Call Me by Your Name

Call Me by Your Name

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Mentre tutti i cinefili del mondo temono il suo remake di Suspiria, Luca Guadagnino spiazza con Call Me by Your Name, un delicato e sentito ‘coming of age’, la storia di un flirt d’agosto negli anni Ottanta, tra afa e frinire delle cicale in una dimora di campagna. Grande successo di pubblico alla Berlinale, dove il film è stato presentato in Panorama Special, dopo l’anteprima al Sundance.

Un racconto d’estate

È l’estate 1983, che il diciassettenne Elio trascorre nella casa di campagna di famiglia, in una località calda e soleggiata del Nord Italia. Come tutti i suoi coetanei, il ragazzo passa il tempo ascoltando musica, leggendo libri e facendo bagni, quando un giorno arriva il nuovo assistente americano del padre, Olivier, ventiquattrenne dal grande fascino. Tra Elio e l’ospite cresce lentamente una reciproca attrazione e i due passeranno l’estate insieme… [sinossi]

Call Me by Your Name è ambientato nell’estate 1983. Muore Buñuel, mentre proprio un anno prima ci aveva lasciato Fassbinder. In Italia si vara il governo Craxi, che sarà uno dei più longevi della storia repubblicana e che segna il potere del pentapartito; i partiti hanno quelle sigle, “pci psi, dc dc, pci psi pli pri”, che scherzosamente Rino Gaetano aveva messo in note. In quel momento si parla anche della rocambolesca fuga di Licio Gelli dal carcere svizzero, e della dittatura cilena che si manifesta in tutta la sua spietatezza. Impazza Loredana Bertè e il tormentone estivo è Paris Latino dei Bandolero, gruppo francese che guarda ai ritmi latinoamericani. Un certo cinema è morto, mentre l’Italia è a uno snodo della sua storia politica, l’ultimo decennio della guerra fredda con i preamboli di quello che l’aspetterà; da Craxi si arriva a Berlusconi, e dalla satira al leader socialista Beppe Grillo comincia a mettere semi da cui molto più avanti raccogliere frutti. Ma tutto questo Elio non lo sa, intento a vivere al pieno la sua adolescenza, il trionfo dei sensi, l’estate ‘calda’ della sua vita. Così come gli sono estranee le implicazioni all’attualità di Radio Varsavia, la canzone di Battiato che usa come sottofondo di un atto di autoerotismo. Elio fa parte di una di quelle famiglie abbienti, aristocratiche, viscontiane care a Guadagnino, che trascorre l’estate nella propria dimora di campagna, in una località imprecisata della verde Lombardia. La quieta esistenza di quei mesi caldi è stravolta dall’arrivo di un ospite, un affascinante ragazzo americano ventiquattrenne che, come il corrispettivo di Teorema, sconvolge molti in quella piccola località, le ragazze si innamorano di lui e anche in Elio provoca turbamenti erotici.
Guadagnino mette in scena le scoperte del corpo e della sessualità con spontaneità, con masturbazioni, feticismo, sperma, in modo esplicito senza omissioni e allusioni che sarebbero a maggior ragione morbosi. Dopo il primo timido bacio Elio non si fa problemi a palpeggiare l’amico americano nelle parti basse, che reagisce divertito. Il regista mette in scena la fine della pubertà, il radersi i baffi, e al contempo l’assoluta naturalezza anche dell’omosessualità. Elio e Olivier flirtano con delle ragazze ma il loro avvicinamento non li sconvolge, non c’è la scoperta dell’omosessualità, come un’anomalia o una diversità, perché non c’è nulla da scoprire in realtà. Se Oliver è bellissimo, statuario, perché idealizzato, Elio è invece normale, magro e non palestrato: si evitano così anche i facili erotismi patinati da Dolce e Gabbana.

Call Me by Your Name è un amarcord, capace di suscitare effetti nostalgici in tanti di noi, con una serie di feticci degli anni Ottanta, il Nesquik in bella vista nelle colazioni all’aperto, la Fiat 128, la Bic a quattro colori. E al botteghino del cinema trionfa Tootsie, film incentrato sull’ambiguità sessuale. Guadagnino racconta di un’esperienza che fa parte dei ricordi adolescenziali di tutti, il flirt estivo, evitando però il contesto più comune della spiaggia sotto gli ombrelloni. In questo senso Guadagnino cambia l’originale ambientazione nella riviera ligure del romanzo di André Aciman. In favore di un contesto padano, della verde Lombardia che dirada verso l’Emilia, con escursioni nella bergamasca, sotto quel cielo di manzoniana memoria, in quella terra cara alla poetessa Antonia Pozzi, citata nel film. I sentierini di campagna tra i campi di mais, tra cinguettii degli uccelli, il frinire delle cicale, i muggiti delle mucche. In quei paesini all’ombra di un imponente campanile, con le vecchie drogherie e i bar semplici con i tavolini in piazza dalla tovaglia a scacchi dove i vecchietti giocano a carte. Il contesto per mettere in scena l’esplosione dei sensi, tra corpi in costume da bagno immersi nell’afa, abbagliati dal sole cocente. A differenza del giovanissimo Elio, noi siamo consapevoli che l’estate stia finendo, che tra poco ci sorprenderà l’inverno. E che quell’avventura diventerà ben presto solo un malinconico ricordo.

Calligrafico ed estetizzante, Guadagnino arruola alla sceneggiatura un regista che è stato grande evocatore di atmosfere letterarie e manieriste, il più che novantenne James Ivory, si divincola tra Ai nostri amori di Pialat e Io ballo da sola di Bertolucci. Con una cura maniacale nella costruzione dell’immagine, abbina la maglietta di Olivier al colore del vecchio torpedone delle valli bergamasche, lucidissimo, e poi a quello del trenino. Mostra una gran padronanza dei meccanismi spettatoriali, sa colpire, e colpirsi, nei punti giusti, scavando nei nostri e nei suoi amarcord, in quello che è il suo film più personale e sentito.

Info
La scheda di Call Me by Your Name sul sito della Berlinale.
Una clip tratta da Call Me by Your Name.
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