Il viaggio di Fanny

Il viaggio di Fanny

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Giunto in sala in occasione della Giornata della Memoria, Il viaggio di Fanny è lineare a volte fino alla piattezza, accomodando eventi e passaggi narrativi in funzione della loro (presunta) resa filmica.

La memoria appiattita

Nella Francia occupata dai nazisti, la tredicenne Fanny e le due sorelle minori vengono spedite dai genitori in un orfanotrofio sito nel nord Italia, ritenuto un luogo sicuro per i bambini ebrei. Quando i nazisti arrivano sul territorio italiano, i piccoli ospiti sono costretti a una pericolosa fuga, durante la quale saranno costretti a contare solo sulle proprie forze… [sinossi]

Puntuale, in occasione della ricorrenza della Giornata della Memoria, giunge anche quest’anno l’iniziativa della Lucky Red, che tradizionalmente riserva ad una fascia temporale limitata (qui le sole giornate del 26 e 27 gennaio) l’uscita in sala di un film legato alle tematiche dell’Olocausto. Una scelta, quella del distributore italiano, che negli ultimi anni ha portato sullo schermo prodotti dalla qualità altalenante (dall’esile Corri ragazzo corri all’interessante The Eichmann Show, risalente alla scorsa stagione), e che quest’anno cade su un’opera più palesemente pensata per una fascia anagrafica giovane. Caratterizzato, fin dalla prima sequenza, da una visione “ad altezza di bambino”, ispirato al romanzo autobiografico di Fanny Ben-Ami (ebrea francese in fuga dal suo paese durante l’infanzia, ora residente in Israele), Il viaggio di Fanny è il più classico dei racconti di crescita, formazione e viaggio, che vede protagonista un giovane personaggio costretto anzitempo a prendere in mano il suo destino, su impulso di una realtà che lentamente gli si sfalda intorno. Un’opera, quella di Lola Doillon (figlia di Jacques, qui al suo terzo lungometraggio) che nel nostro paese aveva già trovato un’ideale vetrina (e un premio) nel corso dell’ultima edizione del Giffoni Film Festival.

Forse eccessivamente preoccupata della fruibilità (e della leggibilità) del suo film per il target a cui è rivolto, la regista ne semplifica oltremodo le premesse, sfrondando le zone d’ombra di personaggi giovani e meno giovani, e scegliendo una linearità di narrazione che in molti passaggi si traduce in piattezza. Non aiutato, in questo, da una giovane protagonista dall’attitudine monocorde (e dall’espressività piuttosto legnosa) lo script punta con decisione il suo obiettivo sul personaggio principale e sulla sua (supposta) presa di coscienza, sacrificando in gran parte il potenziale collettivo del racconto, e venendo poco e mal ripagato da una sua resa filmica deficitaria. Il viaggio del titolo si traduce in una edulcorata traversata di tre paesi (Francia, Italia e Svizzera), durante il quale il clima di terrore che muove le azioni dei personaggi non arriva che come eco, soffocato dalle mal gestite, e a tratti stucchevoli, dinamiche di gruppo, sempre con al centro il personaggio interpretato dall’esordiente Léonie Souchaud. È significativo, in questo, il sacrificio di una figura come quella interpretata da Cécile De France (nel ruolo di una guida in combutta con la Resistenza), presto dimenticata dallo script; ma anche il debole tratteggio dei compagni della protagonista (ivi compresa un’embrionale, effimera love story), caratterizzati da background personali che nascono e muoiono in funzione dei poco convincenti dialoghi.

Abbondano, nel racconto, forzature narrative e accomodamenti di ogni sorta degli eventi, in funzione della resa cinematografica della vicenda; ma al parziale, inevitabile “tradimento” delle vicende storiche per una loro efficace ricostruzione sullo schermo, non si accompagna la necessaria attenzione alla credibilità e alla coerenza interna della narrazione. Così, la sceneggiatura si snoda tra la noncuranza di ufficiali italiani incapaci, letteralmente, di guardare più in alto del proprio naso (nella sequenza ambientata tra i boschi) e pacchiani, stonati episodi dal taglio parahollywoodiano (lo showdown tra il bambino prigioniero e la guardia a cui questi aveva sottratto la chiave). Soffocato da un’invadente colonna sonora, che sommerge di enfasi gli snodi emotivamente più pregnanti della narrazione, il film della Doillon non riesce a gestire al meglio neanche i climax emotivi di cui la trama è disseminata, culminati in telefonatissime sequenze collettive (la scena del pallone, la corsa dietro alle banconote) che ottengono risultati abbastanza lontani da quelli sperati. Lo stesso portato melodrammatico del finale viene praticamente annullato dalla scarsa credibilità degli eventi, che trasforma in bozzetto grottesco uno sbocco pensato come culmine di un’odissea (e di un percorso – forzato – di crescita personale).

Prescindendo dal valore divulgativo (ma questo, poi, è davvero così disgiunto dalla più generale qualità estetica?) di un prodotto come questo Il viaggio di Fanny, non si può non mettere in evidenza i limiti che affliggono un film pensato in ottica pedagogica, ma gravato da un semplicismo di fondo, e da un’incapacità di calare la vicenda personale della protagonista in un quadro storico convincente e sfaccettato, tali da annullarne presto i motivi di interesse. Il sottogenere “bambini & Olocausto”, fattosi negli anni sempre più manierato, e foriero di prodotti standardizzati e privi di guizzi, avrebbe probabilmente bisogno di idee ed approcci nuovi, e soprattutto di allontanarsi da territori ormai abbondantemente battuti.

Info
Il trailer di Il viaggio di Fanny su Youtube.
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