Leningrad Cowboys Meet Moses

Leningrad Cowboys Meet Moses

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Leningrad Cowboys Meet Moses: di nuovo i folli musicisti della tundra incontrano Aki Kaurismäki, per un viaggio a ritroso alla (ri)scoperta dell’Europa. Il muro è crollato, o no?

Business is Business, but Moses is Moses!

Dopo aver trascorso alcuni anni in Messico tra alterne fortune, i Leningrad Cowboys, considerati la peggiore rock band esistente, decidono di tornare a casa loro in Siberia. A guidarli è il loro manager Vladimir, che, in seguito a una profonda rivoluzione interiore, ha deciso di farsi chiamare Moses. Il viaggio in nave attraverso l’oceano è lungo e l’intera band, presa da forti dubbi sulle sue vere intenzioni, è in rivolta contro Moses. All’arrivo in Europa li attendono molti guai, le difficoltà aumentano e diventa sempre più difficile trovare denaro, rifornirsi di benzina e provvedere a cibo e bevande. Inoltre, un agente della CIA è sulle loro tracce, alla ricerca del naso della Statua della Libertà. [sinossi]

Leningrad Cowboys Meet Moses, presentato alla Berlinale nella sezione Forum nel 1994 (ma avrebbe meritato di concorrere per l’Orso d’Oro, in un’edizione illuminata nella competizione principale solo da Smoking e No Smoking di Alain Resnais, Philadelphia di Jonathan Demme, Film bianco di Krzysztof Kieślowski, Ladybird Ladybird di Ken Loach, Fearless di Peter Weir e Nel nome del padre di Jim Sheridan), non è l’ultimo film in cui ha recitato Matti Pellonpää, stroncato da un infarto a Vaasa nel luglio del 1995: dopo arriveranno infatti Tatjana, sempre per la regia di Aki Kaurismäki, Iron Horsemen di Gilles Charmant e Sirpaleita di Aku Louhimies. Eppure in qualche modo la seconda sortita cinematografica dei Leningrad Cowboys, scalcinata band scandinava che dopo aver cercato fama e gloria negli States decide di tornare in patria, attraversando l’Europa a bordo di un furgoncino, rappresenta il testamento di un attore talentuoso, che è possibile quasi considerare un alter ego del regista finlandese: dieci tra lunghi e corti i film girati insieme ad Aki, ai quali vanno aggiunti altri sette film diretti dall’altro Kaurismäki, Mika. In Leningrad Cowboys Meet Moses Pellonpää interpreta di nuovo il ruolo di Vladimir, il manager della band; dopo una conversione religiosa Vladimir è però diventato ora Moses, e come il suo omonimo citato dalla Bibbia è intenzionato a raggiungere insieme ai suoi musicisti la terra promessa.
Dopo aver raccontato un viaggio alla ricerca del mito in Leningrad Cowboys Go America, Kaurismäki filma in tutto e per tutto un “ritorno a casa”, una casa che però non c’è già più. Nell’arco solo di un lustro in Europa è cambiato tutto: l’Unione Sovietica è crollata, e la stessa Leningrado non si chiama più così, ma è tornata a essere San Pietroburgo. Così come i cowboy, anche i soviet sono un ricordo del passato, un’icona di tempi andati. Il futuro agli occhi di molti appare come florido e rassicurante, ma Kaurismäki la vede in maniera diversa…

Tutto Leningrad Cowboys Meet Moses, a ben vedere, è un film che ragiona da vicino sul senso della fine, sul termine, sulla destinazione ultima. Non necessariamente la morte, sia chiaro, ma qualcosa che in ogni caso sia definitivo, impossibile da muovere in maniera ulteriore. Non è certo un caso che dopo il 1994 Kaurismäki consideri chiuso il suo rapporto con i Leningrad Cowboys e le loro scorribande (non solo) musicali: la Vecchia Europa non è mai stata così vecchia, negli anni Novanta, un morto vivente come il bassista congelato a cui basta un sorso di vodka per riprendere vita. L’Europa unita che ancora unita non è – lo sarà mai? – è un insieme di prigioni di vario tipo, nelle quali i Leningrad Cowboys rischiano sempre di finire. Sono morti viventi anche loro, dopotutto: il muro di Berlino è crollato, la Guerra Fredda non c’è più, Leningrad e cowboy (come si scriveva dianzi) sono termini desueti, ancorati al passato, senza più peso alcuno nella contemporaneità. La band, come il regista che la guida per mano, è anacronistica, fuori dal tempo, sconfitta dalla novità: ma fedele a se stessa, alla propria morale, alla propria indole. Un inno alla coerenza e alla perseveranza che in nessun caso deve essere scambiato per elogio della conservazione e del passatismo.

Leningrad Cowboys Meet Moses, in qualche modo “sbugiardando” la struttura da road-movie classico di Leningrad Cowboys Go America, si muove sotto il punto di vista narrativo accumulando situazioni paradossali a pochi passi dallo slapstick. Là dove nel suo predecessore vive un’anima dolente, prossima al blues del sud, qui si avverte un’atmosfera sguaiata, quasi nevrastenica, dove tutto è consentito, crudele ma senza un’oncia di dolenza.
Gli States non sono il mondo dei sogni, così come non lo potrà mai essere l’Europa, e oramai ne sono consapevoli anche i musicisti, sempre meno fedeli alla linea per quel che concerne il rapporto con Vladimir/Moses. È lui il primo dei disillusi, visto che sentenzia senza troppe remore “Business is Business, but Moses is Moses”. Leningrad Cowboys Meet Moses diventa dunque un viaggio verso la Terra Promessa in rewind, e Moses come il suo omonimo di biblica memoria deve svolgere il ruolo di battistrada. L’America, rimanendo alla rilettura sui generis della Bibbia, rappresenta il cinico Egitto, che ha sfruttato i Leningrad Cowboys senza capirli, in un sistema imperiale che non poteva far altro che schiacciarli e relegarli ai limiti – anche della legalità. Peggio ancora è però messa l’Europa, lungo piano privo di vita in cui ci si può perdere per quarant’anni, come il deserto da attraversare per i figli di Israele.
Il viaggio verso est non è una novità all’interno della filmografia di Kaurismäki, ma se in Calamari Union, Ombre in Paradiso e Ariel rappresenta in maniera sarcastica la speranza utopica di personaggi in fuga da loro stessi e da un occidente nel quale non riescono a riconoscersi, in Leningrad Cowboys Meet Moses acquista il valore di vero e proprio ritorno a casa (sarà così anche per Kati Outinen in Tatjana). Anche da questa consapevolezza nasce forse l’esigenza di trasformare il film in una folle sarabanda picaresca senza freni, che parte irradiata dal sole del Messico e finisce tra i grigiori della Grande Madre Russia. Poeta della fuga, Kaurismäki dissemina il corpo di Leningrad Cowboys Meet Moses di un numero impressionante di fughe impossibili, sempre destinate a essere smentite.

In questo, e nella sua miscela di pratiche cinematografiche sempre amate (il già citato slapstick, la commedia surreale, il road movie, l’avventura), Leningrad Cowboys Meet Moses merita di essere considerato il testamento poetico del regista finlandese. I protagonisti dei suoi film, dopo il 1994, non sentiranno più l’esigenza di fuggire, ma semmai di radicarsi nonostante la società – è così in Nuvole in viaggio, L’uomo senza passato, Le luci della sera e Miracolo a Le Havre. L’esigenza verrà meno perché non ci saranno più luoghi mitici sui quali fermarsi a sognare.
È stato sempre trattato con sufficienza, Leningrad Cowboys Meet Moses, e in troppi hanno trovato da ridire sullo sviluppo narrativo, sull’eccesso di nonsense, perfino sulla durata (paragonato ai film di Kaurismäki precedenti potrà apparire anche lungo, ma non bisognerebbe dimenticarsi che dura comunque poco più di un’ora e mezza); è stato chiuso in cassetto e rimosso, letto come passaggio minore e privo di importanza, ma la verità è che con ogni probabilità si tratta di una delle opere più stratificate del regista di Orimattila, densa di riferimenti – basterebbe il gioco metaforico sulla Bibbia, ma anche il raffronto tra il testo sacro e il Capitale di Karl Marx, a sua volta altrettanto sacralizzato nel corso del Ventesimo Secolo – e di giochi interni ed esterni con il cinema. Leningrad Cowboys Meet Moses è stato uno dei pochissimi titoli a comprendere fino in fondo il senso degli anni Novanta e a metterlo in scena senza vergogne, in uno sberleffo continuo e sadico. Divertente, senza dubbio, ma anche ontologicamente triste. Un capolavoro da riscoprire.

Info
Il duello tra la Bibbia e il Capitale di Marx, una sequenza di Leningrad Cowboys Meet Moses.
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