La vera vita di Antonio H.

La vera vita di Antonio H.

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La vera vita di Antonio H., esordio alla regia di Enzo Monteleone, già sceneggiatore per Gabriele Salvatores e Carlo Mazzacurati, è un divertente mockumentary che ruota attorno alla vita di Alessandro Haber, trasformato (ma non troppo) in Antonio Hutter… Con le partecipazioni straordinarie di Giuliana De Sio, Nanni Loy, Bernardo Bertolucci e Marcello Mastroianni.

Li frego tutti!

L’attore Antonio Hutter recita, in un teatro decadente e con l’ausilio di un nastro registrato con applausi, la sua vita: figlio di un ebreo-romano assai tollerante e di una bolognese cattolica, vive l’infanzia in Israele, dove durante la sua prima apparizione teatrale esordisce facendosi la pipì addosso. Trasferitosi a Verona, è sommerso dall’onda dei film sexy anni ’60. A scuola va malissimo, tanto che il padre gli compra la licenza media. Affascinato dal cinema si esalta nel vedere il successo di Dustin Hoffman nel film Il laureato: anche lui come il protagonista non è un tipo aitante. Nel ’68 e negli anni di piombo, mentre una delle sue donne addirittura ospita dei terroristi, lui pensa solo al cinema, e decide di trasferirsi a Roma, dove ritrova un ex compagno d’armi e sollecita registi e produttori per ottenere una qualsiasi particina, importunando persino Godard e Welles. [sinossi]

Quando La vera vita di Antonio H. viene presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nei primi giorni del 1994, all’interno della sezione Panorama Italiano voluta dall’allora direttore Gillo Pontecorvo [1], Alessandro Haber è già apparso in più di sessanta film. Ha quarantasette anni, e il suo esordio davanti a una macchina da presa risale al 1967, quando ha interpretato il ruolo di Rospo ne La Cina è vicina, opera seconda di Marco Bellocchio dopo I pugni in tasca; nonostante tutto, il primo ruolo da protagonista lo ottiene solo nel 1986, partecipando al cast corale di Regalo di Natale di Pupi Avati. Ma nessuna parte potrà mai competere con quella che gli cuce addosso Enzo Monteleone, alla sua opera prima da regista dopo aver sceneggiato per Gabriele Salvatores (Kamikazen – Ultima notte a Milano, Marrakech Express, Mediterraneo e Puerto Escondido), Carlo Mazzacurati (Il prete bello), Alessandro D’Alatri (Americano rosso) e Giuseppe Piccioni (Chiedi la luna): La vera vita di Antonio H. non è infatti solo un film con Alessandro Haber, ma è soprattutto un film su e per Alessandro Haber. Sebbene il mockumentary sia oramai una pratica entrata a pieno diritto all’interno delle dinamiche produttive internazionali, nel 1994 i punti di riferimento per chi aveva intenzione di giocare con il concetto di verità erano assai più sparuti. Tra questi rifulgeva, ovviamente, Zelig di Woody Allen, che solo un decennio prima aveva a sua volta partecipato alla Mostra di Venezia, acclamato come uno dei capolavori del regista newyorchese.
Parte proprio da Zelig, La vera vita di Antonio H., per approdare però a una biografia in cui falso e vero si mescolano in modo praticamente indistricabile. Antonio Hutter, proprio come Alessandro Haber, nasce a Bologna da padre romeno di origine ebraica e da madre italiana, fervente cattolica; come l’attore, il personaggio cresce in Israele, per poi trasferirsi a nove anni a Verona. Insomma, le note biografiche corrispondono. Costruito come una stand-up comedy, con Haber mattatore in scena, il film di Monteleone sorprende a più di venti anni di distanza per la capacità di assorbire codici e stilemi visivi appropriandosene in modo estremamente naturale.

Lo spettatore de La vera vita di Antonio H. viene bombardato da informazioni, che passano dalla narrazione dell’Hutter attore sul palco di un teatro – privo di pubblico, ma con reazioni create ad hoc da un registratore per musicassette – a ricostruzioni d’epoca, da interviste a persone che lo hanno incrociato nel corso della loro vita fino a un utilizzo sapiente del found footage. In questo modo l’eterno aspirante attore Hutter può dialogare con Nanni Moretti (che nella finzione di Sogni d’oro telefona “veramente” ad Alessandro Haber), venire ucciso dal fucile di John Wells/Gian Maria Volonté in Per un pugno di dollari, essere investito mentre si trova sul palco dalla ruota anteriore della Kawasaki che sta attraversando a velocità folle tutta Roma. Potere del montaggio.
Oltre a essere l’occasione per Haber per dimostrare tutto il proprio istrionismo attoriale – la memoria della naja passata con Michele Placido è narrata dalle immagini di Marcia trionfale di Marco Bellocchio, nel quale i due lavorano insieme –, La vera vita di Antonio H. è una riflessione intelligente e tutt’altro che prevedibile sul potere dell’immagine, sul cinema non solo come veicolo dell’immaginario ma come senso stesso dell’essere vivi, del respirare, del crescere. La tumultuosa carriera d’attore di Hutter nasce nell’immobilismo di una battuta mai pronunciata da bambino, con tanto di pipì fatta addosso, e la sua stessa vita sessuale si articola solo attraverso la visione dei film, al drive-in, in macchina.
C’è una persistente nostalgia di un passato che è esistito solo in quanto finto, mai reale, eppure completamente vissuto: il dialogo con Orson Welles, che non è neanche Welles, ma il regista de La ricotta per Pier Paolo Pasolini; l’incontro a piazza Navona con Jean-Luc Godard. L’ossessione, la totale completa ossessione per la recitazione. “Li frego tutti!” esclama ogni volta, prima di essere smentito dalla storia, Antonio Hutter. Con l’acca davanti, come ci tiene a precisare. Antonio Hutter l’incapace, il rompicoglioni, come lo bollano uno dopo l’altro Mario Monicelli, Nanni Loy, i fratelli Taviani, Bernardo Bertolucci che lo fa recitare ne Il conformista per poi tagliarlo [2]. Nessuno lo vuole tra i piedi, nessuno lo fa lavorare.

Il racconto del cinema italiano è un racconto di crisi, come testimoniano alcuni cinegiornali d’epoca, ma è forse soprattutto il racconto di una nazione in perenne stato di crisi: il drive-in sulla Cristoforo Colombo chiude nel 1986, lasciando solo uno schermo elefantiaco perso nel nulla e sterpaglie. Incurante di tutto questo Hutter continua a guidare fino a lì, fermandosi nel bel mezzo del nulla, accanto ai ripetitori che un tempo permettevano di ascoltare dalla propria macchina i dialoghi del film. È un uomo sconfitto, ma non ne è consapevole. O meglio, se lo è non se ne fa cruccio: ci può sempre essere un’altra occasione, non si può rifiutare mai una parte, un provino, un contatto (come invece fa Giuliana De Sio, sua compagna per quattro anni).
Attraverso un racconto sempre inventivo, in grado di costruire sequenze spassose, Monteleone traccia un percorso umano ipertrofico, che diventa però anche narrazione di una volontà di emergere di una generazione insoddisfatta, incapace di crescere, di maturare, di ridefinire i propri spazi. Alessandro Haber si fa incontenibile, straripante, domina la scena in ogni momento, che sia fermo in un letto d’ospedale o balli un nevrotico tip tap sul palco. La sua energia è controllata e strutturata da Monteleone, che firma all’esordio la sua opera più piccola e ambiziosa allo stesso tempo, vincendo la sfida con la mediocre contrapposizione asfittica tra realtà e finzione.

NOTE
1. Insieme al film di Monteleone, che inaugurò le danze, presero parte alla sezione Anime fiammeggianti di Davide Ferrario, L’estate di Bobby Charlton di Massimo Guglielmi, Tutti gli anni una volta l’anno di Gianfrancesco Lazotti, Ladri di cinema di Piero Natoli, Anni ribelli di Rosalia Polizzi, Da qualche parte in città di Michele Sordillo, Portami via di Gianluca Maria Tavarelli e La bella vita di Paolo Virzì.
2. Fatto realmente accaduto: nel film di Bertolucci Haber interpreta uno dei ciechi nella sequenza del ballo, sequenza che venne tagliata per essere poi ripristinata solo al momento del restauro del film, nel 1993, in occasione della presentazione al Festival di Locarno.
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Il trailer de La vera vita di Antonio H.

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