The Founder

The Founder

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Biopic che subordina ogni istanza narrativa all’istrionismo del suo interprete, The Founder convince nella ricostruzione degli anni ‘50 americani, più che in una vicenda scolasticamente narrata, priva delle necessarie sfumature.

Rapacità istrionica

Negli anni ‘50, Ray Kroc, venditore di frullatori dell’Illinois, incontra Mac e Dick McDonald, creatori di un’innovativa attività di vendita di hamburger nella California del Sud. Colpito dal successo della formula creata dai due fratelli, tutta basata sulla velocità di confezionamento del cibo, Kroc propone ai McDonald di espandere su scala nazionale la loro idea. Sarà la nascita di un vero e proprio impero economico, ma anche il battesimo di uno dei più grandi “furti” che il capitalismo americano ricordi. [sinossi]

Perfettamente a suo agio nella dimensione del biopic (quasi tutti i suoi film da regista, compreso il recente Saving Mr. Banks, sono in tutto o in parte biografie filmate) John Lee Hancock va a narrare con The Founder una vicenda che è per eccellenza storia ed epopea americana: di quest’ultima, la creazione dell’impero-McDonald’s ha infatti tutte le componenti di sogno, visionarietà, teatralità e spietato cinismo. Lo stesso titolo, riferito all’imprenditore, ex piazzista di frullatori, Ray Kroc, è di fatto una calcolata beffa: più che nel suo ruolo (comunemente accreditato) di fondatore della catena di fast food più famosa al mondo, Kroc viene infatti mostrato nel film come una spregiudicata sanguisuga, capace di appropriarsi e replicare su scala nazionale l’idea vincente concepita, in piccolo, dai fratelli Richard e Maurice McDonald. “È un nome così americano”, viene fatto dire al Kroc interpretato da Michael Keaton nel film, quando viene chiamato a giustificare la sua scelta di appropriarsi di un marchio altrui, piuttosto che replicarne altrove l’idea: americano il nome, tipicamente americano il modus operandi rapace e spregiudicato del suo fautore, americana la morale individualista e anarcoide sottesa alla sua vicenda.

I fratelli Weinstein, distributori del film negli USA, hanno definito il film di Hancock “una via di mezzo tra The Social Network e Il petroliere”, utilizzando due termini di paragone eccellenti che lasciano davvero il tempo che trovano. Al di là delle macroscopiche differenze tra la regia di Hancock e quella di David Fincher e Paul Thomas Anderson (autori, gli ultimi due, imparagonabili anche tra loro), nello sguardo del regista di The Founder non c’è l’ambizione di riscrivere le regole del biopic, né di reinterpretare l’epica a stelle e strisce fondandola su una singola personalità: c’è, piuttosto, una certa sobrietà registica, che punta a mettersi da parte in favore di un protagonista quantomai ingombrante. Interprete dalla carriera più che mai in rilancio, Keaton sembra puntare qui a quell’Oscar che gli è sfuggito persino in occasione del celebrato Birdman: la sceneggiatura (almeno per come viene messa sullo schermo da Hancock) pare essere concepita direttamente in funzione del suo istrionismo, a tratti sornione, a tratti esplosivo. L’ex-Batman veste agevolmente i panni del piazzista che fa la scalata ad un impero altrove fondato, ma la sua personalità strabordante sembra qui fagocitare la nuda cronaca: ogni passaggio della vicenda di Kroc, dalla sua (debolissima) storia familiare al rapporto coi fratelli McDonald, sembra forzato e accomodato in favore delle doti del suo interprete.

Va detto che, nel suo schematismo e nel carattere palesemente ricostruito, confezionato, “a tesi” della vicenda umana che racconta, The Founder appare molto più onesto, e meno ruffiano nel suo rapportarsi allo spettatore, delle opere del più celebrato David O. Russell (paragone, a parere di chi scrive, molto più corretto dei due sopra citati). A differenza del regista di Joy (e raccontando una vicenda per molti versi analoga) Hancock non ricerca facili scorciatoie nella descrizione contestuale, non blandisce lo spettatore con canzoni d’epoca e figure caricaturali, ma si sforza al contrario di mostrare gli anni ‘50 americani come la “terra di mezzo” (quella tra l’immediato dopoguerra, e la successiva rivoluzione dei costumi) che sono stati. Una terra di mezzo che finì per favorire facilmente l’emergere di figure come quella di Ray Kroc. A una convincente resa del clima e del terreno sul quale il fenomeno McDonald avrebbe attecchito, non corrisponde però una altrettanto puntuale ricostruzione dell’ascesa in sé di un personaggio come Kroc: una vicenda prevedibile, e spesso inutilmente enfatica nei suoi snodi principali, retta da linee di tensione (in primis quelle con i due soci-rivali) delineate in modo fin troppo schematico. Il privato del personaggio, a cominciare dalla sua vicenda sentimentale (in cui “brilla” una sprecatissima Laura Dern) resta consapevolmente e irrimediabilmente sacrificato.

Racconto a stelle e strisce che vive di luce riflessa, quella (già artificiale di suo) che illuminò la spregiudicata ascesa del suo oggetto, The Founder mostra (cinematograficamente) i muscoli solo quando il suo protagonista è chiamato a dare prova delle sue doti recitative; forte di un istrionismo calcolato, a tratti cucito in modo un po’ posticcio addosso a un personaggio che manca delle necessarie nuances, ma nondimeno, a suo modo, efficace. Lo sfondo, complessivamente ben delineato, fa da comoda vetrina per un Keaton che mette se stesso davanti al personaggio, e alle relative esigenze di misura e credibilità nella ricostruzione: ma, dati i contorni del progetto e il modo in cui, fin dai primi minuti, il film si presenta, si tratta in fondo di un limite ampiamente annunciato.

Info
Il trailer di The Founder su Youtube.
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