The Great Wall

The Great Wall

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Dopo I fiori della guerra, Zhang Yimou propone un altro crossover sino-americano. The Great Wall è un action fantasy con protagonista Matt Damon, per una perfetta – quanto piatta – operazione commerciale.

Il cinema che venne dalla Muraglia

In un passato imprecisato e a-storico, due mercenari occidentali inseguiti da mongoli a cavallo si trovano al cospetto della Grande Muraglia e dell’esercito cinese schierato al suo completo. Vengono fatti prigionieri, ma si rivelano ben presto utili a combattere i Taotie, letali mostri mitologici… [sinossi]

Una vecchia volpe come Zhang Yimou, prima capofila del cinema cinese anni Ottanta/primi Novanta più elegantemente autoriale e da festival (Sorgo rosso, Lanterne rosse), poi battistrada del blockbuster pan-asiatico (Hero, La foresta dei pugnali volanti), quindi riconosciuto cineasta di regime (a lui venne affidata la regia della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino del 2008), non poteva non lanciarsi alla conquista della nuova frontiera cinematografica mondiale, quella dell’incontro produttivo tra Hollywood e l’Impero Celeste. Dove agli americani fa gola il numericamente immenso pubblico cinese e alla Repubblica Popolare serve – per farla propria – l’inconfutabile competenza hollywoodiana nel campo dello spettacolo, da più di cent’anni l’arma propagandistica più potente.
Così, dopo un primo curioso tentativo (I fiori della guerra con Christian Bale, che falliva parzialmente l’ecumenismo globale in quanto vi erano, in questo film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, i giapponesi cattivi), ecco che Zhang Yimou è tornato al mélange anglo-cinese con The Great Wall, questo sì perfettamente paradigmatico.

Il nuovo film dell’esponente di punta di quella che fu la Quinta Generazione dei cineasti usciti dalla Beijing Film Academy applica infatti una formula commerciale tanto perfetta da rischiare di appiattire la vita di personaggi e storia; cosa che, d’altronde, accade inevitabilmente.
In primis Zhang Yimou in The Great Wall sceglie come location principale – se non unica – il monumento simbolo della Cina nel mondo, la Grande Muraglia. Poi lascia unire – solo platonicamente – un divo hollywoodiano (Matt Damon nel ruolo di un mercenario) con una diva locale (Jing Tian che nel corso del film diventa generale dell’esercito cinese), impegnandoli a fronteggiare degli orribili mostri venuti da chissà dove, i Taotie, tra l’altro riconosciuti mostri mitologici tradizionali (non più dunque i giapponesi, ma degli effettivi nemici dell’umanità). Quindi prova a ravvivare la combriccola con dei volti familiari a entrambe le platee: il cattivo per eccellenza del cinema americano degli anni Ottanta, Willem Dafoe, e il volto simbolo del cinema cinese action e commerciale, Andy Lau (entrambi tra l’altro completamente sprecati).

Ancora, da un lato afferma la superiorità della cultura orientale rispetto a quella occidentale (i cinesi hanno inventato la polvere da sparo, che i mercenari occidentali sono venuti a cercare, e hanno ideato anche il modo per far volare l’uomo), ma dall’altro esalta lo spirito avventuriero dell’occidentale, più scafato nei combattimenti corpo a corpo e, se vogliamo, più sviluppato nel suo individualismo (mentre il lato debole dei cinesi è quello di una eccessiva organizzazione che lascia poco spazio all’iniziativa dei singoli; ogni riferimento al comunismo non è puramente casuale).
Infine, sottolinea con decisione la volontà dei cinesi di non consegnare la formula della polvere da sparo per evitare che il virus della guerra selvaggia si propaghi tra gli uomini; loro stessi, pur attaccati severamente dai Taotie, ne fanno un uso ponderato. E in quest’ultimo discorso pare evidente il riferimento all’oggi, quello di una Cina – la Cina guidata da Xi Jinping – che si candida seriamente – soprattutto mentre l’altra parte dell’oceano è governata da una personalità instabile come quella di Trump – a leader saggio del mondo, leader pacifico e confuciano, armonico ma fermo nei suoi propositi. Non è un caso che la protagonista cinese faccia capire al contraltare occidentale che non bisogna più combattere per tante bandiere, come era abituato a fare lui, quanto piuttosto per un’idea. E, in tal senso, la parola chiave della lingua mandarina che lui impara non è “ai” (amare), quanto “xinren” (fiducia, l’avere fiducia in qualcuno).

Si aggiunga a tutto questo anche un crossover di generi che, con minimi accenni al wuxia, va dall’action blockbuster contemporaneo con venature fantasy, passa al western (in particolare l’incipit e il finale, ma anche i paesaggi alla Grand Canyon) e arriva al buddy movie (l’amicizia di lunga data tra Matt Damon e l’altro mercenario Pedro Pascal, non a caso un latinos, a indicare un’unione pan-americana che deve precedere l’incontro con i cinesi).
Tutto, si diceva, è perfettamente funzionale: The Great Wall è, in tal senso, un prodotto commercialmente inattaccabile, sensato e ragionato in ogni suo minimo dettaglio. Quel che gli manca è, appunto, un po’ di vita, un po’ di sangue (dai militari che vengono digitalmente smangiucchiati dai mostri non esce nemmeno un po’ di liquido rosso), un po’ di sesso (il feeling tra Damon e Jing Tian non si apre nemmeno lontanamente a soluzioni liberatorie).

Forse allora annovereremo in futuro The Great Wall come una delle prime importanti prefigurazioni del cinema mondiale del domani, l’incontro per l’appunto tra l’impero dell’entertainment con quello del potere economico e demografico. Ma probabilmente The Great Wall resterà lì, come una sorta di opera-testimonianza, di film d’apertura, perché il vero cinema in questo tipo di sperimentazione in provetta è ben lungi dall’arrivare.

Info
Il trailer di The Great Wall su Youtube.
Il sito ufficiale di The Great Wall.
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