People Power Bombshell: The Diary of Vietnam Rose

People Power Bombshell: The Diary of Vietnam Rose

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Presentato all’International Film Festival Rotterdam, People Power Bombshell: The Diary of Vietnam Rose è il nuovo lavoro del filmmaker filippino John Torres: un’opera sul cinema e sul recupero di un film di un regista molto popolare negli anni Ottanta, Celso Advento Castillo. E nella grana di questa vecchia pellicola ormai consunta, emerge il clima che si respirava sotto la dittatura di Marcos.

La pellicola non ha memoria?

Celso Advento Castillo è considerato come il salvatore del cinema filippino. Una carriera di più di sessanta film tra cui molti ‘bomba film’, i film erotici molto spinti. Negli anni Ottanta lavorò al progetto del film The Diary of Vietnam Rose con l’attrice sexy Liz Alindogan, che non fu mai completato per problemi finanziari. Più di trent’anni dopo John Torres recupera la pellicola, 20 rulli rovinatissimi, con il girato di quel film e ne mescola alcuni frammenti con un nuovo doppiaggio. [sinossi]

Una qualità dell’immagine rovinatissima, consunta, ai limiti del visibile, del distinguibile. È quella del film The Diary of Vietnam Rose del popolare regista Celso Advento Castillo, della metà degli anni Ottanta, un’opera in realtà mai portata a termine. Cui peraltro aveva partecipato, in qualità di production designer, un giovanissimo Brillante Mendoza. Il girato di quel film è stato recuperato da John Torres in modo rocambolesco, grazie all’attrice protagonista, la sexy star dell’epoca Liz Alindogan, poi dimenticata, che ha conservato quei rulli, per tutto questo tempo, sotto il letto. Immagini disturbatissime, come si diceva, fissate ora da Torres un istante prima del loro definitivo deterioramento, e rese come un susseguirsi caleidoscopico quasi di disegni astratti, tra i quali distinguere a malapena i personaggi e le situazioni.
Per un regista come Torres della generazione del cinema digitale, che ha peraltro realizzato anche film con il cellulare, People Power Bombshell: The Diary of Vietnam Rose rappresenta anzitutto un incontro con la pellicola, un restituirne la matericità e la marcescibilità, una fissazione di un reperto in fase di dissoluzione, così come una ricerca dell’imperfezione dell’immagine, un rifiuto della fotografia limpida e pulita. Potremmo fare delle analogie con il lavoro di Piero Bargellini in Trasferimento di modulazione, il cinema e la sua consunzione, con un risultato di immagine che si avvicina a una concezione del cinema sperimentale alla di Stan Brakhage. Torres lavora quel materiale con il semplice montaggio, in un caso ricorrendo alla sovrapposizione di scene diverse, e arrivando alla fine a inserire anche immagini del backstage, ma anche, sempre e solo negli attimi finali, a mostrare la camera, e realizzando un nuovo audio come si vedrà, esibendo a volte al contempo la banda sonora.

Celso Advento Castillo è stato un regista molto popolare, considerato il salvatore del cinema filippino. Ha realizzato una sessantina di opere appartenenti ai generi più disparati, thriller, action, horror ed è morto nel 2012 mentre stava scrivendo una sua autobiografia, opera anche questa rimasta quindi incompiuta.
The Diary of Vietnam Rose è un cosiddetto ‘bomba film’, la declinazione filippina della sexploitation come si capisce dalle grazie generosamente esposte dell’attrice protagonista. Come spesso nella storia del cinema erotico, le scene di nudo sono un obbligo commerciale, un richiamo per le allodole, ma i prodotti possono avere storie o veicolare messaggi. Come, sembra di capire, in questo caso dove il soggetto riguarda la tragedia dei boat people che scappavano dal Vietnam per cercare di approdare alle Filippine, con esibizione di tanti cadaveri galleggianti.

Ancora dopo il suo precedente Lukas the Strange, Torres concepisce nuovamente un cinema sul cinema, un cinema che ingloba e fagocita un altro cinema, recuperando il footage di un altro film. E come per i sottotitoli di Refrains Happen Like Revolutions in a Song, non combacianti con i dialoghi in un dialetto filippino, il filmmaker lavora nel senso di una possibile separazione e indipendenza delle immagini con l’audio. Ritrova così i vecchi interpreti del film e chiede loro di doppiare la pellicola non necessariamente rifacendo i dialoghi originali. A volte così le voci off seguono il labiale degli attori, più spesso sono voci da backstage, parlano della lavorazione del film o commentano vari fatti.
Un flusso di coscienza meta-cinematografico a richiamare continuamente la costruzione stessa del film e il suo carattere illusorio. “È un’attrice, non è davvero morta” si sente a un certo punto, commentando l’uccisione della protagonista. Ma da quei dialoghi rievocatori del profilmico e del contesto si apprende l’ulteriore presenza di cinema. Nello stesso momento, e nella stessa isola dell’arcipelago, era in corso la lavorazione di Platoon, un altro film su Vietnam.

Un tifone apre e chiude People Power Bombshell: The Diary of Vietnam Rose, presentato all’IFFR, simbolo, come abbiamo imparato a conoscere nel cinema filippino, del martirio di un popolo, travagliato da cataclismi naturali e della Storia. Il cinema è un magazzino di memoria, in questo caso di una stagione florida del cinema filippino che pure combacia con una fase oscura del paese, quella dittatura di Marcos che paradossalmente spingeva la settima arte garantendo una certa libertà d’espressione. Il Vietnam, ora come oggi, con la presidenza di Duterte e con la tumulazione della salma di Marcos nel cimitero degli eroi, è la metafora traslata della sofferenza delle Filippine. E un altro grande film americano sul Vietnam prima di Platoon, Apocalypse Now, pure girato nelle Filippine, è il simbolo di un’arroganza cinematografica che vedeva nell’arcipelago una facile colonia da saccheggiare, ancor più per affrontare i propri rimossi nazionali.

Info
La scheda di People Power Bombshell: The Diary of Vietnam Rose sul sito del Festival di Rotterdam.
La pagina Facebook di People Power Bombshell: The Diary of Vietnam Rose.

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