Ghost in the Mountains

Ghost in the Mountains

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Presentato alla sezione Panorama della Berlinale, Ghost in the Mountains di Yang Heng prosegue il suo percorso nella Cina rurale e marginale, quella dei piccoli villaggi abbandonati, abitati ormai da uno sparuto numero di persone in seguito al pellegrinaggio verso le grandi città. Un ritratto complementare a quelli di Jia Zhangke e Zhao Liang.

La regione centrale cinese

In uno sperduto villaggio della Cina montuosa viene ritrovato il corpo di un uomo, che è stato picchiato fino alla morte. Nel villaggio torna Lao Liu, dopo un’assenza di dieci anni. Va a porre omaggio alla lapide di un amico che era morto in un incidente e ritrova la sorella di quest’ultimo, che era stata la sua fidanzata. Incontra anche un altro vecchio amico, A Jie, ora implicato in attività losche. La conoscenza poi di un monaco buddista sarà per Lao Liu l’occasione di immergersi in un mondo spirituale da cui aveva cercato di scappare. [sinossi]

Quarta opera per il filmmaker indipendente cinese Yang Heng, che si era fatto conoscere a Rotterdam con Sun Spots e poi con Lake August. In Ghost in the Mountains, presentato nella sezione Panorama alla Berlinale 2017, ripropone lo stile delle precedenti opere, una regia rarefatta e contemplativa, fatta di movimenti di macchina minimi, di paesaggi naturali imponenti, per narrazioni che si snodano con sequenze di immagini in un’esperienza che è soprattutto di tipo visiva. Movimenti di macchina che si stemperano nelle sequenze di scenari maestosi, in campi lunghissimi, con inquadrature fisse o lente, lievi e minimali, panoramiche che scrutano il mondo sotto l’orizzonte. Come nell’inseguimento finale dove i personaggi sono poco più che puntini nel prato, con accompagnamento musicale diegetico. E sempre con ricche composizioni di immagini. Come quella del dialogo tra Lao Liu e il ricco marito della sua fiamma di gioventù, su due panche con lo sfondo di due alberi, uno dei quali spoglio, immersi nella nebbia; una scena sfumata, quasi una scenografia da teatro dell’assurdo, dove appaiono anche dei maiali come in una coreografia. Una storia con omicidi attraverso pestaggi, furti di denaro, e sullo sfondo anche sequestri di persona, girata in un modo che si avvicina a La région centrale di Michael Snow.

Yang Heng in Ghost in the Mountains procede verso una sempre maggior denarrativizzazione, in uno stile che si può accostare a quello delle prime opere di Tsai Ming-liang, smorza le punte drammatiche – come l’omicidio nel finale lasciato fuori campo –, gioca con l’ambiguità delle immagini – un altro omicidio che si rivela non essere tale perché la persona a terra si rialza –, insegue e svela dettagli con piccoli e calibrati movimenti della camera, come la presenza del ragazzo all’angolo del corridoio dell’ospedale, o anche simbolici come il cavallo bianco. Usa pochissimi dialoghi, i primi dei quali, dopo una lunga sequenza non verbale, sono con lo schermo tenuto nero. O relega le spiegazioni a immagini sospese, quadri nel quadro, come la notizia dell’omicidio data alla televisione. E costruisce il film con simmetrie interne (l’omicidio all’inizio e alla fine) lasciando al centro la parte del monaco buddhista, quello che ha parlato davvero con il Buddha, in un limbo atemporale, nella caverna immersa nella nebbia. Un eremita che cammina lentamente, quasi ricordando la serie Walker, sempre di Tsai Ming-liang. Un monaco che rappresenta l’immutabile contro il divenire del mondo esterno dove il tempo fa sentire la sua presenza, nel consumarsi e nel degradarsi delle cose e nei ricordi.

Con Ghost in the Mountains torniamo alla regione dello Hunan dove già era ambientato Lake August, ma in un contesto paesaggistico prevalentemente montuoso, dove è sempre presente anche, in alcune scene, l’ambiente lacustre ma che non è predominante come nel film precedente. Sopravvivono alcuni manufatti fatiscenti, palazzi fantasma, edifici in rovina, residui di un ormai lontano passato. I grandi parcheggi disseminati di manichini rotti, gli edifici abbandonati pieni di ciarpame come quello invaso dalla vegetazione dove i due protagonisti rievocano la loro storia d’amore adolescenziale. Solo tre palazzi rimangono intonsi e scintillanti, l’ospedale, la stazione di polizia, la grande casa con vista panoramica del ricco marito della ex-ragazza di Lao Liu.

I vari personaggi di Ghost in the Mountains vagano in questo mondo di fantasmi, portatori di lutti nel proprio passato, di amici, di fratelli, dei genitori per un incidente, per un attacco cardiaco. In un contesto dove la morte incombe, per il livello di delinquenza e la totale indifferenza delle forze dell’ordine che privilegiano volentieri la pausa pranzo rispetto alle indagini sull’omicidio. Personaggi allo sbando che trascorrono il tempo bevendo birra, fumando sigarette, personaggi che dipendono l’un l’altro da elargizioni di denaro: i passaggi di mano di banconote sono, infatti, una delle situazioni costanti del film. Personaggi che appaiono quasi lobotomizzati, come nella parte finale, dove i ragazzi che hanno compiuto l’omicidio chiacchierano con assoluta nonchalance sul fatto che rischierebbero la pena di morte, e dove i poliziotti sono pure indifferenti.

Un villaggio fantasma, popolato di fantasmi, dove aleggia anche il fantasma del cinema cinese contemporaneo, quello di Jia Zhangke (si pensi solo a Still Life), Zhao Liang e Wang Bing, che ha raccontato dello sviluppo urbano vertiginoso, anche edificando metropoli disabitate, con tutte le sue contraddizioni, e con i relativi spostamenti di masse umane che hanno spopolato le campagne.

Info
La scheda di Ghost in the Mountains sul sito della Berlinale.
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