Bleed – Più forte del destino

Bleed – Più forte del destino

di

Ancora un film sulla boxe, ancora un pugile italoamericano. Ma Bleed – Più forte del destino trova la sua strada scegliendo di non cercare di imitare gli illustri predecessori e costruendo il suo racconto a partire da poche efficaci regole.

Si può fare tutto

Vinny Pazienza è un pugile italoamericano famoso per le sue straordinarie vittorie. Nel pieno della sua carriera rimane vittima di un terribile incidente automobilistico a causa del quale rischia di perdere l’uso delle gambe. Sarà la sua testardaggine a rimetterlo in piedi. [sinossi]

Dal Jake LaMotta di Scorsese al Rocky di Stallone, il mondo del pugilato è stato più e più volte raccontato dal cinema – anche attraverso curiosi pseudo-spin-off, come il recente Creed – Nato per combattere – tanto da diventare leggenda e stereotipo. Bleed – Più forte del destino, terza regia cinematografica per Ben Younger, affronta questo terreno quasi con la stessa tracotanza, arroganza e irragionevolezza iniziali del suo protagonista, il pugile italoamericano Vinny Pazienza, e trova la sua vera forza nel dolore, nella sfida disumana che questi ha dovuto affrontare per rimettersi da un incidente automobilistico e ricominciare a boxare e a vincere.

Il modo dunque in cui Bleed si affranca dai suoi illustri predecessori è quello di far finta che non ci siano – il contrario di quel che faceva per sua stessa impostazione Creed – e porsi direttamente come storia leggendaria di riscatto attraverso lo sport, seguendo allo stesso tempo le classiche regole chiave del genere: in primis l’ascesa e la caduta (e poi la ri-ascesa), ma anche la solitudine del pugile e il difficile rapporto con il suo entourage/famiglia. Quel che, a livello superficiale (ma non per questo meno importante), permette a Bleed di avere una sua chiave è innanzitutto la forza della storia, della vicenda di Vinny Pazienza, la sua caduta così abissale (l’incidente in seguito al quale si spezza il collo) e la sfida così esagerata (ricominciare ad allenarsi ancora con il collo rotto e con il tutore di ferro – e con le viti piantate nel cranio – che gli tiene fissa la testa). La formula di base è dunque semplice ed efficace nella sua nettezza: alzare il livello della sfida rispetto a quanto già visto in passato. D’altronde, quando poi lo rivediamo sul ring, non solo non possiamo sapere se Vinny riuscirà a vincere con il suo avversario, ma siamo costretti a temere per la sua vita dopo ogni pugno subito.

Questa però d’altro canto era, fin qua, la cosiddetta storia vera da cui è tratto Bleed. Ma, innanzitutto, va dato merito a Ben Younger di aver scelto il giusto frammento di vita da raccontare, evitando ad esempio manfrine sulla presunta difficile infanzia del protagonista e non spingendo troppo sulla dimensione edonistica di Pazienza (la passione per il gioco d’azzardo, oltre che come sfogo e svago, serve soprattutto a livello simbolico nel connotare la differenza, anche esistenziale e sportiva, tra sfida e scommessa). Inoltre Ben Younger ha anche il merito, tutt’altro che scontato, di aver saputo ben descrivere le dinamiche familiari; anche queste mai insistite, a volte persino accennate, ma non per questo meno efficaci, anzi: così, il personaggio del padre da spaccone egocentrico si trasforma in padre premuroso e la madre religiosa e superstiziosa alla fine vuole vedere suo figlio sul ring. Loro, compresa la sorella di Vinny, cambiano, si preoccupano, diventano premurosi, anche – in fin dei conti – lo isolano: è lui che resta uguale, pur in un corpo che si modifica continuamente non solo per l’incidente ma anche per il peso che aumenta (e infatti, su consiglio del suo allenatore, cambia diverse volte categoria). E, dunque, non è il corpo a fare un pugile, quanto la sua mente, la sua incredibile capacità di sopportazione del dolore.
Ma il rapporto centrale in Bleed è per l’appunto quello con il suo allenatore, interpretato da un ottimo Aaron Eckhart in versione stempiata e imbolsita. Lui è proprio come Vinny: autodistruttivo, disperato e solo. Il pugilato è l’unica cosa che lo tiene attaccato alla vita, ed è dunque l’unico che può capire Vinny nel momento in cui questi decide di ricominciare ad allenarsi anche se addirittura ancora non sa se potrà ricominciare a camminare.

Bleed diventa così l’ennesimo innocente (perché non ‘sporcato’ da retropensieri o da sovrastrutture) inno all’ideologia americana del ‘tutti possono farcela’. E, nel modo perfetto in cui dispiega gli ingredienti perché si possa poi giungere a questa conclusione trionfalistica, emerge ancora una volta l’imperitura capacità di Hollywood di continuare a dominare il mondo del cinema. Basta tornare a scegliere di seguire quelle poche regole di base ormai da tempo codificate e che, invece, in molti – a partire, di recente, da David O. Russell, basti ripensare al suo disastroso The Fighter, ma non solo – vorrebbero maldestramente sconquassare.

Info
Il trailer di Bleed – Più forte del destino su Youtube.
  • bleed-2016-ben-younger-001.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-002.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-003.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-004.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-005.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-006.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-007.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-008.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-009.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-010.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-011.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-012.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-013.jpg
  • bleed-2016-ben-younger-014.jpg

Articoli correlati

  • In Sala

    CreedCreed – Nato per combattere

    di Nelle due ore e poco più di Creed c'è Stallone, c'è Rocky. Poi ci sono dei riflessi più o meno pallidi, tracce di una saga troppo lunga, di un primo capitolo inimitabile, di un'opera d'esordio che sembra già lontanissima. Creed è e resta uno spin-off, un titolo minore che ha bisogno di aggrapparsi a Stallone, allo “stallone italiano”, per restare a galla.
  • Archivio

    Southpaw – L’ultima sfida

    di Con Southpaw, Antoine Fuqua prende di petto il filone pugilistico, reiterandone fedelmente schemi e situazioni-tipo: manca del tutto, però, uno sguardo personale e pregnante sul genere.
  • Cannes 2017

    The Rider

    di Un post-western con potenti spunti documentaristici: The Rider di Chloé Zhao è un curioso resoconto del mondo dei rodeo, costruito intorno alla figura di un cowboy che non può più cavalcare.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento