Sing

Sing

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Sing parte dal proliferare mondiale di contest per aspiranti cantanti e arriva a comporre una polifonia di voci divertenti, per un film d’animazione basilare, ma grazioso. A guidare le fila dei protagonisti di questa avventura canora un koala imprenditore, Buster Moon.

Cantando sotto le stelle

Sing racconta la storia di Buster Moon, un elegante koala proprietario di un teatro un tempo grandioso ormai caduto in disgrazia. Di fronte allo sgretolamento della ambizione della sua vita, Buster ha un’ultima occasione di ripristinare il suo gioiello in declino al suo antico splendore, producendo la più grande competizione canora al mondo. Saranno cinque i concorrenti ad emergere: un topo tanto bravo a canticchiare quanto a imbrogliare; una timida elefantina adolescente con un enorme caso di ansia da palcoscenico; una madre sovraccarica che si fa in quattro per occuparsi di una cucciolata di venticinque maialini; un giovane gorilla che sta cercando di allontanarsi dai reati della sua famiglia di delinquenti; e una porcospina punk-rock che ha difficoltà a liberarsi di un fidanzato arrogante e a diventare solista. Ogni animale si presenta all’ingresso del teatro di Buster convinto che questa sarà l’occasione per cambiare il corso della propria vita… [sinossi]

“Come, sing now, sing; for I know you sing well; I see you have a singing face”, scrive nel XVII secolo John Fletcher in The Wild Goose Chase… Tra tutti gli animali che affollano il parterre di Sing l’oca selvatica manca, ma di singing face non ne mancano di certo, tra topi-crooner, maiali-disco, e un’intera schiera di piccole panda rossi che cantano (ai limiti dell’autismo) Kira Kira Killer della tee-idol giapponese Kyary Pamyu Pamyu. L’idea alla base del film diretto da Garth Jennings è in fin dei conti proprio quella di costruire una sorta di Arca di Noè musicale per inondare lo spettatore di un’infinità di note dalle timbriche più diverse. Si va da Frank Sinatra ai Queen con David Bowie, dai Beatles agli Spencer Davis Group, da Taylor Swift a Kanye West, per un’orgia sonora che attraversa l’intero film, dalla prima all’ultima inquadratura fino ai titoli di coda.
Il tono di Sing è dato proprio dall’incipit, nel quale una macchina da presa a dir poco iperattiva si muove per i meandri della città presentando i singoli personaggi che saranno i protagonisti della vicenda, e allo stesso tempo dando risalto alle loro doti canore. Si ritroveranno e conosceranno sul palco di uno splendido teatro oramai in declino, dove un tempo si esibivano le più grandi star della performance dal vivo e ora un imprenditore koala sguazza nei debiti, coadiuvato al “lavoro” solo da una segretaria-camaleonte rincitrullita dall’età.

Lo schema di Sing prevede di mescolare il classico film di riscatto – tutti i personaggi hanno un demone interiore da affrontare e sconfiggere per poter conquistare il pubblico e raggiungere il successo – ai format che stanno invadendo le televisioni oramai da un decennio. Il giovane gorilla che vorrebbe emanciparsi dal babbo rapinatore di banche, la porcospina emo-punkeggiante tradita dal fidanzato geloso del suo successo, e la scrofa che ambisce a essere qualcosa di più della casalinga madre di venticinque maialini sono i caratteri abituali di ogni film che abbia intenzione di mettere in scena una sfida, ma non sono per niente dissimili dai protagonisti dei vari X-Factor, The Voice, Pop Idol e via discorrendo.
Un escamotage abbastanza furbo per conquistare più fasce di spettatori, e magari convincere gli idolatri del binomio tv-divano a recarsi al cinema. Al di là di questo discorso, che potrebbe aprire discussioni fertili sul ripiegamento dell’immaginario cinematografico su quello televisivo, oramai sempre più evidente soprattutto per quel che concerne il prodotto destinato a bambini e adolescenti, Sing sembrerebbe proporre poco: la trama non si risparmia nessun colpo di scena prevedibile, i climax emotivi sono sempre controbilanciati da gag più o meno riuscite, i numeri musicali accompagnano le orecchie (e gli occhi) degli spettatori. Lo stesso koala Buster Moon, a cui dona la voce un ottimo Matthew McConaughey, è il classico furbone dal volto buono, che tende le corde della sorte solo per poter raggiungere il proprio sogno – che è poi quello di tutti i personaggi in scena.

Lo scarto, a fronte di un’animazione solo a tratti convincente, lo dà la regia di Jennings, che mancava al cinema dai tempi di Guida galattica per autostoppisti e Son of Rambow, adattamento della geniale e sarcastica serie (radiofonica e letteraria) creata da Douglas Adams: il ritmo di Sing è indiavolato, e questo permette allo spettatore di sorvolare su alcune ovvietà e mancanze. In particolare il crescendo finale, nella mezz’ora conclusiva che finalmente porta in scena lo spettacolo di canzoni, spinge verso un’esaltazione euforica senza dubbio coinvolgente, che Jennings – a suo agio nel mettere in immagini la musica, visto il suo lavoro nel mondo del videoclip, per artisti come Radiohead, R.E.M., Beck, Blur, Eels, Lamb, Pulp e Fatboy Slim – dimostra di saper gestire con estrema intelligenza.
Un film di regia, dunque, che viene però soffocata a tratti dall’esuberanza degli animali in scena, dalla loro inevitabile simpatia, dalla loro goffaggine. Ne viene fuori un film diseguale, ma non privo di spunti interessanti, e soprattutto godibile. Come una contest televisivo da prime time…

Info
Il trailer italiano di Sing.
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