Le spie

Film sottovalutato, generalmente considerato minore nella filmografia di Clouzot, Le spie è in realtà un’opera che gioca intelligentemente coi generi e la percezione dello spettatore, rappresentando, a suo modo, una perfetta fotografia del periodo in cui fu realizzato. Stasera al Palazzo delle Esposizioni di Roma per la rassegna dedicata a Henri-Georges Clouzot.

La matrioska del vuoto

Il dottor Malic, responsabile di un ospedale psichiatrico, viene avvicinato da un individuo che si presenta come il colonnello Howard, dei servizi segreti americani. L’uomo propone allo psichiatra di ospitare un suo agente nella struttura, dietro un ingente compenso in denaro. Il medico accetta la proposta, ma vede presto l’ospedale (e i suoi immediati dintorni) popolarsi di spie e personaggi ambigui di ogni genere… [sinossi]

Arrivato al suo terzultimo lungometraggio, Clouzot sembra più che mai divertirsi a giocare coi generi e con la percezione dello spettatore. È un film sottovalutato, Le spie, un episodio generalmente considerato minore all’interno della filmografia del grande regista francese: dalla trama criptica e labirintica, volutamente tesa a confondere (spesso in modo insistito e palese) i livelli di realtà e le loro possibili interpretazioni, il film di Clouzot ha ricevuto, quale rilievo più frequente, l’accusa di manierismo. Ed è questa, in qualche modo, un’accusa giustificata, visto che il regista francese punta dichiaratamente a riprodurre la maniera del noir e dello spy movie, riproponendone gli stereotipi e mescolandoli, esasperandone smaccatamente le premesse e portandone i risultati (sia narrativi che estetici) alle estreme conseguenze. Il “gioco” con i generi, gratuito quanto si vuole, non rappresenta tuttavia nient’altro che la precisa volontà del regista, che riproduce nel complesso (e a tratti difficilmente decodificabile) intreccio, il senso di spaesamento e di mancanza di punti di riferimento che un cittadino europeo poteva sperimentare nel 1957, con la guerra fredda che costituiva ormai una realtà manifesta di fronte al mondo.

Il senso di paranoia piccolo borghese che aveva permeato di sé Il corvo (altra opera rappresentativa di un preciso periodo, e del clima che vi si respirava) si scompone e si concentra in uno spazio più ristretto: quello, splendidamente fotografato dai chiaroscuri di Nicolas Hayer, dell’ospedale psichiatrico retto dal protagonista, il medico col volto di Pierre Fresnay. La trama parte dal motivo hitchcockiano dell’uomo comune calato in una situazione straordinaria, innescante un meccanismo che rapidamente stringe la morsa sulla sua persona: rispetto ai capolavori del regista inglese, tuttavia (ma anche alle precedenti opere dello stesso Clouzot) i punti di riferimento sono qui ancor più sfocati, per non dire assenti. La paranoia è non solo inevitabile, ma persino insostenibile, laddove non si ha alcun indizio sulle motivazioni (men che meno sull’appartenenza a un gruppo o a uno schieramento) degli individui da cui si è minacciati. Laddove questi ultimi potrebbero persino essere loro stessi ignari della struttura, o dell’insieme di strutture, a cui fanno riferimento, rendendo conto a centri di potere a loro volta inconsapevoli del luogo di imputazione ultimo dei comandi: un gioco di scatole cinesi che si traduce in un enorme vuoto, in un vorticoso teatro dell’assurdo che sottrae senso all’azione umana e carica ogni passaggio narrativo di un sentore di latente, avvertibile ansia.

Come il capolavoro I diabolici (ancora un plurale nel titolo, ancora l’ambiguità sui suoi veri referenti), Le spie interroga lo spettatore sul senso ultimo dell’azione umana, sull’ambiguità stessa dell’etica e sui contenuti nascosti, e insidiosi, delle promesse che legano gli individui. Qui, tuttavia, Clouzot non ha bisogno della struttura da thriller (non di quella classica, almeno) né del twist finale: lo svelamento dei contorni del mistero (sempre in divenire, mai completo) è infatti graduale e non lineare, procedente a strappi, a volte capace di complicare ulteriormente i contorni del quadro laddove si scelga di illuminarne un pezzetto. Al centro di un intrigo che getta in un vortice da incubo volti e nomi, identità vere o presunte, vivi e morti, un protagonista che sembra essere l’unico, vero punto fermo del racconto; il solo carattere dall’identità definita (benché sommariamente delineata dalla sceneggiatura) nel grottesco balletto umano e sociale che gli si agita intorno. La frammentazione dello script (ispirato a un romanzo dell’autore ceco Egon Hostovský) anticipa in parte le modalità narrative della Nouvelle Vague, con un incedere volutamente rapsodico e la concentrazione dell’effetto di senso sulla singola sequenza, anziché su una mai ricercata coerenza nel racconto.

Avvolgente e fascinoso, volutamente diseguale e “ludico” nel senso più alto del termine, Le spie è qualcosa di più di un mero esercizio di stile, o di un gratuito rimescolare dei topoi di alcuni dei generi classici del cinema francese. Il film di Clouzot, da rivalutare nell’ambito di una filmografia che offre, ad ogni sua nuova revisione, rinnovati spunti di interesse, è in realtà un’opera che per molti versi fotografa i tempi in cui è stata concepita, per altri anticipa quelli che (di lì a poco) saranno destinati a succedervi. Che i contorni di tale fotografia siano volutamente sfocati, tesi a confondere e ad interrogare, più che a rivelare, non è che una precisa (e a nostro avviso salutare) scelta.

Info
La scheda de Le spie sul sito Unifrance.
Il programma della rassegna su Clouzot sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
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