vedete, sono uno di voi

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Ermanno Olmi torna al cinema documentario: vedete, sono uno di voi è dedicato alla figura dell’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, ed è un nuovo amaro ritratto sulla fine di un mondo.

Le stagioni non ritornano

Ermanno Olmi ripercorre accadimenti e atti dell’uomo Carlo Maria Martini per conoscere come questo importante rappresentante della Chiesa cattolica abbia speso i giorni della sua vita rigorosamente fedele alla sua vocazione e ai suoi ideali. [sinossi]

Come pochi altri cineasti nella storia del cinema mondiale – uno su tutti De Oliveira, scomparso nel 2015, il cui primo ‘ultimo’ film, Visita ou Memórias e Confissões, risaliva addirittura al 1981 – Ermanno Olmi sta vivendo il privilegio – e per certi aspetti la condanna – di realizzare da un po’ di tempo a questa parte solo ultimi film. Lo si dice non solo per questioni anagrafiche (Olmi compirà a luglio 86 anni) o per le malattie che l’autore di Il posto ha dovuto combattere in tempi recenti, quanto soprattutto per l’approccio alla macchina-cinema, un approccio fatto di leggerezza e leggiadria impalpabili, di chi ha imparato ad accettare la morte con serenità, senza però perdere il rimpianto per la vita.
Così, a un paio d’anni di distanza da torneranno i prati, con vedete, sono uno di voi Olmi mette in scena di nuovo la sparizione del tutto, di un mondo che è prima di tutto il suo mondo, quello della fede, dell’amore per la bellezza della natura, per il fruscio delle fronde di un albero o per un viale che corre ai bordi di un torrente. E stavolta lo fa raccontando la vita di Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, uomo cui Olmi ha guardato (e guarda) con enorme ammirazione e con cui non può fare a meno di immedesimarsi.

Quasi coetaneo di Olmi – era nato nel 1927 – Martini ha sostanzialmente vissuto gli stessi tragici episodi della storia del Novecento avendo più o meno la stessa età del regista, a partire dagli anni della formazione avvenuti sotto il fascismo e, poi, al tempo dell’orrore della Seconda Guerra Mondiale. Ma, come in un (impossibile) détournement scorsesiano, il quale ha spesso detto che se non avesse fatto il regista avrebbe fatto il prete (e proprio negli stessi mesi in cui il cineasta italo-americano è tornato sul tema della fede con Silence), Olmi guarda a Martini come a un’altra sua possibile vita, quella di uomo che si è completamente dedicato alla fede e alla Chiesa cattolica; e non è un caso che la voce narrante sia di Olmi stesso e che racconti in prima persona episodi e stati d’animo della vita di Martini per un singolare processo di identificazione tra l’uno e l’altro.

Così la solitudine, l’amarezza e la beltà degli interni vuoti (la casa di famiglia di Martini, il letto della casa di riposo in cui è morto), ripresi oggi senza i corpi che li hanno animati, danno il senso di un’invisibile ed enigmatica presenza, che è la stessa che connotava il già citato De Oliveira di Visita ou Memórias e Confissões e che è il segno della straordinaria forza del cinema nel cogliere l’inespresso: in quei ‘quadri’ e in quei momenti, cui si accompagnano i paesaggi nei luoghi natali dell’arcivescovo, ‘sentiamo’ la presenza sia di Martini che di Olmi, l’uno in quanto ha abitato quegli spazi, l’altro perché ce li restituisce parlandoci in voice over e scegliendo di mostrarceli nella loro nuda asciuttezza.
È questo il tratto più affascinante di vedete, sono uno di voi, oltre ad essere quello che più chiaramente ci parla di congedo dalla vita e di opera testamentaria; un tratto che però non regge l’intera durata del film. E dunque Olmi fa anche i conti con il materiale di repertorio, sia relativo alla guerra e agli orrori del Novecento, sia relativo a immagini di Martini e a interviste da lui rilasciate nel corso degli anni. Il montaggio di questi elementi non sempre pare azzeccato, soprattutto in quelle fasi in cui ci si distanzia dalla dimensione dell’astrattezza per entrare in un paesaggio maggiormente concreto (come ad esempio tutto il passaggio relativo all’opposizione di Martini verso la lotta armata, che pure giunse all’atto ‘miracoloso’ della consegna delle armi in chiesa da parte di esponenti di Prima Linea che avevano sviluppato un dialogo con l’arcivescovo).

Quel che Olmi ci vuole dire in questa dinamica tra la violenza della Storia e l’anelito di pace (e di dialogo) incessantemente proposto da Martini è la lotta di un uomo contro il male oscuro dei suoi simili, una lotta necessariamente impari ma che ha il merito (e l’ingenuità, se vogliamo) di essere mossa dalla bontà assoluta.
L’uomo buono può cambiare il mondo, può rivoluzionarlo? Forse sì, ci dice Olmi con vedete, sono uno di voi; ma, quando poi quest’uomo muore, scompare tutto con lui, non resta niente se non qualche muro disadorno e un paio di suppellettili. Così le ultime parole di Martini, sempre recitate da Olmi, sono rivolte all’accusa verso le forme che aveva assunto la Chiesa cattolica come istituzione nei primi anni Duemila; e così vediamo un’ultima intervista in cui Martini anziano, malato, e quasi senza voce dà un’ultima benedizione, tristemente grottesca perché fatta non alla presenza dei fedeli ma a quella di una telecamera.

E quel mondo che sparisce con gli uomini che gli hanno dato forma è un mondo fatto di speranze ed illusioni perdute: la guerra è finita, il terrorismo è stato sconfitto, il cardinale Martini è diventato un santo, ma cosa ci rimane tra le mani? Nulla. Come in torneranno i prati è l’umano che si congeda e che evapora. Se resta un qualcosa al di là della vita non lo possiamo sapere, perché dobbiamo – sempre – confrontarci con il silenzio di Dio. E al cinema non resta che rintracciarlo nella sensazione – eternamente speranzosa ed eternamente disattesa – di un’assenza più acuta presenza.

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