con una forza ancora maggiore il successivo Leningrad Cowboys Meet Moses: libertà destinata a rimanere incompresa, vista la scarsa considerazione critica cui il film andrà incontro e che persiste ancora oggi.

A destinare Leningrad Cowboys Go America al mito è già l’incipit del film, che parte da una scritta bianca su sfondo nero (“Somewhere in Tundra… In No Man’s Land”) per arrivare a una lunga panoramica da sinistra verso destra sul brullo paesaggio della tundra, che termina su due trattori e una trebbiatrice. In primo piano, un uomo con i capelli e le scarpe a punta, congelato, è sdraiato a terra. Il braccio sinistro, irrigidito nel rigor mortis, regge ancora con saldezza un basso elettrico.
Il viaggio della band dall’altra parte dell’oceano, destinato ovviamente al fallimento – da intendere in senso beckettiano, ça va sans dire – e guidato dallo squinternato manager Vladimir, un sulfureo e sublime Matti Pellonpää, è un attacco all’arma bianca del cinema europeo nei confronti di Hollywood e, allargando il discorso, del sistema valoriale statunitense degli anni Ottanta, quelli del capitalismo sfrenato, dell’orgia economica, della yuppieficazione del mondo, che stazionò anche in quel di Helsinki. Il segretario di partito così consiglia Vladimir: “Andate in America. Lì amano qualsiasi stronzata”; ma l’America è lontana, citando Lucio Dalla, e non assomiglia un granché all’ideale che si installa nella mente. Così i Leningrad Cowboys finiranno delusi dal viaggio, non solo perché il successo non arride loro e saranno costretti a un percorso laterale, ben meno dorato di quanto sperato, ma anche perché il mito americano (come tutti i miti, nel cinema di Kaurismäki) luccica davvero solo in lontananza. Perfino la tanto decantata violenza newyorchese si dimostra assai meno “reale”, vista da vicino.
Leningrad Cowboys Go America ha le movenze e l’umore di un blues, narcotizzante e sornione, sgraziatamente sprezzante eppure in fin dei conti malinconico, sconfitto; ha in sé il grasso oleoso di New Orleans, i doppi vetri opachi del sud, lo squallore metropolitano di una New York livida e illuminata dalle mille luci al neon. È un canto d’amore, a suo modo, per un mondo che si è sempre potuto solo immaginare e che, probabilmente, è molto meno lontano da noi di quanto si era pensato/sperato. Per questo il finale non può che essere al di là anche di questo mondo, troppo simile a quello dal quale si è fuggito. Il deserto messicano potrà però mai essere un Eldorado? Leningrad Cowboys Meet Moses dirà di no…

Info
Leningrad Cowboys Go America, una scena.
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