On Body and Soul

On Body and Soul

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Fra cervi e mattatoi, silenzi e saliere, commedia e strazio, la cineasta ungherese Ildikó Enyedi mette in scena con straordinarie sensibilità e poetica il bisogno disperato d’amore di fronte alle difficoltà nel dichiararlo. Orso d’Oro alla 67esima Berlinale, On Body and Soul è un film umanissimo e di devastante tenerezza sui corpi, sul sangue, sui sogni, sul desiderio e sulle emozioni.

The Deer Lovers

Non appena Mária iniziare a lavorare al controllo qualità, un macello a Budapest diventa il luogo di una strana storia d’amore. A pranzo la giovane donna sceglie sempre un tavolo da sola in mensa, dove si siede in silenzio. Il suo è un mondo che si compone di figure e dati che si sono impressi sulla sua memoria fin dalla prima infanzia. Endre, il direttore finanziario dello stesso macello, è un tipo tranquillo ormai di mezza età. Timidamente cominciano a conoscersi l’un l’altro, fino a scoprire che ogni notte si incontrano da oltre due anni nello stesso sogno. Con cautela, tentano di farlo diventare realtà. [sinossi]

Diciotto anni. Tanto tempo ci è voluto alla cineasta ungherese Ildikó Enyedi, fra problemi personali e cecità produttive, per tornare a fare un film per il grande schermo. Diciotto anni, nei quali l’umanità e lo straordinario apporto emotivo di My 20th Century, inserito nel frattempo fra i dodici film più importanti della storia cinematografica d’Ungheria, e di Tamàs and Juli, storia di un amore che non riesce mai a darsi appuntamento, non si sono mai affievoliti, ma hanno semplicemente maturato nuove forme.
Sospeso fra i toni di una commedia dai tocchi romantico-surreali e la tragicità melodrammatica di un sentimento che già brucia ma non riesce a emergere se non in sogno, On Body and Soul, è un film di timidezze e di appuntamenti onirici, di eleganza nella messa in scena e di raffinata scrittura, di poetica e di pura sensibilità, di silenzi e di impercettibili passi uno verso l’altro, elegia dell’amore e del bisogno fondamentale dell’uomo di immergercisi.

Presentato in concorso alla Berlinale 2017, il nuovo lavoro di Ildikó Enyedi è l’ennesimo tassello di una mappatura dei sentimenti e del cuore lunga una filmografia e una vita, è l’ennesima ricerca di umanità in un mondo ormai sempre più freddo, è un film di piccoli gesti e di riflessi sui vetri, una storia semplice e universale di corteggiamenti, inadeguatezze e blocchi emotivi sottilmente dolorosi, pronta a giocare con la sensibilità del pubblico per riportarlo alle radici della propria più intima umanità. Chiede di stare al gioco, Ildikó Enyedi. Chiede di lasciarsi andare, di emozionarsi, di perdersi in una poetica che, più che dal centro-Europa, sembra quasi venire dal profondo oriente, figlia emotiva di Imamura e del primo Kim Ki-duk, basata sulla messa in scena di gesti apparentemente insignificanti, a volte assurdi, eppure così pregni di empatia, di sincerità, di trepidazioni, di turbamenti quotidiani, di possibili stratificazioni di senso. Chiede partecipazione, Ildikó Enyedi, e ripaga in infinita tenerezza anche a costo di respingere chi non riesce a entrare nel meccanismo, proprio come accaduto in queste prime proiezioni alla Berlinale nelle quali, accanto ai tanti plaudenti sostenitori commossi, hanno trovato spazio non pochissimi detrattori, che attaccano On Body and Soul proprio per la sua (solo) apparente semplicità.

Quello di Ildikó Enyedi è un film emozionale di corpi, i corpi degli animali e quelli degli uomini, i corpi che si attraggono e quelli che si respingono, i corpi nudi e quelli irrigiditi, i corpi squartati delle vacche nel mattatoio e quelli eleganti dei cervi che si incontrano nella neve eterna dei sogni, i corpi che sprizzano sangue e quelli che ormai non sentono più il dolore, come un braccio paralizzato, oppure come una vena tagliata all’apice della disperazione e poi tamponata in fretta e furia perché, nel frattempo, è giunta una telefonata che nemmeno si osava più sognare.
Non è certo casuale che On Body and Soul sia ambientato in un mattatoio, dove sgorga il sangue più caldo e rosso che si contrappone al candore dei sentimenti e della neve, dove i corpi cadono e, con il macello, vengono modificati, dove, per poter lavorare senza impazzire, è assolutamente necessario “provare pena per le bestie”, bisogna lasciar scorrere l’empatia, bisogna imparare ad amare giorno dopo giorno. Mária, bionda e algida, rigida nei suoi schemi mentali che le fanno declassare la carne per un millimetro in più di grasso e probabilmente affetta da una lieve forma d’autismo che la porta a essere timida e asociale, ma dotata di una memoria prodigiosa che le ha permesso di registrare ogni istante della sua vita come fosse un freddo dato informatico, è la nuova assunta al controllo qualità. È una persona sola, fragile, incapace di qualsiasi contatto fisico, talmente imbarazzata che, persino quando un raggio di sole le illumina una gamba, finisce per fare un passo indietro e ritirarsi ulteriormente nell’ombra. Dalla finestra la osserva Endre, di qualche anno meno giovane di lei, un altro uomo solo, tranquillo, convinto di avere ormai chiuso le porte ai sentimenti, da molti anni impiegato nel mattatoio come direttore finanziario, ma ancora adesso incapace di razionalizzare la fabbrica di morte nella quale lavora tanto da non essere mai sceso dal suo ufficio verso i macelli veri e propri.
Con il suo braccio sinistro paralizzato, quasi come fosse una risposta di speranza a Bela Tarr e al suo Il Cavallo di Torino, Endre incontra la neoassunta a mensa, parla del nulla pur di attaccare bottone, scientemente la provoca in base all’unica cosa che già sa di lei, la sua allergia ai vezzeggiativi, chiamandola Marika.
C’è fra di loro una sintonia apparentemente impossibile, un’attrazione reciproca che dovrà vincere le resistenze e le timidezze, un’affinità elettiva che sarà destinata a emergere nel rendersi conto, in seguito alla valutazione psicologica di una smaliziata e pettoruta terapeuta imposta a tutta l’azienda per tentare di capire chi fosse l’autore di un qualcosa che resta intelligentemente fuori campo – forse è un furto, forse un’aggressione, ma non è questo ciò che conta –, che da oltre due anni i due si incontrano nello stesso sogno: sono cervi nella neve immersi in una natura dove non ci sono occhi altrui, dove cadono le barriere fisiche e morali, dove ognuno può scoprire e vivere la sua più intima essenza. Ogni notte si danno appuntamento, si sfiorano, si corteggiano e si amano, finalmente liberi, mentre di giorno si chiudono, si sforzano di starsi antipatici, si evitano a mensa ma si pensano a casa, rimettendo in scena i propri dialoghi con saliere e omini del lego e magari aggiungendo ad alta voce anche i pensieri che ripassano le regole del gioco delle parti. Ildikó Enyedi innesta il melodramma nella commedia, sfrutta l’assurdo e l’incredibile per dimostrare come non possa né debba esistere razionalità nell’amore, si immerge nella sfera onirica e la meticcia sagacemente con la realtà viva e pulsante di ogni innamoramento. Il suo sguardo è capace al contempo di uno strazio e di una tenerezza ai limiti dell’insostenibile, penetra nelle vite dei suoi personaggi e le sconvolge di sfumature, guarda all’amore con amore, mettendo al centro l’uomo e i suoi stravolgimenti.

On Body and Soul, scritto con tratto sottile e lieve, è la costruzione di un amore dal sogno alla realtà, dal corpo animale a quello umano, dal sangue come segno di morte al sangue che sprizza la vitalità dei sentimenti. È il bisogno di tenerezza di tutti noi, è il desiderio, è l’emergere di un’affinità che nessuno può decidere o comandare, ma che si può solo scoprire giorno dopo giorno.
I due protagonisti, sfiorandosi d’amore nei sogni ma essendo incapaci di farlo nella realtà, si cercano, si trovano, si nascondono, mentre il film mette in scena la nascita del loro affetto tappa dopo tappa, sospiro dopo sospiro, tentennamento dopo tentennamento, fra sguardi, azioni e reazioni destinati a ripresentarsi in ogni possibile sfumatura.
È una costante deriva dei sensi, che Ildikó Enyedi mette in scena in una poetica umanissima di piccoli gesti e in uno stile di straordinaria eleganza nelle inquadrature da sotto il letto o a ricordare il “Cristo Morto” di Mantegna, nel sublime candore del bosco innevato oppure nella mediocrità asettica dell’interno del mattatoio, incorniciando i suoi personaggi in un turbinio di vetri, specchi, porte e rifrazioni al contempo asfittiche e romantiche.
È un film che parte dall’iniziale aridità per far pompare sempre più il sangue verso il cuore, disvelando progressivamente i sensi della sua metafora e la sua poesia della quotidianità nei raccordi sul bianco, nella continua sovrapposizione fra onirico e realistico, nella contrapposizione fra il mattatoio come luogo di morte e come luogo d’amore, nell’educazione sentimentale degli amanti contro le resistenze. E nel frattempo, nei personaggi che gravitano intorno agli amanti, dal nuovo assunto che a pelle non piace ma al quale bisognerà prima o poi chiedere scusa fino al vecchio e insospettabile amico che confesserà di essere il colpevole del misterioso evento, costruisce un intero microcosmo che si pone come parabola del mondo di oggi.

I due protagonisti si bramano ripetutamente, si corteggiano fra notte e giorno, iniziano a trovarsi con l’acquisto di un telefono cellulare che saprà salvare la vita, si danno appuntamento per dormire insieme e potersi trovare almeno nel sonno, ma nel frattempo sono incapaci di sfiorarsi, di dichiararsi, di portare i loro corpi menomati – uno dalla paresi, l’altro dall’incapacità di contatti umani – alle conclusioni a cui erano arrivate, ben prima, le loro anime. On Body and Soul è un fermento di emozioni, una danza fra amore e morte fatta di piccoli avvicinamenti e di ritrosie, di invidie e di disperazioni, di tentati suicidi nei quali lo strazio vira in tenerezza e di incapacità di addormentarsi quando si sta vicini.
Serve il passo ulteriore, serve che le insensibilità non si pongano più come ostacolo, serve prendere il braccio senza vita e stringerselo al petto, serve che su quel volto frigido e inespressivo si dipinga, anche se solo per un attimo, un vagito di soddisfazione, gioia, tenerezza, sentimento, reale emozione. Serve che gli uomini possano vivere ciò che è nel loro cuore senza l’intermediazione dei cervi e del sogno, serve vincere una paura atavica e un arto insensibile, serve vivere finalmente la realtà di un amore surreale e disperatissimo. Serve che nel sogno, che poi è il cinema, possa rimanere solo il paesaggio, la natura spoglia, tranquilla e silenziosa, in attesa che la coltre di candida neve si sciolga e che, ancora una volta, torni la primavera a colorare le vite di sempre nuovi profumi.

Info
La scheda di On Body and Soul sul sito della Berlinale.

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