Ana, mon amour

Ana, mon amour

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Presentato in concorso alla Berlinale 2017, Ana, mon amour di Călin Peter Netzer scandaglia con sguardo clinico una parabola sentimentale e psicologica, una storia d’amore tanto salvifica quanto (auto)distruttiva. Alla montatrice Dana Bunescu il premio della kermesse berlinese per il contributo artistico.

Frammenti (di vita amorosa)

Toma e Ana si incontrano all’università. Si amano. Ana soffre di attacchi di panico gravi e la sua storia familiare è complicata, infelice. Toma è per Ana un sostegno, l’unico sostegno: i due iniziano a isolarsi dalle loro famiglie e dagli amici. La debolezza di Ana sembra rendere più forte Toma. Quando resta incinta, Ana inizia una lunga terapia che farà di lei una persona più forte. Ma l’equilibrio tra i due inizierà a scricchiolare… [sinossi]

Nel ripensare alla vivisezione della relazione tra Toma e Ana che Călin Peter Netzer mette in scena intrecciando scienza e fede, passione e razionalità, ci tornano in mentre due storie di coppie. Storie assai distanti tra loro per approccio e (ri)composizione narrativa. La prima, CinquePerDue – Frammenti di vita amorosa di François Ozon, ripercorre in senso contrario l’azzeramento della passione, dei sentimenti, del rispetto e della fiducia. Una sorta di formula matematica, in bello stile, glaciale, sostanzialmente sterile. La seconda, Fragola e cioccolato di Aurélia Aurita, all’apparenza dispersiva nella costruzione episodica e nella composizione delle tavole, riesce a cogliere alcuni passaggi salienti sia sul piano emotivo che fisico, carnale, corporeo – il titolo del fumetto, con quel fragola e cioccolato, allude a fluidi corporei apparentemente respingenti. In Ana, mon amour la virtuosa decostruzione del testo non scivola (mai) nel compiacimento ozoniano, mentre i fluidi corporei sono utilizzati da Netzer, nonostante il contesto alquanto drammatico, per arrivare a conclusioni non così dissimili dalla fumettista franco-cinese-cambogiana.

Nel dissezionare la parabola amorosa di Toma e Ana, Netzer sembra osservare i due giovani e i loro piccoli mondi (università, amici, famiglia, lavoro) con una sorta di microscopio. Non dall’alto, giudicante e moralista, ma con piglio quasi scientifico. Ana, mon amour è infatti una pellicola stratificata, implacabilmente precisa nei suoi andirivieni tra piani temporali, con flashback che tornano al momento giusto per rimarcare piccoli e grandi mutamenti emotivi, psicologici e anche fisici della coppia e dei due protagonisti.
Ana, mon amour non è certamente un film politico, appartiene alla vigorosa onda del cinema rumeno contemporaneo ma non si lascia trasportare passivamente: eppure, tra le pieghe di questa storia d’attrazione/repulsione, Netzer trova spazi per un più ampio discorso culturale e sociale. Lo squilibrio tra Toma e Ana, che è al tempo stesso la causa dell’inizio e della fine della loro relazione, non si limita alla sfera personale e psicologica, ma è anche di classe e di genere, tra pregiudizi tramandati dai genitori e inconsapevolmente sopiti, inizialmente celati o tenuti a bada dalla passione e dalle rispettive necessità.

Sostenuto dal lavoro di montaggio di Dana Bunescu e dalla fruttuosa collaborazione con gli sceneggiatori Cezar Paul-Badescu e Iulia Lumânare, Netzer intreccia il piano amoroso con il percorso di psicoanalisi di Toma, a sua volta sovrapposto (in direzione contraria) con la lenta presa di coscienza di Ana, con la costruzione mattone dopo mattone di una solida indipendenza. E indipendenza è una delle parole chiave di Ana, mon amour, una delle cause scatenanti del fatale e capovolto squilibrio: mentre Toma sembra consumarsi, mostrando evidenti segni di invecchiamento, in primis la perdita dei capelli (che non sono solo un indicatore utile per districarsi nel dedalo dei flashback), Ana si rafforza psicologicamente, cambia la sua immagine, si costruisce una posizione lavorativa.
L’indipendenza è la fine, è il solco che si apre tra i due. In questo senso, si rivela emblematico l’accostamento di due sequenze di sesso: l’ennesimo flashback ci riporta agli anni dell’università, ai corpi indivisibili, prima, durante e dopo l’amplesso. Poi, anni dopo, giusto un passo prima della separazione, i corpi non si cercano più, ma si tengono a una gelida distanza. E qui non possiamo che ripensare all’utilizzo dei fluidi corporei, all’utilità di mostrare l’eiaculazione e di legarla, in una sequenza successiva, alla feci di lei, ancora così debole e dipendente da Toma.

La certosina precisione di Ana, mon amour, di questa lunga seduta psicanalitica che non si lascia sfuggire nessun gesto significativo (tra i tanti, Toma che usa il gomito nel bagno dei genitori di Ana o che utilizza solo la punta di due dita per una maniglia), sembra essere l’unico vero limite di un meccanismo narrativo e di una messa in scena di indubbia qualità. A Netzer sembra mancare in più di un passaggio la naturalezza dell’incipit, soprattutto nella seconda parte, quando lo stress e la nevrosi di Toma, e quindi la componente psicanalitica, prendono il sopravvento. Ana, mon amour sembra dipendere troppo dall’anello benzenico e diazepinico, da una formula efficace ma non priva di controindicazioni. Una pellicola che ci resta comunque appiccicata, anche fastidiosamente, costringendoci a rivedere/ripensare piccoli flashback personali.

Info
La scheda di Ana, mon amour sul sito della Berlinale.
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