The Good Postman

The Good Postman

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Presentato in concorso documentari al Trieste Film Festival, The Good Postman mette in scena una campagna elettorale basata sull’accoglienza dei rifugiati che si trasforma in un’amara riflessione sull’impotenza di un uomo di fronte ai tragici eventi che accadono nel mondo. Perché, sospesa fra il dramma politico, gli interessi di chi è senza scrupoli e le ondate di razzismo, si annida a volte una disperata e necessaria ricerca di umanità.

Refugees welcome (?)

Durante la campagna elettorale per diventare sindaco di un piccolo villaggio ai confini con la Turchia, un postino bulgaro decide di incentrare il suo programma sull’accoglienza ai rifugiati. Una visione non esattamente popolare, come nel resto d’Europa… [sinossi]

È un minuscolo villaggio in via di estinzione nel quale nessuno fa più figli e gli anziani sono sempre più anziani, è una landa sperduta nella quale i campi vengono interrotti giusto da una manciata di case e buona parte di queste sono disabitate, è un paese dove si deve vivere con 50 euro al mese, con l’acqua razionata e magari senza luce, dove non è mai arrivato Internet e nessuno fa nulla per tentare di portarcelo. Eppure Golyam Dervent, da secoli e oggi più che mai, è “la Grande Porta”, l’inizio della speranza, la via di fuga. Situato nel sud-est della Bulgaria, a qualche centinaio di chilometri dal Mar Nero ma a soli pochi metri dal confine con la Turchia, il villaggio è da sempre zona di passaggio dei flussi migratori, e oggi vede quotidianamente intere famiglie di profughi siriani cercare proprio nelle sporadiche interruzioni del filo spinato la propria via d’accesso all’Europa. Ivan, di Golyam Dervent, è il postino di mezza età, l’unico, pienamente sufficiente per i 38 abitanti del villaggio, drasticamente calati rispetto ai circa 500 registrati alla fine del periodo sovietico.
Il buon postino, The Good Postman, svolge il suo lavoro con dedizione, ha costanti contatti umani con le persone, non di rado trova anziani caduti in casa e li soccorre, ama il confronto diretto e con tutti parla di quanto abbia a cuore il villaggio, di come sia preoccupato per il suo costante crollo di popolazione e di quale sia il suo programma elettorale fatto di integrazione, accoglienza e reciproco scambio con le popolazioni in fuga dalla Siria per ripopolare Golyam Dervent prima che sia troppo tardi. È periodo di elezioni, e in una realtà piccola come quella del paese sul confine non servono necessariamente partiti politici alle spalle e sfarzose campagne elettorali: si vota la persona, non un simbolo, e la sua idea, radicata nel territorio, su quali politiche attuare a livello così estremamente locale. O forse no.

Presentato in concorso documentari al 28esimo Trieste Film Festival, The good postman è il film con cui Tonislav Hristov, cineasta bulgaro con base in Finlandia, si interroga su un’Europa che all’accoglienza e all’integrazione ribatte con diffuse ondate di razzismo e con il populismo più becero. Quello che emerge, fra “la Bulgaria ai bulgari”, “sono peggio degli zingari”, “mi chiedo come qualcuno possa considerarli ancora esseri umani” e l’immancabile “vogliono approfittarsi delle nostre risorse”, è ancora una volta come tutto il mondo sia paese, e come nessuno in Europa e forse nel mondo, quale che sia la sua identità nazionale, può non vedere nelle atroci insurrezioni dei gruppi bulgari di estrema destra contro i profughi siriani uno specchio delle peggiori derive di ogni Stato, a partire dal proprio. In questo contesto, un mondo ormai freddo ed egoista, ipernazionalista e asserragliato nelle proprie posizioni retrive, The Good Postman è una disperata ricerca di umanità e di cooperazione fra i popoli, destinata però a trasformarsi nel senso di impotenza di un uomo, per quanto mosso dalle migliori intenzioni, nei confronti degli eventi tragici che vengono raccontati dal telegiornale.
Ivan parla direttamente con le persone, esprimendo con chiarezza la propria posizione di apertura, armonia e collaborazione, ma fra il respiro internazionalista del postino e, al contrario, la chiusura filoputiniana mascherata da filosovietica del suo principale oppositore “socialista”, look piratesco, crocifisso gigante che batte sul petto e strali contro gli “inutili siriani” che “possono anche passare ma per nessun motivo fermarsi nel villaggio”, avrà la meglio Vesa, sindaco uscente e già nullafacente, la quale asserragliata nel suo studio in Municipio neanche abbassa la musica o risponde quando Ivan le porta la posta. Fra le due posizioni chiare sui migranti, anche in una realtà come quella di Golyam Dervent, vince chi semplicemente non si interessa della questione, chi fa finta di non vedere, chi si arroga il diritto di ignorare gli esseri umani già disperati che ora si ritrovano sotto il tiro dei fucili di improvvisati gruppi paramilitari. Fra confronti, scontri, brindisi, concetti chiave più volte ribaditi e momenti surreali come il comizio nel nulla che (con)fonde comunismo e ipernazionalismo in un tappeto di tastiere Casio, The Good Postman è una campagna elettorale che, pur chiaramente schierata, dà voce a tutte le opinioni, è un contraddittorio sul crocevia del dolore e della povertà, è lo scontro forse inevitabile fra i diritti umani che bussano alla porta e chi rimane fermo in casa propria, terrorizzato, incapace di scorgere la propria ferocia nel non aprire.

Ma il film di Hristov ha anche una netta cesura nel momento delle elezioni, e se la prima parte può risultare scolastica e un po’ troppo ripetitiva nel seguire le campagne elettorali sostanzialmente identiche ma fatte di opinioni opposte dei due principali antagonisti che saranno entrambi sconfitti, nell’ultima sezione il film cresce, portando sullo schermo prima l’inutile fronte dei due non-sindaci contro la riconfermata Vesa, poi l’emergere dei loro punti in comune per migliorare le condizioni di vita di una terra troppo povera e arretrata, poi la loro attenzione che si sposta su chi guadagna sul traffico di esseri umani, e infine i loro sguardi attoniti e sgomenti quando la televisione parla di settanta migranti rimasti uccisi di una morte orribile, asfissiati in un container perché nessuno, evidentemente troppo impegnato a contare i loro ultimi risparmi appena messi in tasca per “portarli in salvo”, aveva pensato alla loro necessità di respirare. E proprio mentre Ivan si ritrova a camminare di notte per cercare di lavare dal fondo degli occhi le immagini che ha appena visto, solo, triste e impotente, The Good Postman trova il suo apice emotivo, la sua piena sincerità, tutta la sua amarezza.
Ivan è un uomo puro, semplice, cristallino, idealista. È intimamente convinto che solo dalla cooperazione e dal rispetto reciproco si possa trovare il modo per rifondare il villaggio insieme, tenerlo in vita e magari farlo rifiorire, magari tornando a far vivere il suo cinema-teatro ormai vuoto, magari popolandolo di bambini pronti a correre e a sorridere. È intimamente convinto che dalla sua elezione si possa davvero cambiare, e che con l’umanità e con il reciproco scambio e supporto anche le Primavere Arabe e la questione siriana possano forse diventare un po’ meno devastanti. Ma si scontra contro un muro di silenzio e di razzismo, contro una popolazione ansiosa e bigotta, contro una minuscola cittadinanza pronta a promettere e poi voltare le spalle. E contro un mondo grande e atroce che, di quello che succede a Golyam Dervent, semplicemente non si cura.

The Good Postman non è un “bel” film, non ha idee particolarmente originali da portare sullo schermo, e anzi batte molto sugli stessi tasti, tasti di uguaglianza e umanità, tasti di orrori della guerra e di rifiuto della popolazione alla necessaria apertura. Questo è retorico? Forse, probabilmente sì. E senza dubbio è didascalico ben oltre i limiti del didattico. Eppure, come ampiamente dimostrato dal film, in questo momento storico in troppi casi è più che mai necessario ripartire dalle basi, ripartire dalla consapevolezza che tutti gli uomini sono esseri umani, ripartire dalla consapevolezza che i nazionalismi asserraglianti non hanno mai portato nulla di buono, ripartire dalla consapevolezza che è solo dalla reciproca collaborazione che si può uscire dalle situazioni più drammatiche, soprattutto per un villaggio che è per posizione geografica crocevia fra le guerre civili del Medio Oriente e le crisi economiche, umane e sociali d’Europa.
Dovrebbero essere banalità, concetti talmente conclamati da rendere la loro ripetizione totalmente inutile, concetti che onestamente ci stiamo sentendo ridicoli a scrivere, come se ci stessimo stupendo del colore dell’erba, o di quanto l’acqua sia umida. Ma, purtroppo, non è (più) così. In un mondo che non riesce a fare altro che guardare con sospetto il proprio vicino di casa, un film come The Good Postman, con tutta la sua ripetitività e con tutte le sue ovvietà, con tutti suoi didascalismi e con tutte le sue banalità, ma anche con la ferrea bontà delle sue intenzioni e con tutta la sua profonda e sincera umanità, non possiamo fare altro che difenderlo, sperando che abbia una diffusione capillare almeno in patria e che abbia la possibilità di fare il suo lavoro di rieducazione civile, sociale e umana. Un lavoro che scuole, famiglie e società sembrano non essere più in grado di svolgere. Un lavoro forse mai così indispensabile.

Info
La scheda di The Good Postman sul sito del Trieste Film Festival.

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