Buone notizie

Buone notizie

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Importante recupero di Mustang e CG, per la prima volta arriva in dvd Buone notizie di Elio Petri. Ultimo film dell’autore romano, un originale e sinistro balletto metafisico sul sentimento della fine. Con Giancarlo Giannini protagonista.

In un’Italia devastata dal terrorismo e dalla violenza, un dirigente televisivo (di cui non sapremo mai il nome) cerca di sopravvivere a una schiacciante crisi d’identità. Viene poi avvicinato da Gualtiero, un amico di giovinezza di cui non si ricorda, che sembra soffrire di manie di persecuzione. Ma forse davvero qualcuno vuole ucciderlo… [sinossi]

Ci sono ultimi film d’autore che portano su di sé le stimmate dell’ultimo. Buone notizie (1979) di Elio Petri appartiene a questa singolare e sinistra schiera di film. Da ogni fotogramma (si potrebbe dire da ogni “poro” della pellicola) sgorga uno stordente sentimento della fine, che viene irrisa, sbeffeggiata, che genera terrore e senso di minaccia e se ne cerca un disperato esorcismo. Inesausto, insoddisfatto, una guerra persa in partenza. Perché la fine resta là, minacciosa e opprimente. È la fine di tutto, non solo della vita fisica. Fine di un modo di intendere la vita e il destino dell’uomo, fine degli ideali, fine di un sogno (italiano? È mai esistito forse un Sogno Italiano?) per una società più libera e democratica. Fine della rivoluzione. Fine dell’individuo.

A lungo introvabile, adesso Buone notizie appare finalmente per la prima volta in dvd grazie a Mustang Entertainment e CG. È un recupero importante e fondamentale per ridare visibilità e completezza a uno degli autori italiani più importanti e intelligenti, anche discussi a suo tempo. Opera sofferta e a lungo meditata, nasce dall’incontro e la collaborazione tra Petri e Giancarlo Giannini, unitosi all’autore romano anche in veste di produttore. Ne uscì fuori un oggetto tetro e rarefatto nel cinema italiano del tempo, una sorta di rilettura definitivamente tesa e prosciugata del cinema petriano. Più che mai stavolta il grottesco si stacca dalla realtà, assume contorni assoluti ed esistenziali. Rimane un’Italia di riferimento, disegnata con tratti sempre più stilizzati e distorti ma ridotta praticamente allo scheletro di uno scarafaggio agonizzante.
È l’Italia in cui eleganti, funzionali ed asettici studi televisivi cozzano con un paesaggio sociale devastato, col terrorismo e gli atti di violenza pubblica ormai relegati a un quotidiano e normalizzato bollettino di guerra. È l’Italia, anche, del nascente disimpegno. O meglio, della rilettura disimpegnata dell’impegno. Un allarme-bomba negli studi televisivi si traduce in pura occasione di svago per giocare a pallone sui prati e prendersi un gelato al carrettino. Quegli studi televisivi, popolati anche da soggetti in qualche modo invischiati idealmente con la contestazione, accolgono quegli stessi soggetti rendendoli funzionali e sintonici al sistema, dando loro una precisa collocazione, e pure la contestazione assume così proprie forme prevedibili e perfettamente integrate: il sindacalismo, la protesta di piazza, inserite in un flusso quotidiano in cui anch’essi trovano un proprio posto definito, perdendo quindi tutta la propria potenzialità dirompente. Tanto che viene quasi voglia di dare ragione al protagonista fascistoide (ma sostanzialmente alienato e nevrotico) quando irride alle educate iniziative dei delegati sindacali.

Nichilismo, fine di tutto. Fine del senso, soprattutto. Perfettamente egosintonici con un paesaggio urbano così mutilato, i protagonisti del film si muovono in un totale vuoto di significato, a partire dalla fallace interpretazione del reale dovuta a griglie di lettura ormai fruste nel loro ripetersi. L’amico Gualtiero, che si rifà vivo col protagonista senza nome dopo anni, è convinto che qualcuno voglia ucciderlo. Gran parte del tessuto dialogico del film si radica su giochi e nonsense che ricordano da vicino tecniche da Teatro dell’Assurdo, più vicino all’esperienza di Ionesco e Pinter che di Beckett. In Buone notizie il grottesco petriano non si esplica più tramite una distorsione del segno, ma semplicemente tramite la iper-evidenza del segno stesso. Niente più distorsioni di volti, niente più inquadrature deformanti. I sacchi di spazzatura sparsi per tutta Roma non sono più la lettura eccessiva di una realtà: sono sacchi, gettati là in mezzo al parco, o distribuiti lungo un marciapiede a ostacolare il cammino (con terribile effetto profetico sulla Roma di oggi).
È la fine di tutto, dell’essere umano ma anche del maschio. L’uomo protagonista è un coacervo di nevrosi, è verbalmente violento e disilluso su tutto. Il rapporto con la sua donna è a sua volta raccontato tramite gli strumenti dell’assurdo (frasi senza senso, ripetute meccanicamente fuori dalla loro funzione). L’essere umano è finito perché ha perso, anzi ha iniziato a rifiutare recisamente, la propria umanità, la capacità di pensare e ricordare. Ma è finito pure il maschio, la sua arroganza, che si fa ancor più violenta nel momento della consapevolezza di non esistere più.
L’amico Gualtiero, che cerca in ogni modo di risvegliare nel protagonista brandelli del loro passato condiviso, sembra ricoprire la stessa funzione del “Ti ricordi Michele? Ti ricordi?” di Palombella rossa (1989) di Nanni Moretti. Solo che qui Petri spoglia completamente la sostanza narrativa di correlati diretti a una realtà contingente. Il passato con l’amico Gualtiero non ha una diretta connotazione politica o di ideali perduti. È un passato anzi di giochi e giovinezza, in cui s’identifica tutto ciò che è felicità e dinamismo. Tanto che, per risvegliare la memoria e il piacere nel protagonista, non resta che ballare un infinito valzer, fino ad accasciarsi a terra dopo ore e ore di volteggi. È un tentativo estremo di recuperare la dimensione del gioco, ma al contempo anche una fuga psicotica dalla realtà, ovvero dal confronto con la fine, che sta lì, identificata anche nella perdita del piacere.

D’altro canto, il maschio è finito anche nella sua resa a puro oggetto nel rapporto sessuale. Buone notizie pullula di amplessi (per lo più tentati e insoddisfacenti) in cui l’uomo protagonista resta sostanzialmente rigido e non partecipe. Lungi da Petri di fare polemica antifemminista, ci mancherebbe. Semplicemente il film inserisce nella fine dell’individuo anche l’ultima stazione del maschio come si è creduto e autodefinito per secoli. Se lungo tutta la sua filmografia Petri ha spesso riflettuto sul Potere e la sua autorità rendendone però sempre un’immagine in qualche modo concreta o traslata, stavolta il discorso si fa asciuttissimo e del tutto metafisico.
Come nel teatro di Pinter, in Buone notizie vi è una percezione di minaccia, ma nessuna minaccia reale. Il nemico e la sua autorità sono completamente introiettati. L’essere umano è chiaramente e definitivamente nemico di se stesso, con primo e decisivo sintomo nella nevrosi. La fine di tutto, la fine del senso: in questa direzione è forse da interpretare anche lo splendido finale, che si chiude su un’ulteriore nota enigmatica. “Da non aprire”: dove non vi è più senso, vi è soltanto un cubo di Rubik, l’inaccessibile verità.

Buone notizie sembra venire insomma a chiudere con perfetta coerenza un percorso autoriale, sposando il linguaggio di una commedia nerissima e kafkiana. Non è certo il miglior film di Elio Petri, su questo non ci sono dubbi. Se il tentativo resta originalissimo e di inaudite profondità espressive, è altrettanto vero che si avvertono chiari segnali di stanchezza, soprattutto in sequenze tirate troppo per le lunghe e nella prova più che compiaciuta, ai limiti dell’intollerabile, di un isterico Giancarlo Giannini. Ma per capire quanto sia terminale in Italia questo modo di fare e pensare cinema, forse è sufficiente pensare all’anno in cui il film vide la luce. 1979: le televisioni private erano a un passo dal trasformarsi in commerciali, Berlusconi era alle porte. E il cinema italiano era pressoché finito. Quantomeno un modo ben preciso di intendere il cinema in Italia. Per cui, benché l’interpretazione appaia fin troppo immediata e modaiola, forse ha qualche ragione Giannini nell’intervista concessa per gli extra del dvd quando dice che in Buone notizie Petri respira anche la fine del cinema. E in tal senso ci sembra di cogliere tra le righe anche il grido disperato di un autore che, deluso da un paesaggio in cui non si riconosce più, non ha più niente da dire, e lo vuol dire. Dire che non si ha più niente da dire, fino alla fine.

Extra: trailer, galleria fotografica, “Elio Petri, un ricordo” (intervista a Ennio Morricone, 7′ 48”), “Da non aprire: interviste a Giancarlo Giannini, Paola Petri, Paolo Bonacelli” (24′ 51”).

Info
La scheda di Buone notizie sul sito di CG Entertainment.
Il trailer di Buone notizie su Youtube.
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2 Commenti

  1. Corrado Iacono 06/03/2017
    Rispondi

    Sicuramente memorabile recensione sul film di <>, recensione che coglie appieno secondo me i significati visibili ed invisibili di quest’opera difficile e controversa. Grazie a Massimiliano Schiavoni, al quale chiedo venia se un pezzetto della sua recensione l’ho pubblicata come post in facebook, facendo comunque riferimento alui come autore e al nome della rivista.

    • Massimiliano Schiavoni 06/03/2017
      Rispondi

      Grazie a te Corrado. Troppo gentile davvero.

      Massimiliano Schiavoni

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