The Woman and the Glacier

The Woman and the Glacier

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Seguendo il lavoro di una scienziata tra le montagne del Kazakistan, il cineasta lituano Audrius Stonys in The Woman and the Glacier riflette sul confronto, necessariamente impari, tra l’uomo e la Natura. Uno dei grandi film della 28esima edizione del Trieste Film Festival.

Che fai tu, luna, in ciel?

La scienziata lituana Aušra Revutaite ha passato trent’anni nelle montagne del Tian Shan, in Asia Centrale. A 3500 metri sopra il livello del mare, da sola in compagnia del suo fedele cane e di un gatto grigio, studia i cambiamenti climatici nel ghiacciaio Tuyuksu. [sinossi]

L’importanza di un cineasta come Audrius Stonys ci pare che in Italia non sia ancora stata sufficientemente rimarcata. Oltre al NodoDocFest che gli dedicò un omaggio anni fa e al Festival dei Popoli, non ci risulta che altre rassegne nostrane abbiano selezionato dei suoi film. Lo ha fatto, per fortuna, il Trieste Film Festival mettendo in selezione per il concorso documentari il nuovo film di Stonys, The Woman and the Glacier.
Il regista, per questo suo lavoro, ha raggiunto una connazionale, la scienziata Aušra Revutaite, da trent’anni sulle montagne del Tian Shan, completamente isolata rispetto al resto del mondo, a parte la compagnia di un cane e di un gatto che si azzuffano continuamente.

Vediamo la donna al lavoro, presa da rituali quotidiani e chiusa nei suoi pensieri, come quando a un tratto le riviene alla mente quella volta che, tanto tempo fa, cucinò per degli alpinisti (e sono queste, in voice over, tra le pochissime parole che vengono dette nel film). Poi vediamo, inframezzato con le apparizioni della donna, un uomo del posto che suona uno strumento a corde, che si trasforma in unica colonna sonora – diegetica dunque – musicale. Quindi di tanto in tanto tornano il cane e il gatto che si azzuffano, guardano in macchina (soprattutto il cane) e poi si riposano davanti al paesaggio. Questi ‘segnali di vita’ ci fanno da tramite rispetto all’ingresso nel mistero della Natura, perché è ovviamente lei la vera protagonista di The Woman and the Glacier.
Infatti, Stonys a tratti – e in maniera inattesa – affonda lo sguardo nell’enigma del creato: improvvisamente si spalanca davanti a noi una nebbia che fa diventare completamente bianca l’inquadratura; poco dopo la notte più nera viene solcata da improvvisi lampi. Il costante confronto tra l’apparente placidità della terra (dei ruscelletti che, bellissimi, scorrono tra le rocce) e l’abisso che spalanca l’insondabile (una cascata che si incunea sempre più in basso, sempre più in fondo) vale come restituzione di un’enigma cui non bisogna dare spiegazione e alla cui bellezza non resta altro che arrendersi, annichiliti.

Ecco che allora The Woman and the Glacier diventa un film sull’immagine, sulla ‘cattura’ del momento in cui gli elementi mutano, cambiando forma e sostanza; un film sulla luce, sul bianco e sul nero, sul contrasto e sull’assenza di esso; un film sull’ontologia stessa del cinema e sulla sua essenza – e missione – di meccanismo riproduttivo delle immagini.
In tutto questo Stonys, come tutti noi, è solo di passaggio. E ce lo suggerisce andando a recuperare vecchie immagini di precedenti scienziate che hanno lavorato su quei posti, mostrandoci poi la partenza della sua connazionale e quindi l’arrivo di una nuova custode. Il ghiacciaio, la nebbia, la pioggia, la neve, l’acqua continueranno a comportarsi secondo regole non codificabili, secondo quell’inesprimibile di cui ci parlò Leopardi e che qui viene restituito sotto forma di immagine. Uno dei capolavori della 28esima edizione del Trieste Film Festival.

Info
La scheda di The Woman and the Glacier sul sito del Trieste Film Festival.

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