Communion

Communion

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Film d’esordio della regista polacca Anna Zamecka, Communion mette in scena, con una naturalezza sbalorditiva, l’intrusione della macchina-cinema all’interno della vita disastrata di una famiglia di provincia. Miglior documentario alla 28esima edizione del Trieste Film Festival.

Com’è difficile restare figlie

Quando gli adulti sono incapaci, i bambini devono crescere in fretta. Ola ha 14 anni e si prende cura del padre alcolizzato e del fratello autistico mentre sua madre vive da un’altra parte. [sinossi]

Già vincitore della Settimana della Critica allo scorso Festival di Locarno, Communion ha trionfato anche alla 28esima edizione del Trieste Film Festival, premiato come miglior documentario. Ma, come s’era già detto pochi giorni fa a proposito di All These Sleepless Nights (uno dei migliori film di questa edizione triestina, tra l’altro), la definizione di documentario va stretta a Communion, d’altronde anch’esso di nazionalità polacca (e forse non è un caso). Sia chiaro, non lo si scrive per criticare delle definizioni, che non possono che essere di comodo, quanto per provare ad avvicinarci a un lavoro decisamente spiazzante.

Diretto da Anna Zamecka, alla sua prima esperienza da regista, Communion dimostra un’impressionante e sorprendente maturità – o forse una clamorosa scelleratezza – per come mette in scena l’intrusione della macchina-cinema nella casa di una disastrata famiglia alle porte di Varsavia. I protagonisti di questo prezioso documento di vita sono: la ragazzina Ola, il fratello più piccolo che soffre di autismo e il padre dedito all’abuso di alcol. Ma, invece di essere tratteggiato come un banale film di denuncia, Communion ci mostra il quotidiano di queste persone – in particolare di Ola, che deve badare al resto della famiglia – riuscendo quasi a far suo l’ideale zavattiniano del pedinamento, della capacità di cogliere ogni soffio di vita e ogni momento – banale o non – dell’esistenza dei suoi protagonisti/interpreti.

L’aderenza tra l’invisibile camera della Zamecka e i suoi tre oggetti di documentazione è tale che non si riesce a credere che sia tutto ‘vero’ e ci si lascia tentare dall’idea che, al contrario, tutto sia stato ricostruito. Ma, tra ‘vero’ e ‘falso’ non c’è differenza (come ci diceva qualche settimana fa Enrico Ghezzi), e ‘la verità è il primo inganno‘. Dunque perché domandarsi cosa sia stato pensato o forzato dalla Zamecka e cosa invece sia accaduto in maniera naturale? Quello che importa è la possibilità di poter assistere allo scorrere – tutt’altro che quieto – di alcune esistenze.
Ola che pulisce casa, che aiuta suo fratello a fare i compiti e a studiare per la comunione (da qui il titolo del film), che cerca di convincere sua madre a tornare a vivere con loro, che chiama suo padre e gli ordina urlando di rientrare a casa invece di continuare a bere al pub; il fratello che non riesce a vestirsi, che – vittima della sua malattia – ripete frasi confuse imparate a memoria e le distorce in maniera a tratti visionaria; il padre che litiga con l’assistente sociale, che perde il suo tempo davanti alla TV mentre Ola fa le pulizie, che viene consolato dalla figlia (nonostante lei stessa sia in lacrime) quando la moglie decide di andarsene di nuovo: tutto questo lo vediamo accadere davanti ai nostri occhi senza imbarazzo alcuno, né da parte della camera, né da parte dei personaggi, né tanto meno da parte nostra. E ciò accade perché la Zamecka è riuscita a instaurare un meccanismo che ha del miracoloso per come funziona senza incepparsi mai: la realizzazione della possibilità di osservare totalmente la vita degli altri, uno dei sogni primigeni del cinema. Non ha importanza che, piuttosto, tale obiettivo sia stato raggiunto attraverso una difficoltosa stratificazione e che quello che vediamo non siano altri che frammenti posticci. Non ha importanza perché non è il presunto cinema della realtà che ci interessa, quanto l’impressione di cinema della realtà che se ne riceve.

Poi, alla fine di Communion viene quasi il terrore che tutto questo – l’intrusione in un anonimo appartamento – possa aver finito per provocare dei danni e/o degli ulteriori squilibri in una famiglia già abbastanza dissestata di suo. E invece, sapere dalla Zamecka, che Ola – un talento naturale per la recitazione – è andata via di casa, sta studiando per diventare medico e, se fallisse, proverà a fare lei stessa la regista, ci ricorda come il cinema mantenga ancora, in alcuni casi, quel ruolo di crescita sociale, non solo per chi lo vede, ma anche – e forse soprattutto – per chi lo fa e per chi lo scopre facendolo.

Info
La scheda di Communion sul sito del Trieste Film Festival.
Il trailer di Communion su Youtube.
La pagina Facebook di Communion.
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