La Bella e la Bestia

La Bella e la Bestia

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Procede a ritmo serrato la trasposizione live action dei Classici disneyani. Archiviati con successo Cenerentola e Il libro della giungla, la Casa del Topo ricalca con mano ferma il musicarello del 1991, terza pellicola di quel “Rinascimento Disney” che si rivelò fatale. Affidato a Bill Condon, La Bella e la Bestia in carne e ossa danza ancora sulle note di Alan Menken, aggiunge un velo di pepe – facendo imbufalire gli ottusi – e si lascia dimenticare in un giro di valzer. Un altro Rinascimento?

Much Ado About Nothing

Il fantastico viaggio di Belle, giovane donna brillante, bellissima e dallo spirito indipendente che viene fatta prigioniera dalla Bestia e costretta a vivere nel suo castello. Nonostante le proprie paure, Belle farà amicizia con la servitù incantata e imparerà a guardare oltre le orrende apparenze della Bestia scoprendo l’anima gentile del Principe che si cela dentro di lui… [sinossi]

Molto rumore per nulla. Il film che ha surriscaldato gli animi (ultra)conservatori di mezzo mondo, accusato di propagandare la fantomatica Teoria del gender o giù di lì, porta con sé ben altre – reali, dolorose, impunite – colpe. Premesso che le responsabilità dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, il caso de La Bella e la Bestia può essere considerato una evidente e più che legittima eccezione. Non padri e figli, tra l’altro, ma copie carbone che generano cloni.

Facciamo qualche passo indietro. Sconquassata dalla prematura dipartita del padre/padrone Walt, la Disney ha brancolato nel buio per un lungo periodo, inanellando scelte sbagliate e puntando su nomi e progetti distanti anni luce dal fulgore degli anni d’oro – sì, vale la pena ricordare l’abisso di Taron e la pentola magica (The Black Cauldron, 1985) di Ted Berman e Richard Rich, classico che la Disney ha sempre cercato di spazzare sotto il tappeto. Un tracollo che sembrava miracolosamente arrestarsi e invertire la tragica rotta alla fine degli anni Ottanta con lo spumeggiante La sirenetta (The Little Mermaid, 1989) di John Musker e Ron Clements, istantaneamente promosso a salvatore della patria e a formula originale da replicare, replicare e replicare. E così si sono susseguiti i vari La Bella e la Bestia, Il re leone (The Lion King, 1994) di Roger Allers e Rob Minkoff, Il gobbo di Notre Dame (The Hunchback of Notre Dame, 1996) di Gary Trousdale e Kirk Wise e via discorrendo, in un accatastarsi di canzoni, animazioni che vivevano di rendita e script con più buchi di un emmental – già, topo e formaggio.
Il resto della storia è piuttosto noto: le dimissioni di Jeffrey Katzenberg, l’inarrestabile crescita della Pixar, Hercules (1997) di Clements & Musker, Mucche alla riscossa (Home on the Range, 2004) di Will Finn e John Sanford, l’accantonamento dell’animazione tradizionale, poi il ripensamento e infine la pietra tombale sulla tradizione disneyana, su quei miracolosi rodovetri, cromatismi e tutto quel che segue. La Storia cancellata in un colpo solo.

La Storia. Dopo averla consumata a forza di fotocopiarla, la nuova Disney ha deciso di ripescare a piene mani dal glorioso e spesso meraviglioso scrigno di zio Walt, dalla magia dei Classici, da schemi narrativi così consolidati da essere cristallizzati e ricoperti di polvere. Ma per la polvere, si sa, può bastare un colpo di piumino o la bacchetta magica di Menken – Gaston e Beauty and the Beast non saranno Under the Sea ma funzionano. Aggiustato il tiro dopo Alice in Wonderland (2010) di Tim Burton e Maleficent (2014) di Robert Stromberg, riletture senza paracadute, si è tornati sul solito sentiero già battuto: come ai tempi dei Classici che tornavano in sala per le festività, le favole di principi e principesse rivivono grazie alla computer grafica, ai corpi e ai volti delle star, a un apparato tecnico-artistico spesso pregevole, a un pubblico affamato di un immaginario semplice e rassicurante. La nuova versione de La Bella e la Bestia, come Cenerentola o Il libro della giungla, è l’antidoto alla morte dell’animazione tradizionale, alla fine di un ciclo (continuo) di sfruttamento commerciale. Consapevole della propria resa allo strapotere dell’animazione in computer grafica, la Casa del Topo ha chinato più volte il capo e ha poi trovato più di una soluzione: fondersi con la Pixar, tenere a bada sul mercato occidentale lo Studio Ghibli, mettere le mani su altri imperi (Marvel, Star Wars…) e riproporre i Classici in live action. Strategie che con la Disney degli anni d’oro hanno in comune solo il trionfo al box office.

E il film di Condon? In realtà è tutto qui, tra le righe. Sì, certo, i testi sono più sbarazzini; il personaggio di LeFou può finalmente librarsi in volo (bravo Josh Gad); la scelta di Emma Watson è a suo modo impeccabile, una graziosissima incarnazione del character design curato da James Baxter e Mark Henn; le musiche sono quelle, le sequenze pure, i cromatismi anche. Come Psycho di Gus Van Sant, ma senza Psycho e Gus Van Sant. Un trasferello, con mano sicura. Senza anima, senza motivo. Il clone di una copia carbone. Rinascimento?

Info
Il trailer italiano de La Bella e la Bestia.
Il sito ufficiale de La Bella e la Bestia.
La pagina facebook de La Bella e la Bestia.
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