I 26 martiri del Giappone

I 26 martiri del Giappone

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A distanza di ottantasei anni I 26 martiri del Giappone torna a nuova vita, ponendosi come controcampo di Silence di Martin Scorsese. Il film, diretto da Tomiyasu Ikeda nel 1931, viene riscoperto grazie a un restauro digitale curato dall’Archivio nazionale cinema d’impresa di Ivrea, con il supporto dell’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte e della Compagnia di San Paolo.

Silent vs. Silence

I 26 martiri del Giappone è ambientato nel 1597 e racconta la fine dell’esperienza della prima evangelizzazione del Giappone, iniziata nel 1549 dal gesuita San Francesco Saverio. Dopo la decisione del governo imperiale di porre fine alle conversioni e perseguitare i cattolici – con il martirio cui fa riferimento anche il titolo del film – il cristianesimo diventerà una religione proibita, e “silenziosa”. [sinossi]

I 26 martiri del Giappone, gesuiti e francescani che non abiurarono di fronte al potere temporale e vennero crocefissi, avevano trovato una narrazione artistica anche prima della pubblicazione di Silenzio di Shūsaku Endō, e degli adattamenti cinematografici “interni” (Masahiro Shinoda) e dei gaijin [1] Martin Scorsese e – semisconosciuto e dimenticato, ma tant’è – João Mário Grilo, che nel 1996 portò nella Locarno di Marco Müller Os Olhos da Ásia. La scoperta, nell’archivio salesiano delle pellicole, di una copia in 35mm de I 26 martiri del Giappone di Tomiyasu Ikeda, riluce di una serie di significati piuttosto rilevanti, e non solo di natura squisitamente critica e artistica.

Prima che venisse scoperto a Ivrea negli uffici dell’Archivio nazionale del cinema d’impresa (falange piemontese del Centro Sperimentale di Cinematografia), tra i molti film lì affidati dalla Congregazione Salesiana, il film di Ikeda resisteva sulle retine cinefile grazie a una copia in 16mm conservata a Tokyo; nessuno, neanche i più attenti filologi della produzione nipponica del muto, aveva sentore che potesse esistere anche una copia in 35mm. La scoperta ha dunque permesso a I 26 martiri del Giappone di venire digitalizzato in 4K, in attesa di un restauro inevitabile, e che permetterà di preservare a lungo un titolo a suo modo unico, anche e soprattutto considerando i codici estetici – ed etici – del cinema giapponese degli anni Trenta. La proiezione straordinaria, avvenuta lo scorso 6 febbraio nella Sala Cardinal Deskur del Palazzo San Carlo, sede della Filmoteca Vaticana, ha permesso ai pochi fortunati presenti (circa una cinquantina di persone, per lo più legate al mondo clericale o in qualche modo collegate al microcosmo della Cineteca Nazionale) di posare gli occhi su un’opera vitale, energica, ricca di sottotesti e stratificata anche sotto il profilo della messa in scena. Un’opera che si poneva all’epoca come un ponte dai significati molteplici: un ponte culturale, tra l’Italia e il Giappone, che di lì a un decennio si ritroveranno anche scellerati alleati bellici [2], ma anche un ponte in grado di collegare tempi e storie diversi tra loro.
Nel 1931, quinto anno del Periodo Shōwa, le avvisaglie del conflitto mondiale sono ancora lontane dall’essere visibili, e mancano ancora dodici mesi, o poco meno, al cosiddetto “Incidente del 15 maggio”, primo dei due tentativi di golpe militare che si materializzeranno in meno di un lustro [3]. Il Giappone sta portando avanti una politica di progressiva apertura, commerciale ma ancor più culturale nei confronti dell’occidente, dall’Europa agli Stati Uniti. In questo senso un film che pone l’accento sui crimini commessi dalle istituzioni nipponiche nei confronti dei missionari arrivati dalla Spagna e dal Portogallo per evangelizzare, non può che apparire come un segnale d’apertura. Il Giappone non teme di confrontarsi con le proprie colpe pregresse. Allo stesso modo I 26 martiri del Giappone parla anche all’oggi, in modo inconsapevole, visto che in più di un passaggio è venuto naturale effettuare un paragone e un confronto con Silence di Scorsese, che pur ragionando sull’epoca immediatamente successiva al martirio di Nagasaki (che avvenne il 5 febbraio 1597), sembra avere ben più di un punto in comune con il film di Ikeda.

Un film che si pone anche, nella copia vista alla Filmoteca Vaticana, come oggetto a suo modo unico e irreplicabile: la differenza con la versione conservata a Tokyo non sta infatti solo nel calibro della pellicola (35mm invece di 16mm), ma è rintracciabile anche e soprattutto nel montaggio, e con ogni probabilità anche in alcuni intratitoli – il film, come già scritto dianzi, è muto. La versione digitalizzata in 4K è infatti quella che la Congregazione Salesiana portò in Italia e fece circolare fra le varie parrocchie: ciò avvenne nel 1935, ed è sancito con tanto di riprese aggiuntive di Piazza San Pietro girate ad hoc e inserite nel finale, subito prima del titolo “Fine”. I parrocchiani delle Missioni Don Bosco potettero godere dunque di un film invisibile altrimenti in Italia, e la postilla oltre a non comportare alcuna ingerenza rispetto all’originale uscito dagli studi della Nikkatsu, permette anche di risultare, a distanza di ottant’anni, come un prezioso documento storico (è evidente dalle immagini come ancora non fosse in costruzione Via della Conciliazione). Semmai qualche dubbio può essere evidenziato sulla partitura musicale scelta per la versione italiana, e lavorata dal compositore salesiano Alessandro De Bonis, ma anche in questo caso non si tratta di una mistificazione dell’originale.

Il nome Masaju Hirayama non dice molto a nessuno, soprattutto nell’ambito cinematografico. Eppure a quest’uomo, fervente credente e uomo di punta dell’universo cattolico giapponese del primo Novecento, si deve l’esistenza di un film come I 26 martiri del Giappone: fu lui infatti a convincere la Nikkatsu del potenziale economico ed emozionale del film, e secondo alcuni intervenne anche in fase di produzione. In effetti ciò che prima di tutto si può cogliere del film di Ikeda è proprio la sua deflagrante carica spettacolare: per tempi, chiaroscuri e scelte narrative si tratta in tutto e per tutto di un jidai-geki, genere che proprio in quegli anni raggiunse uno dei vertici estetici della sua produzione [4]. Fin dall’incipit, nel quale i monaci gesuiti vengono accompagnati via mare di porto in porto, di villaggio in villaggio, per portare “il verbo”, è possibile comprendere come la nervatura di un film come I 26 martiri del Giappone non si divida, come succederà nella lettura scorsesiana, fra istinti materiali e terreni e tensioni soprannaturali, celesti; per Ikeda il confronto resta in ogni caso orizzontale, per quanto non si ponga mai neanche in dubbio la fermezza della fede di chi è stato toccato dal Signore. Ma tutto si gioca su un piano orizzontale: la legge che perseguita i cristiani, e gli eventi naturali, mostruosi e distruttivi, che minacciano sempre l’uomo, così debole di fronte alla potenza del “creato”.
In questo modo, paradossalmente, viene alla luce un’opera che nonostante la profonda carica apologetica – gli sguardi dei cristiani sono tutti santi, nel modo occidentale e pittorico con il quale si utilizza questo termine – riesce a dialogare con ogni tipo di spettatore, nessuno escluso. Come resistere alla straripante sequenza del terremoto, vero e proprio incubo di ogni giapponese (quello della pianura del Kantō era avvenuto solo otto anni prima, nel settembre del 1923, uccidendo oltre centomila persone; altre tremila erano decedute durante il terremoto di Kita-Tango, nel 1927), che Ikeda mette in scena senza negarsi nulla, tra case che crollano schiacciando gli abitanti, e terra che riemerge di colpo, come una spina mortale? Anche la crocefissione di gruppo finale, su cui inevitabilmente si chiude il film – nella versione originale, ovviamente – ha un potere pittorico e una portata epica che non possono essere in nessun modo sottostimati. Ikeda poi si dimostra anche acuto osservatore delle potenzialità della macchina da presa, come testimonia la bella intuizione di trasformare un campo fisso in un rapido e convulso carrello laterale a seguire il ladro ravveduto per bontà del padre gesuita che rincorre i militari buddisti che non vogliono dare una mano per salvare una donna rimasta incastrata sotto le macerie di un’abitazione.

L’idea di vita come infinito calvario – che verrà ribadita anche nella lunga sequenza della prigionia in attesa dell’esecuzione della condanna – a cui si può trovare soluzione solo affidandosi a una morte pietosa nelle mani di Dio, trova la sua sublimazione proprio nel personaggio dell’ex-ladro, figura cardine non solo all’interno delle dinamiche de I 26 martiri del Giappone, ma anche perché sembra in qualche modo anticipare il Kikuchiyo interpretato da Toshirō Mifune ne I sette samurai di Akira Kurosawa. Come Kikuchiyo, anche il ladro “Francesco” è uno spaccone in realtà però coraggioso e non privo di una profonda pietà; come Kikuchiyo, ancora, anche il ladro che ha deciso di gettarsi alle spalle le malefatte è ora in grado di empatizzare in profondità con il popolo, di comprenderne le necessità. Come Kikuchiyo, infine, anche lui combatte corpo a corpo i soprusi. La sua sconfitta, a ben vedere, è solo apparente.
Suddiviso in quattro segmenti (due d’azione e due di contemplazione cristiana, quasi a ribadire il concetto di un dualismo eterno e forse irrisolvibile), I 26 martiri del Giappone è un film non privo di modernità, come dimostra anche la straziante sequenza finale con la madre che, fuori dal recinto, osserva il proprio bambino morire sulla croce. La riscoperta del film permette di aprire un nuovo paragrafo nella storia del cinema giapponese, e forse anche di contestualizzare con maggior precisione il film di Scorsese; perché prima del silenzio teorico vi fu il silenzio materiale, senza che per questo si parlasse una lingua molto diversa.

NOTE
1. Gaijin (外人) è il termine usato in modo spregiativo in Giappone per indicare chi non è nativo dell’arcipelago. Durante l’isolazionismo dell’epoca Tokugawa, i gaijin non avevano accesso alla terra di Yamato, se non dietro permesso speciale dello shogunato, ed erano perseguitati. Letteralmente è traducibile con “persona esterna”.
2. Il Patto Tripartito, spesso citato come Asse Roma-Berlino-Tokyo, sanciva la divisione di aree di influenza sull’Europa e sull’Asia in caso di vittoria dell’Italia, della Germania e del Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale. Un sogno espansionistico e imperialista giapponese destinato a crollare pezzo per pezzo, portandosi via le atrocità commesse in Manciuria e nelle Filippine (nel primo caso si veda City of Life and Death di Lu Chuan, nel secondo le due versioni di Nobi, vale a dire Fuochi nella pianura, dirette rispettivamente nel 1959 da Kon Ichikawa e nel 2014 da Shinya Tsukamoto) e svanendo nella polvere sollevata dall’atomica su Hiroshima e Nagasaki.
3. Per quanto sia improprio definirlo incidente, l’Incidente del 15 maggio (五・一五事件, ovvero Goichigo jiken) fu il primo di due concreti tentativi di colpo di stato. Il 15 maggio del 1932 un gruppo di membri della Marina Imperiale, grazie anche alla mano ricevuta da cadetti dell’esercito e persino da alcuni civili appartenenti ai movimenti di estrema destra, assassinarono il Primo ministro Tsuyoshi Inukai; non riuscirono però a compiere altri omicidi, e neanche a mettere le mani su Charles Chaplin, in quei giorni in tour in Giappone e ospite proprio del Primo Ministro. Cosicché, appurata la mancanza di volontà popolare a seguire la loro presa del potere, si costituirono. Il processo, molto seguito dai media e dall’opinione pubblica, si risolse in una condanna a dir poco benevola, anche per la pressione di molti esponenti della vita pubblica, e membri del parlamento. La mancanza di una risposta adeguata a un atto criminale contro lo Stato minò la credibilità della democrazia in Giappone e alimentò quei venti di militarismo e i rigurgiti fascistoidi che purtroppo prenderanno il sopravvento nei quindici anni successivi. Il colpo di grazia allo stato di diritto verrà dato quattro anni dopo, il 26 febbraio del 1936, quando un nuovo tentativo di Golpe venne messo in piedi da giovani ufficiali dell’Esercito Imperiale.
4. Con titoli come A Diary of Chuji’s Travels di Daisuke Itō (1927), La strada della penitenza di Yasujirō Ozu (all’esordio, ma il film purtroppo è andato perduto), Jirokichi the Rat sempre di Itō (1931), Tange Sazen minore – un vaso da un milione di ryō e Umanità e palloni di carta di Sadao Yamanaka (rispettivamente del 1935 e del 1937), fino al 1941, quando nel pieno della guerra Kenji Mizoguchi firma lo straordinario Storia dei fedeli seguaci dell’epoca Genroku, adattamento del tradizionale racconto dei “47 ronin”.
Info
I 26 martiri del Giappone sul sito del CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia.
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