Barriere

Barriere

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Adattamento dell’opera teatrale di August Wilson e terza regia di Denzel Washington, Barriere è un dramma solido, molto classico, dominato dalle parole e dalle performance dello stesso Washington e di Viola Davis, entrambi in corsa per una statuetta. Alla lunga, soprattutto nella parte finale, si percepiscono il peso e i limiti della derivazione e della (troppo) rispettosa impostazione teatrale.

Roots / Radici

Pittsburgh, anni Cinquanta. Ex promessa del baseball e rigido padre di famiglia, Troy lavora come netturbino, conducendo una vita modesta ma felice. Le giornate si succedono una dopo l’altra, tutte uguali: torna a casa dopo il lavoro, impartisce lezioni ai figli, cercando di instradarli verso un possibile futuro. Si prende cura del fratello Gabe, menomato a casusa della guerra, e nel tempo libero si scola qualche bicchiere con l’amico di vecchia data Jim… [sinossi]

Impossibile non partire dal titolo originale, Fences, e dall’inevitabile semplificazione del titolo italiano. Barriere, così diretto, didascalico. Adattamento dell’opera teatrale del drammaturgo afroamericano August Wilson, vincitore per questo testo del premio Pulitzer [1], Fences svicera dialogo dopo dialogo, monologo dopo monologo, i significati semantici, culturali, sociali e generazionali della staccionata che Troy vuole e deve costruire e delle barriere più o meno invisibili che ha dovuto affrontare o erigere nel corso della vita.

Barriere è un film parlato, tra grida e sussurri, sorretto dalle performance attoriali di Denzel Washington e Viola Davis, non a caso in corsa per l’Oscar. Parole lapidarie, veicolo di una sentita ricostruzione del contesto proletario e familiare della comunità afroamericana di Pittsburgh negli anni Cinquanta: un testo del 1983 che è parte di un progetto più ampio, il Pittsburgh Cycle, dieci opere teatrali che ripercorrono idealmente il ventesimo secolo afroamericano [2].
L’aspetto forse più interessante di Barriere, al di là delle prove attoriali e dell’impeccabile confezione tecnico-artistica, è nelle riflessioni storico/temporali, in quel persistente fil rouge che lega la Pittsburgh di ieri e di oggi, gli Stati Uniti novecenteschi con gli Stati Uniti post-Obama, la necessità del testo teatrale e la necessità dell’opera cinematografica. In questo senso, non deve trarre in inganno il ruolo “da Oscar” di Washington: pur con tutti i limiti della derivazione e impostazione teatrale e l’inevitabile portata didascalica e retorica, Barriere non cavalca un tema, ma ne è veicolo. Rispettoso, persino troppo filologico. Ed è interessante, tra l’altro, l’approccio registico di Washington, con questo afflato da cinema classico, da Hollywood impegnata, memore della lezione e della solidità dei Brooks, Kazan, Minnelli e via discorrendo – un cinema di padri forti, di figli duramente indirizzati verso il futuro; di figli schiacciati dalle eccessive pressioni, dal macigno del passato paterno.

Barriere non è però la nostalgica riproposizione dei melodrammi familiari degli anni Cinquanta, ma è una parabola morale che affonda le proprie radici estetiche e drammaturgiche nella inscalfibile lezione dei classici, per poi declinarli secondo le traiettorie umane e sociali dei suoi eroi ed eroine afroamericane. Una sorta di specularità che si riflette nel diverso rapporto (e nelle diverse conseguenze) tra Troy e il figlio rispetto alle consuete dinamiche soffocanti e distruttive del melodramma anni Cinquanta/Sessanta. Più in generale, è il testo di Wilson a guardare sempre verso il futuro, a ragionare sui mutamenti storici, sulle piccole ma fondamentali conquiste dei diritti civili.
Barriere, radici, fondamenta. Il fil rouge lega il Fences teatrale all’humus democratico che partorì Roots/Radici, serie televisiva che ha scalfito l’immaginario collettivo. Erano gli anni di Jimmy Carter, presidente degli Stati Uniti, che da governatore della Georgia non si era nascosto dietro un dito: «the time of racial segregation is over […] no poor, rural, weak, or black person should ever have to bear the additional burden of being deprived of the opportunity for an education, a job or simple justice» [3]. Decenni dopo, Barriere è ancora attuale, come attuale è la mini-serie Roots (2016), remake della serie del 1977.

Washington riesce a dare corpo al percorso e alle scelte di Troy, alla sua scorza dura, agli errori, così umani e comprensibili. Riesce a dare corpo a questo rimasuglio di sogno americano, con la piccola porzione di terra, la staccionata, il senso di protezione e di piccola conquista. Non tutto funziona, soprattutto quando Barriere deve fare a meno del suo mattatore, quando si vuole spiegare troppo e mostrare e sottolineare quello che era già evidente, ma la sostanza di Fences penetra sotto pelle, ci costringe a riflettere sulle Negro League di oggi, sulle motivazioni che fanno di Troy un conservatore apparentemente impermeabile al cambiamento, arroccato nelle sue convinzioni, dentro il suo steccato. Sempre vigile, sempre pronto a difendersi, a sopravvivere. Sempre pronto a far roteare la mazza. Fino alla fine.

Note
1. Wilson vincerà nuovamente il Pulitzer nel 1990 per The Piano Lesson.
2. Fanno parte del Pittsburgh Cycle (o Century Cycle), in ordine di decade, Gem of the Ocean (1900), Joe Turner’s Come and Gone (1910), Ma Rainey’s Black Bottom (1920), The Piano Lesson (1930), Seven Guitars (1940), Fences (1950), Two Trains Running (1960), Jitney (1970), King Hedley II (1980) e Radio Golf (1990).
3. Parole pronunciate da Carter nel 1971, durante il discorso inaugurale come neo-governatore della Georgia.
Info
Il trailer italiano di Barriere.
Una clip tratta da Barriere.
Il trailer originale di Barriere.
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