Broadway. Black Sea

Broadway. Black Sea

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Il cineasta russo Vitalij Manskij, omaggiato al 28esimo Trieste Film Festival, già nel 2002 si interrogava sui luoghi fantasma, sul senso di patria e sulle tradizioni più radicate, portando sullo schermo in Broadway. Black Sea un affresco umano di ciò che resta dell’URSS nella Regione del Caucaso.

Un’estate al mare

Profughi dalle repubbliche del Caucaso, armeni, azeri e russi si incontrano sulle rive del Mar Nero. Lavorano come negozianti, ballerini, cantanti di karaoke, o semplicemente si godono le loro vacanze. Tutto avviene in un luogo chiamato Broadway. [sinossi]

Sulle sponde orientali del Mar Nero, dove si estende la Regione del Caucaso, esiste un piccolo luogo sconosciuto alla stragrande maggioranza delle persone. È una piccola radura contigua alla spiaggia, un luogo disabitato e abbandonato per oltre undici mesi all’anno, eppure è un luogo che per due settimane o giù di lì, nel tempo delle vacanze estive, può diventare Broadway: la Broadway del Mar Nero. Ed ecco che quello che è in sostanza un luogo fantasma, nell’accogliere le genti provenienti dai vari Paesi della Regione che sistemano disordinatamente tende, banchetti, carretti, roulotte, cabine e giostre, tornando così a mescolarsi e a confrontarsi anni dopo la scissione dell’URSS, si trasforma radicalmente, incarnando una vitalità sincera e pulsante mai così lontana dai freddi canoni russi. A Broadway. Black Sea si danno appuntamento annuale cittadini armeni, azeri, russi e georgiani, si ritrovano e convivono giostrai e vacanzieri, animatori e cuochi, negozianti e fotografi, nani senza più un circo e scimmiette ammaestrate pronte a innervosirsi quando il loro padrone è ubriaco. Broadway è un rito, è una via di fuga, è un momento di vita, di scambio e di costante crescita, un mosaico di lente traversate su una 2Cavalli scassata per andare a spiare le nudiste in spiaggia e di accorati e tradizionali terzi brindisi della serata, quando ormai l’alcool in corpo è tanto e ogni inibizione è sostituita dalla più pura sincerità, che vanno necessariamente dedicati ai morti tenuti in vita tramite il ricordo e l’incrocio di bicchieri.

La filmografia di Vitalij Manskij, cineasta nativo di Leopoli – attuale Ucraina, ma città negli ultimi cento anni sballottata fra l’Impero Austro-Ungarico, la Polonia, la Germania e l’URSS – omaggiato dal 28mo Trieste Film Festival dopo la vittoria, nel corso della scorsa edizione, del premio per il miglior documentario con il capitale Under the sun, è sempre stata profondamente intrisa del concetto di patria, in una visione del luogo di nascita e della sua costante incertezza politica pronta a scontrarsi puntualmente sia con il tradizionalismo conservatore russo, sia con le sue derive di patriottismo patologico e neoimperialismo. Ma in Broadway. Black Sea, srotolato al Teatro Miela in un brillante 35mm, Manskij intelligentemente rifiuta il film a tesi, lasciando che sullo schermo si dipani semplicemente l’atmosfera unica di Broadway, la sua caoticità, la sua sincerità, la sua unione di Popoli e generazioni. E anche i suoi cambi di umore, come quando la pioggia si abbatte sulle tende, come quando la piana nuovamente si svuota, in attesa che passi un anno per poi ritrovarsi. Il regista, nel mostrare la realtà, ha un approccio poetico lontano dal cinema diretto, meticcia lo spontaneo con la messa in scena, racconta la verità anche attraverso elementi di finzione in grado di porsi come situazioni simboliche, e sarà poi il tavolo di montaggio, nel costruire una narrazione dagli elementi di pura osservazione inframezzati dagli elementi di messa in scena, il luogo dove prenderà vita il film, trovando la sua forma, il suo ritmo e la sua lirica negli improvvisi cambi di tono, nei pitch aciduli della colonna sonora che accompagnano il relax dei bagnanti, nello scorrere degli umori e di un tempo forse troppo ristretto. E poco importa, di fronte al prodotto finito, cercare di capire che cosa sia stato pianificato prima di filmarlo e cosa no: si tratta in ogni caso di una realtà documentaria.

Fra cammelli sulla spiaggia e pugni al macchinario misuraforza per tre rubli cercando di vincere la bottiglia di brandy, Broadway. Black Sea si nutre di paradossi: il paradosso di un luogo abbandonato e pressoché sconosciuto pronto a diventare un centro nevralgico che in un certo senso ri-unisce l’Unione Sovietica, il paradosso di come questa ri-unione sia fatta di un divertimento profondamente europeo che senza dubbio il Cremlino guarderebbe con sospetto, il paradosso di come queste popolazioni che si ritrovano, fra profughi ceceni e alcolisti azeri, mantengano una propria precisa identità di usi e costumi, differente di Paese in Paese eppure così simile per la vicinanza geografica e storica. Come pure è un paradosso pensare a come questo unico momento di vitalità di un luogo, punto zenitale della vitalità delle persone che per breve tempo lo popolano, sia al contempo un’illusione destinata a durare pochi giorni per poi rifare spazio alla desolazione e un modo per interrogarsi sul (non) passare del tempo con il suo annuale rinnovarsi, sempre uguale e sempre diverso. L’anno delle riprese è il 2002, ma potrebbe essere un anno qualsiasi, nella ciclicità del luogo che si ripopola, nella regolarità di chi ogni anno torna a tirare gli stessi pugni al punchingball, torna a montare gli stessi banchetti, torna a brindare in memoria degli stessi amici.

Il film di Vitalij Manskij è un viaggio immersivo, è un tour esistenzialista del luogo e delle anime che in questo luogo si incontrano ed entrano in comunicazione, è un racconto fatto di volti e di frammenti di vita, costantemente sul filo fra l’esuberante e l’atterrente, in cui le ambiguità e contraddizioni sulle quali ragionare si materializzano nelle latrine subito dietro la spiaggia, nelle riprese zenitali sui bagnanti stesi al sole quasi fossero morti contrapposte alla costante fila festante davanti alla boccia da prendere a pugni, nel salvataggio sulla spiaggia di un ragazzo quasi affogato effettuato in uno slancio di eroismo dall’operatore del film – in un certo senso, il cinema che salva la vita. Broadway. Black Sea mostra divertimento e malinconia, creando un affresco umano e ancestrale della (ex) Russia post-sovietica, dei suoi volti e delle sue anime così diverse e complementari, delle sue identità così profonde, radicate, eppure mutevoli, ambigue, contraddittorie, ubriache, forse abbandonate, come sarà nuovamente abbandonata la loro Broadway pochi giorni dopo. Ne è punta dell’iceberg il rapporto fra la scimmietta e il suo padrone, un rapporto di abbracci e di schiaffi, un rapporto di foto con i bambini stando buona e dando bacini e di animaleschi voltafaccia di urla e denti sfoderati, un rapporto di odio-amore e un rapporto di reciproca convenienza fra il padrone che guadagna con il suo animale e l’animale che viene ripagato in vitto, alloggio e soprattutto birra.

Broadway. Black Sea è quando una landa desolata, per il breve tempo di una porzione d’estate, ospita capannoni, caotici campeggi, negozietti improvvisati, karaoke e piste da ballo: è un enorme baraccone dove godersi le vacanze magari lavorando, è un’occasione di reciproco scambio e di dialoghi che diventano – in vino veritas – progressivamente più profondi, è un luogo di carne grigliata e di riflessioni su se stessi, sulla propria patria, sui propri sentimenti umani e politici. È un luogo dove le classi sociali e le nazionalità vengono annullate e ci sono solo i corpi, gli sguardi e le voci: bambini, adolescenti e anziani si ritrovano e, semplicemente, si mostrano nella loro intima essenza, in quell’appuntamento annuale e forse irrinunciabile con la (propria) natura. Una natura fatta di convivialità e semplicità, ma anche dei lati oscuri che tutti necessariamente abbiamo. E che, ancor prima di noi, ha la Storia.

Info
Broadway. Black Sea sul sito del Trieste Film Festival.

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