La legge della notte

La legge della notte

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Nel triplice ruolo di regista, sceneggiatore, protagonista di La legge della notte, Ben Affleck, pur confezionando per bene ogni frammento della sua opera, non riesce a concentrarsi appieno su nulla, inanellando costantemente una serie di partenze, slegate da un “tutto” via via sempre più ectoplasmatico e indecifrabile.

La legge del gangster movie

“Quello che semini, raccogli, ma non sarà mai come quello che ti aspettavi”. Accettare i consigli paterni non fa parte della natura di Joe Coughlin. Al contrario, il reduce della Prima Guerra Mondiale si autodefinisce un fuorilegge anticonvenzionale, per il fatto di essere il figlio del Vice Sovrintendente della Polizia di Boston. Ma tutto sommato Joe non è un cattivo ragazzo; a differenza dei gangster per cui si rifiuta di lavorare, ha il senso della giustizia e un grande cuore che però vanno contro i suoi interessi. [sinossi]

Quello dello sceneggiatore è un ruolo delicato e fondamentale nel processo creativo di un film, la sua missione è quella di predisporre e limare gli snodi narrativi per la trasposizione sul grande schermo, indirizzare in maniera produttiva la megalomania del regista, equilibrando col bilancino le sue ambizioni con il suo talento. La faccenda però si fa complicata quando i due ruoli convergono in un’unica entità: il regista-sceneggiatore, se da un lato appare come l’incarnazione al cubo di un’autorialità pura, autarchica, dall’altro espone il film al rischio quantomeno di incompletezza e scarsa incisività.
Succede sfortunatamente anche a La legge della notte, quarto lungometraggio di Ben Affleck, tratto, come il suo ottimo esordio Gone Baby Gone da un romanzo del conterraneo bostoniano Dennis Lehane (Mystic River e Shutter Island vengono entrambi da suoi volumi).
La sfida per Affleck deve essere stata irresistibile: adattare per il grande schermo un romanzo corposo (oltre 400 pagine) ambientato nell’epoca del Proibizionismo che tra gangster, sparatorie, femmine maliarde, sete di vendetta, locali fumosi e l’eterno conflitto tra l’individuo e la legge, annovera una serie di rivolgimenti e cambi di location. Ma nel triplice ruolo di regista, sceneggiatore e anche protagonista del film, Affleck, pur confezionando per bene ogni frammento della sua opera, non riesce a concentrarsi appieno su nulla, inanellando costantemente una serie di partenze, slegate da un “tutto” via via sempre più ectoplasmatico e indecifrabile.

Protagonista delle intermittenti vicende è Joe Coughlin (Affleck), reduce disilluso dai cruenti campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale e ben determinato a ricavarsi un posto all’interno della malavita bostoniana, senza però concedere la sua manovalanza ai due boss che governano la città: l’irlandese (come lui) Albert White (Robert Glenister) e l’italiano Maso Pescatore (il nostro Remo Girone). La strategia autarchica del nostro fuorilegge individualista e romantico è però messa a rischio da due questioni di natura sentimental-affettiva: suo padre (Brendan Gleeson) è un esponente della polizia di Boston, la sua amante Emma (Sienna Miller) è la donna del feroce White.
E proprio quest’ultimo avrà la meglio, facendo finire il nostro eroe in prigione. Scontata la pena, a Coughlin non resterà che allearsi con Maso, nella speranza così di riuscire a vendicarsi del tempo e della donna perduti a causa del rivale White. Sarà inviato a Tampa e qui governerà con il socio Dion
Bartolo (Chris Messina) la “guerra del rum” con lo scopo di sottrarne il predominio all’onnipresente White. Alleatosi coi cubani residenti in loco, si innamorerà della seducente Graciela (Zoe Saldana), ma i suoi pensieri saranno ancora devoluti a White e a Emma, seppur (a lungo) assenti dal suo orizzonte e dalla scena.

Ha una partenza lenta e manierata La legge della notte, con una ambientazione bostoniana tetra e asfittica, conflitti etici intrecciati con le relazioni familiari (terribilmente statica e didascalica è la scena di scontro col padre poliziotto al tavolo di un ristorante) e una voice over del protagonista che introduce pleonasticamente i fatti per terminare in carcere e poi riprendere misteriosamente la sua narrazione da un futuro non ben precisato. Aflleck sembra affidarsi troppo alla parola scritta del romanzo, svolgendo il lavoro di adattamento filmico nella maniera più semplice ma meno ficcante: estrae tutti gli eventi per lui “irrinunciabili” dalle pagine vergate da Lehane e li tiene insieme con la sua voce narrante. Il risultato è un film schizofrenico, dove di quando in quando balugina un certo sentimentalismo, si inserisce qualche conflitto etico (Coughlin cerca di essere un buon fuorilegge, ma ricusa il ruolo di “gangster”), la ricostruzione storica è accurata e coinvolgente anche più dei personaggi, le poche sequenze d’azione ben orchestrate, la fotografia magistralmente curata dal maestro Robert Richardson (The Hateful Eight, Django Unchained, Shutter Island, Bastardi senza gloria, solo per citare alcuni titoli).

I temi proposti dal film sono tanti e ciascuno sarebbe stato sufficiente a costruirci intorno un singolo film. Si parte con la classica trasformazione del reduce disilluso in fuorilegge, poi c’è la malavita urbana con i suoi infiltrati e tradimenti, l’amore impossibile per la pupa del gangster, mentre in Florida fanno la loro comparsa nuovi avversari: da un lato il Ku Klux Klan, dall’altro una religiosità animata dalle superstizioni che da sempre caratterizzano le sue forme di espressione plateale nel profondo Sud.

È soprattutto nella parte ambientata a Tampa che La legge della notte riesce a coinvolgere e sedurre al meglio lo spettatore, merito della location esotica, delle luci dorate predisposte da Richardson, della schiena nuda di Zoe Saldana, dei suoi sguardi melanconici, dell’umidità brumosa che cancella e attutisce la linea dell’orizzonte nei paesaggi. Eppure La legge della notte sottopone l’osservatore a una serie di “shock” narrativi continui, spostando la sua focalizzazione da un argomento all’altro (ora la vendetta, ora l’amore, ora gli affari) mettendolo di fronte a personaggi fondamentali, come il socio in affari Dion, che però non vengono mai davvero presentati (chi sia o cosa governi le sue azioni resta un mistero) nonostante la lunga permanenza in scena. Al suo primo apparire poi il Ku Klux Klan sembra delinearsi come il vero nemico della proficua attività criminale di Coughlin, anche se in seguito emerge un altro elemento altrettanto interessante: la religiosità del Sud, incarnata da un’angelica “Madonna”, prima perduta e poi redenta, incarnata da Elle Fanning. Ma sono chiavi di lettura a cui vengono dedicati solo dei “paragrafi” della storia, che non riescono ad amalgamarsi né tra di loro né tantomeno con il flusso narrativo principale. Lo dimostra il fatto che la questione della vendetta contro White torna nel finale, ma viene risolta in maniera assai sbrigativa e deludente. D’altronde il razzismo e la religione delineati come veri, possibili avversari del capitalismo malavitoso, apparivano come questioni assai più foriere di imprevedibili sviluppi.

Peccato per Affleck che evidentemente non è riuscito appieno a maneggiare la ricchezza di spunti contenuta nel romanzo di Lehane, ma anche per il gangster movie contemporaneo che in tempi recenti, come dimostrano gli episodi di Black Mass, Gangster Squad, Legend, Lawless, appare bloccato in una crisi manierista che privilegia ambientazioni fumose, trucco e parrucco, senza più preoccuparsi di oliare i meccanismi narrativi e tornare ad incarnare pienamente il grande racconto tragico americano.

Info
La scheda di La legge della notte sul sito della Warner Bros. Italia.
Il trailer del film.
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