Un tirchio quasi perfetto

Un tirchio quasi perfetto

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Esordio nella commedia del regista Fred Cavayé, Un tirchio quasi perfetto svuota il topos dell’avaro da qualsiasi (pretestuosa) valenza sociologica; ma l’evidente, scarsa dimestichezza del regista col genere si traduce in inconsistenza e ripetitività.

Effimere avarizie

François Gautier è un avaro cronico, che trae gioia dall’atto di risparmiare e prova ansia alla sola idea di mettere mano al portafoglio. Il suo mondo isolato e perfetto viene tuttavia sconvolto dall’apparizione improvvisa di due donne: una innamorata di lui, e l’altra che sostiene di essere sua figlia… [sinossi]

Rispetto a certi esempi recenti di commedia francese, spesso baciati anche da lusinghieri risultati al botteghino (viene in mente il campione d’incassi La famiglia Bélier) un prodotto come Un tirchio quasi perfetto (Radin! in originale, traduzione francese della parola “avaro”, virata in esplicito epiteto) ispira un’istintiva simpatia. Va infatti sottolineato come il film di Fred Cavayé, fin dai suoi primi fotogrammi, rinunci a cercare di barare o di rivestire il suo materiale di un involucro ingannevolmente “nobile”, mettendo da parte qualsiasi malintesa ambizione sociologica: il film di Cavayé utilizza al contrario lo spunto iniziale (le disavventure di un avaro cronico) nel modo più pretestuoso e genuinamente gratuito. L’iperrealismo del prologo, favorito dai colori accesi – da indie americano di circa un decennio fa – della fotografia, sembra in questo senso più di una dichiarazione d’intenti; e il gioco, complice la mimica facciale di un sempre efficace Dany Boon, pare inizialmente funzionare. Il topos letterario dell’avaro viene svuotato dal film della sua carica di emblema sociale, cucendosi addosso con naturalezza a un protagonista che ne esalta tic, nevrosi e idiosincrasie. Le premesse vengono poste insomma, da regista e protagonista, nel modo più soddisfacente.

Nonostante gli 89 minuti di lunghezza, e malgrado una leggerezza di tocco che nel film non viene mai meno, il problema principale di Un tirchio quasi perfetto sembra essere tuttavia la scarsa dimestichezza di Cavayé (regista con un background nel thriller) con i meccanismi del genere. L’efficacia del prologo, e la riuscita introduzione del personaggio, non evitano al film di assumere una struttura che si fa presto ripetitiva, con una comicità demandata integralmente al mestiere del protagonista, e incentrata su gag che perdono gradualmente ma inesorabilmente di efficacia. Poco a suo agio con la commedia, genere che ha comunque dichiarato di amare (ma non sempre, si sa, la competenza spettatoriale si traduce in un’analoga competenza creativa), il regista francese confonde levità con inconsistenza, faticando a tenere in piedi una vicenda che presto, nei suoi sviluppi, rivela tutto il suo fiato corto. L’assenza (giusta) di pretese non può giustificare dialoghi di scarsa o nulla rilevanza narrativa, personaggi che abbracciano senza alcun accenno di revisione critica i più vieti cliché del genere (ne è esempio la collega interpretata da Laurence Arné, poco convinto Candido in versione femminile), o un subplot familiare di fatto privo di funzionalità narrativa.

Non supportato da una sceneggiatura che assembla alla bell’e meglio gag e luoghi comuni da commedia degli equivoci, arrivata tra l’altro (abbondantemente) fuori tempo massimo, Boon tiene comunque vivo l’interesse con una carica espressiva e anche fisica (malgrado la staticità sostanziale di questo modello di commedia) che riesce a vivere al di là della convenzionalità del personaggio. In una partitura comica che stona più volte, ma che non dà mai l’impressione di deviare dal percorso rigidamente stabilito (e puntualmente, di fatto, rispettato) va segnalata almeno una certa cura nella resa degli ambienti, trasfigurati quel tanto che basta per tenere vivo un po’ di quell’iperrealismo che aveva caratterizzato il prologo. Le geometrie del quartiere residenziale in cui vive il protagonista, fatte di un’innaturale simmetria di case e strade, insieme alla resa quasi pop dei colori, concorrono bene a rafforzare l’idea di “corpo estraneo” incarnato dal personaggio di Boon, e dalla sua nevrotica attitudine. Una scelta scenografica che rimanda persino, oltre che alle fumettistiche ambientazioni delle storie di Wes Anderson, all’indimenticato quartiere che fu incubo per una creatura dark quale Edward mani di forbice. Esempi di cinema, questi ultimi, comunque lontanissimi tanto dal film di Cavayé, quanto dalle sue premesse.

La cura visiva, oltre a un protagonista che cerca come può di tenere a galla una vicenda che inizia presto a soffrire della sua (pur dichiarata) mancanza di sostanza, sembra essere tra i pochi motivi di interesse del film di Cavayé. Una scrittura più attenta, e un tentativo più convinto di affrancarsi dagli stereotipi del genere, avrebbero certo giovato al risultato finale, al netto dei limiti “fisiologici” di un prodotto nato con queste premesse. Allo stato attuale, il carattere effimero evidentemente ricercato dal regista si traduce invece in una inconsistenza tale da lasciare ben poche tracce nella memoria.

Info
Il trailer di Un tirchio quasi perfetto su Youtube.
La pagina Facebook di Un tirchio quasi perfetto.
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